lunedì 30 settembre 2019

IL LIEVITO MADRE DI DON MILANI




IL CAMMINO DI DON MILANI
Sono stati scritti tanti libri su Don Milani: il giovane prete, l'uomo coraggioso, l'idealista, il ribelle, il rivoluzionario, il prete scomodo da esiliare... Ogni libro ha voluto sottolineare uno o più di questi aspetti e tutti, più o meno, ci siamo fatti un'idea, a volte frammentata, a volte più completa, di Don Lorenzo Milani. E poi abbiamo letto le sue lettere, quelle scritte da lui e i suoi ragazzi, tradotte in tutto il mondo, che hanno fatto conoscere e diffondere l'essenza dei suoi insegnamenti, le sue idee, le sue battaglie. Tutti conosciamo il suo aspetto,la sua foto ce lo ha reso familiare, insomma lui era uno di noi, che se ne è andato troppo presto ma nella sua breve vita  è riuscito a lasciare una traccia indelebile. Ma mi mancava qualcosa, c'era qualcosa di incompiuto, qualcosa che mi chiedeva di approfondire la sua conoscenza. E l'occasione finalmente è arrivata. Grazie a Viviana, figlia di Maresco Ballini, uno degli alllievi di Don Milani, per me e un gruppo di amici è stato possibile andare a conoscere direttamente, direi quasi di persona, anche se non c'è più, il Priore di Barbiana, facendo l'esperienza bellissima del Cammino di Don Milani, aperto recentemente proprio da Viviana. Perché proprio di un incontro con lui si è trattato e non con la sua immagine. Innanzitutto visitando i luoghi da cui è iniziata la sua avventura spirituale e umana: San Donato di Calenzano e Barbiana. A S. Donato Don Lorenzo, giovanissimo prete, ha vissuto per sette anni creando quella Scuola Popolare che poi avrebbe scatenato contemporaneamente le ire  di Chiesa, Politica e Industria, che si sono sentite minacciate dalle sue proteste, dalle sue domande, dalle sue rivendicazioni di un mondo più equo, di giustizia e di risorse per tutti. A partire dalla cultura, che per lui era il pilastro (attraverso il riappropriarsi della parola) della crescita umana, sociale e politica di ogni persona. E poi Barbiana, la sua Chiesa, la sua Scuola. E fra un luogo e un altro appunto il Cammino, i sentieri, la natura, i boschi, da attraversare a passo lento, in fila, guidati da Lorenzo, ragazzo siciliano che ora vive nel Casentino  e fa il suo lavoro di guida ambientale con gioia e passione e ci ha sostenuti e incoraggiati con il suo sorriso e le sue parole durante il percorso a volte accidentato e impervio.

E per rifocillarci e riposare la notte, abbiamo alloggiato presso l'agriturismo di Pratinovi, antico casale di pietra fra prati, valli e boschi di castagni, accolti da una proprietaria dolcissima come il suo nome, Geraldina, che insieme alla sua famiglia lì vive tutto l'anno gestendo l'attività. Scarponi sporchi di fango, gambe indolenzite, stanchezza e entusiasmo, curiosità, occhi e cuore colmi di bellezza. A San Donato la mattina del sabato avevamo incontrato alcuni dei “ragazzi” della Scuola Popolare: Luana, Mario, Enzo detto Mauro, Giovanni e Andrea dell' Associazione che promuove la cultura e lo spirito di San Donato e Barbiana, organizzando convegni, conferenze e doposcuola per gli studenti nelle modernissima biblioteca di Calenzano. Anziani dallo sguardo vivo e dalla voce ferma ci hanno preso per mano raccontandoci la straordinaria esperienza dell'incontro con Don Lorenzo, che a tutti loro ha cambiato la vita. E poco a poco si sono susseguiti aneddoti di vita quotidiana, ricordi, emozioni che ci hanno fatto quasi toccare con mano l'esperienza delle Conferenze del venerdì: la sala si affollava di giovani venuti anche da altre Parrocchie a quella che possiamo ben definire una Scuola di vita che rispondeva a una sete di sapere che aveva bisogno di essere placata. Come? Con l'ascolto delle esperienze di uomini di cultura, sindacalisti, artisti, venuti a San Donato, su invito di Don Lorenzo, per condividere quello che sapevano e conoscevano, raccontandolo agli altri, facendolo circolare e non tenendoselo stretto per sé...

E poi l'esilio, la punizione, direi la vendetta. Per piegare e sottomettere la forza di un uomo, di un prete, che aveva osato non solo mettere in discussione ma soprattutto smascherare i giochi e intrighi del potere e le sacche di ingiustizia, a voce alta, gridata, senza paura, fino ad essere additato come un pericoloso rivoluzionario. Dopo l'ultimo tratto di Cammino, quando da lontano abbiamo iniziato a intravedere la Canonica e la sagoma del campanile della Chiesa circondate dai cipressi, ci siamo sentiti pervasi da una sensazione di dolcezza e di familiarità. Come ci ha raccontato  Sandra, la figlia di Michele, uno dei bambini della scuola, Barbiana era un non luogo, senza case, a parte la Canonica, senza una comunità, senza un'identità, un luogo di infinito dolore. E di miseria, tanta miseria. Don Lorenzo Milani ha fatto il miracolo di creare una comunità con uno spirito critico che, come il lievito madre, è andato crescendo, generando consapevolezza, appartenenza e dignità. E dopo i racconti dei bambini e della bambina di Barbiana, anche noi ci siamo sentiti parte di questa comunità, così dolce, così ospitale, così affettuosa. Mileno e Fiorella per primi, attorno al tavolo di Pratinovi ci hanno incantato con le loro storie. Fiorella ci ha descritto la miseria nella quale versava la sua famiglia, la fatica di lei bambina che doveva occuparsi degli animali, della stalla, del formaggio e del burro da ricavare dal latte appena munto. E ci ha raccontato quanto sia stato importante per lei essere riconosciuta e accettata da Don Milani e amata come una figlia, riuscendo così a compensare la mancanza di cure e di affetto da parte di una madre sofferente e stanca. E Mileno, nome che sua madre ha voluto dargli comunque  perchè desiderava una bambina che voleva assolutamente chiamare Milena, ci ha fatto sorridere raccontandoci della sua disavventura spagnola, rientrando in Italia in autostop, quando la Guardia Civile  alla frontiera lo ha costretto a cambiare delle sterline al mercato nero, cosa che poi in Francia al cambio si è rivelata molto vantaggiosa, quasi raddoppiando il suo denaro, e del commento scherzoso di Don Milani al suo ritorno.
Ricordi semplici, minuti, di gesti affettuosi, di parole a volte severe, di attenzioni paterne, di un insegnamento a 360 gradi, fatto soprattutto di esempio, di coerenza, di cura. I CARE.
Il motto di Don Lorenzo: mi importa, ho a cuore, mi prendo cura,mi preoccupo degli altri, cercando di  capire le cause, le motivazioni, di sciogliere i nodi e soprattutto di ridare la parola a chi non l'ha mai avuta, per renderlo libero. Fiorella con la sua voce e il suo aspetto sembra ancora la bambina delle foto, gli stessi lineamenti, lo stesso sorriso aperto. “Quella sono io” si è riconosciuta con gli occhi lucidi  ed è stato bello vederla commuoversi durante la visione del documentario che avevamo portato da Terracina, in cui si ascoltava Don Lorenzo parlare e si vedevano i bambini e le bambine  studiare e fare merenda intorno al tavolo sotto il pergolato e i bambini pù grandi tuffarsi nella piscina costruita da loro (dopo aver studiato e realizzato un sistema di filtraggio e drenaggio, come ci ha raccontato Nevio).

E poi la mattina dopo tutti nell'aula della scuola intorno ai tre tavoli, seduti alla rinfusa, come allora. Ad ascoltare. A fare domande. A sentire i racconti dei viaggi all'estero per imparare le lingue, uno dei punti cardine degli insegnamenti di Don Milani, dormendo negli ostelli della gioventù “così conoscerete gente nuova e potrete parlare e confrontarvi” e tornando in Italia in autostop, sempre per lo stesso motivo. Sparpagliati come semi per il mondo. Per poi tornare e germogliare con nuove conoscenze, nuovi saperi, nuove esperienze. Tirando fuori ognuno le proprie predisposizioni, i propri talenti. “Vi vorrei tutti sindacalisti - diceva Don Milani - ma dovrete fare quello che vi riesce meglio.”
E così è stato. Anche se è la politica, con i suoi meccanismi interni, ma soprattutto la Costituzione, uno dei punti di partenza degli insegnamenti di Don Milani ai suoi bambini e bambine. Ed è stato proprio nella piccola aula di Barbiana, lì seduti intorno a quei tavoli di legno, gli stessi di allora, guardando gli alberi dalla finestra e gli oggetti costruiti dai bambini, l'astrolabio, il sistema solare, le cartine, i grafici colorati, le foto in bianco e nero, i libri catalogati sugli scaffali, le rastrelliere per le cartelle, le sedie di ferro saldate dai ragazzi, tutto esattamente come allora, che abbiamo sentito viva e non solo come un'eco lontana la presenza di Don Milani, che sorrideva contento, perché noi eravamo lì a continuare il suo lavoro.
I CARE, proprio quello, parlare, scrivere, condividere, viaggiare, conoscersi, impegnarsi, rispettare, ringraziare, combattere. Il lievito madre è diventato pasta madre e da ora in poi, come è avvenuto grazie ai bambini e alle bambine di Barbiana e ai ragazzi di Calenzano, anche noi ne regaleremo un pezzetto ai nostri amici, alle persone che incontreremo nella nostra vita, sul lavoro, a scuola, perché diventi un pane fragrante, nutriente e saporito, con il proposito di proteggerne sempre una parte perché si moltiplichi e cresca.
La pasta madre di Don Lorenzo Milani. La pasta madre della parola, della cura, dell'impegno, della condivisione, della conoscenza.



Il Cammino di Don Milani è stata un'esperienza risanatrice, di quelle che segnano uno scatto, un punto di svolta, e i racconti di Luana, Mario, Mauro, Giovanni, Mileno, Paolo, Fiorella, Nevio, e me ne scuso, forse qualcun altro che dimentico, sono stati per noi un dono prezioso e unico che Viviana, figlia di Maresco Ballini, scomparso da poco, ci ha voluto fare, anche per condividere la pasta madre che le era stata donata dal padre. Grazie di cuore Viviana, grazie bambini e bambine di Don Milani. Possiamo avere l'onore di considerarci, dopo avervi conosciuti e ascoltati, un po' come vostri fratelli? E sentire, insieme a Fiorella che lo ha ripetuto più volte con lo sguardo ridente che “Don Lorenzo era per noi come un babbo”?



giovedì 29 agosto 2019

DICHIARAZIONE D'INTENTI


Mancano poco più di tre mesi alla data fatidica. Pensione. L'ultimo giorno di lavoro, se saprò amministrare bene le ferie rimaste, sarà il 20 dicembre. Chiusura del cerchio. Me ne accorgo solo ora, il mio primo giorno di lavoro in Comune a Firenze è stato il 20 gennaio, data scelta da me perché è il giorno di nascita di mio padre. Non voglio fare bilanci. I bilanci intristiscono perché sono fatti di “dare e avere” e spesso la bilancia pende da una parte. La solita. Non voglio neanche pensare che la mia vita sarebbe stata diversa se solo avessi fatto quel lavoro, quella scelta, non avessi fatto quel concorso, avessi continuato quella specializzazione ecc. ecc. Balle. Tutto quello che è accaduto era cosa migliore e la più giusta che potesse accadere, date le circostanze, i momenti, la consapevolezza, le forze che erano presenti e giocavano simultaneamente.Quindi nessuna recriminazione. Anche perché in tutti questi anni c'è stata lei. La mia vita. Che non era fatta di solo lavoro. Ma di molto molto altro. Le passioni, le amicizie, gli affetti, la famiglia, i viaggi, i libri, lo studio, la scrittura, la ricerca, la spiritualità, la natura, la mia casa, la mia città… 

 Quindi va tutto bene. Lei, la mia vita continuerà. Con più spazio, più tempo, più libertà.E non voglio farmi tentare dal pensiero che il tempo a disposizione, quello che mi aspetta, si sia oggettivamente e statisticamente ridotto. Il mio tempo lo decido io, come riempirlo, come assaporarlo, come dargli significato, come non sprecarlo, come amplificarlo riempiendolo di bellezza. Ecco, da ora in poi voglio decidere di colmare la mia vita di bellezza. Quella fatta di piccole cose e grandi sentimenti, di giornate più consapevoli e più lente, di amicizie coltivate con più cura, di sogni e passioni da riprendere in mano con tenerezza, di luoghi da visitare, scegliendo quelli che per mancanza di tempo e di ferie non ho potuto ancora visitare: la mia amata Cuba che mi aspetta da 38 anni, le caprette del Marocco, i giardini inglesi, il gran Canyon, la casa di Emily e ancora e sempre Grecia, terra madre e sorella.



Di certo non mi annoierò. Che bello sarà poter finalmente far tardi la notte a guardare un film dietro l'altro! Oppure alzarmi all'alba e camminare fino al tempio di Giove, senza orari e ogni giorno decidere il ritmo della giornata, più lento, più svelto, più morbido o serrato, o fare un bagno alla spiaggetta appena esce il sole e addormentarmi sulla spiaggia deserta. E poi cucinare. Con cura e con amore. Con lentezza e attenzione, scegliendo i gesti semplici da fare in una specie di rituale sacro. E imparare finalmente l'inglese, a capirlo, a parlarlo in maniera fluida, concedendomi magari una vacanza studio a N. York, dove finalmente potrò andare a trovare la mia cara amica Maria Nella che lì è di casa. E prendermi cura del mio corpo, riprendendo a fare yoga, nuotare, camminare, ballare, tutte cose che ho sempre potuto fare in maniera frammentata e discontinua. E godermi la crescita del mio meraviglioso nipotino, senza il limite di orari e stanchezza. Imparare dalla sua meraviglia. Vedere le cose con gli occhi puri e nuovi, come le vede lui. Togliermi, e questa è l'unica nota che rimanda a qualcosa di triste, quel velo di malinconia dallo sguardo per non essermi sentita valorizzata, apprezzata, compresa, sul lavoro. Cancellare quel senso di frustrazione. Acqua passata. Vita nuova. E continuare a organizzare, come ho fatto finora, ma senza la fretta e l'affanno, incontri, presentazioni, seminari, mostre, cosa che mi riesce naturale e mi diverte e soprattutto mi permette di condividere amici, esperienze, scoperte, interessi fino a formare un bellissimo arazzo dalle trame colorate e brillanti. Non a caso anni fa ho frequentato un Master in Art Counseling che ora vorrei mettere a frutto cercando di utilizzare l'arte, nelle sue varie forme, per agevolare l'espressione di emozioni e sentimenti. Un nuovo lavoro quindi, che mi faccia esprimere ed essere utile agli altri.
Questi sono i miei intenti. Quelli iniziali. Prometto a me stessa di mantenerli e ampliarli perché so che la mia curiosità e la mia voglia di esplorare sicuramente ne faranno nascere di nuovi. E mi prometto anche che quando mi calerà sullo sguardo quel famoso velo di rimpianto, semplicemente mi metterò davanti allo specchio e mi farò un grande sorriso. Acqua passata. Vita nuova. Da ora in poi solo meraviglia.

lunedì 22 luglio 2019

Sì CAMBIARE





Per molto tempo le cose seguono il loro corso regolare: consuetudini, abitudini, gesti, rituali rassicuranti, tutto si ripete all'interno di una routine confortevole, a volte noiosa, che ci mette al riparo da imprevisti e colpi di testa o almeno ne ammortizza gli effetti. Al sicuro nel nostro bozzolo, con qualche rimpianto che si affaccia, qualche ricordo che graffia e un futuro che vorremmo proteggere da tutto quello che non possiamo controllare. Eppure... L'inquietudine diventa il campanello di allarme. Diventiamo distratti, l'umore precipita, il corpo inizia a mandarci dei messaggi, niente di che, piccoli fastidi, appena percettibili, ma messaggi che all'inizio ci rifiutiamo di ascoltare, aumentando il nostro senso di frustrazione e il nostro malessere. Cosa c'è che non va? Tutto? O si tratta solo di aggiustamenti, anche minimi, che dobbiamo trovare il coraggio di mettere in atto? Oppure si tratta di un cambiamento di quelli epocali, che avvengono poche volte nella vita e ne modificano per sempre il corso? Dobbiamo metterci in ascolto, con mente e cuore aperti, sincerità e coraggio. A volte la nostra casa diventa lo specchio del tumulto in atto. Ci sfugge di mano. Non riusciamo più a prendercene cura come vorremmo, diventa un luogo ostile e inospitale, vorremmo fare qualche cambiamento, spostare mobili, dipingere le pareti, aprire una finestra, ma ci sentiamo come paralizzati. Una forza invisibile e possente ci impedisce di prendere decisioni, di scegliere, di modificare anche solo una piccola cosa. In agguato paura, malinconia e depressione, che non aspettano altro che darci il colpo di grazia. Che fare? Prendere atto che qualcosa preme per essere ascoltata, ci strattona, ci fa i dispetti. Non è un piccolo e dispettoso poltergeist a spostare oggetti o a dare fuoco alle tende, ma una voce insistente che ci sussurra di continuo all'orecchio: è ora di cambiare. E noi quella voce dovremmo trovare il coraggio di ascoltarla. 
E' ora di cambiare.
E sta a noi fare il primo piccolo, impercettibile passo. Forse inciamperemo, ma una volta deciso che è arrivato il momento, diventeremo sempre più abili e forti. All'inizio ci aggrapperemo a qualche mobile come fanno i bambini che iniziano a camminare, a volte faremo un capitombolo e dovremo prenderci cura di un fastidioso bernoccolo, ma di giorno in giorno i nostri passi diventeranno più saldi. E quando finalmente riusciremo a non incespicare più e a fare la prima corsa risoluta, il nostro sarà il sorriso di un bambino che ha scoperto la libertà e sta andando verso il mondo. 

giovedì 30 maggio 2019

GRAZIE RODI


Io amo la Grecia, è cosa risaputa. La considero la mia seconda patria. Da ragazza ho vissuto per tre anni a Firenze con il mio amore greco e con lui ho viaggiato in lungo in largo: la Grecia Classica, le Meteore, la penisola Calcidica, il promontorio di Volos dove i suoi nonni avevano una casa di pietra tutta diroccata, ma dall'incredibile fascino. E poi negli anni ci sono ritornata, con mia figlia o con i miei amici. Ogni volta lo stesso stordimento felice, l'allegria di sentirmi a casa, nella mia famiglia allargata di persone gentili e ospitali che dividevano con me quello che avevano, soprattutto la bellezza. E ogni volta, al ritorno, l'affermazione: questo è il posto più bello che ho visto finora. Come se fosse possibile fare una graduatoria dei luoghi belli che ci hanno preso il cuore. Erano 10 anni che non tornavo “a casa”. Quattro anni fa ho letto online l'intervista a una donna italiana, Gloria, che alla fine degli anni 90 ha deciso di cambiare vita e di trasferirsi in Grecia con la sua bambina, aprendo un B&B nella cittadella medioevale di Rodi. La prima cosa che mi ha incuriosito, a parte la storia di questa donna coraggiosa e sola con la sua bambina, che un po' mi ricordava la mia storia, era il nome che ha dato al suo B&B: "La casa del Frangipane". Io abito a 100 metri dal Castello Frangipane, il nome della casata che lo ha abitato, e nel caso di Gloria, il nome dell'albero che è proprio al centro del suo piccolo giardino. La mia curiosità andava crescendo. Per tre anni, ogni estate programmavo di andare a Rodi, ma all'ultimo momento non riuscivo, per un motivo o l'altro, a partire. Quest'anno, alla fine di aprile, in una giornata in cui mi sentivo particolarmente stanca e demotivata, per una serie di avvenimenti spiacevoli che si erano avvicendati nei mesi precedenti (il tornado che ha devastato Terracina, scoperchiando anche il tetto della mia casa, un trasloco sofferto in un altro ufficio, piccoli problemi di salute, un cambiamento di vita che si sta prospettando in vista della pensione imminente…) ho finalmente deciso di partire per Rodi. Ho scritto a Gloria, la casa era disponibile e tutta per noi, telefonato alla mia amica Ernestina proponendole il viaggio ( insieme avevamo già fatto una vacanza bellissima a Istanbul), prenotato il volo. Tutto in un paio di ore.

Il 18 maggio siamo partite lasciando un tempo umido e piovoso e trovando l'estate.
Rodi mi ha subito stregata. Abbiamo vissuto giornate piene di stupore e di bellezza, di calore, di entusiasmo, di scoperte, di meraviglia, di amicizia. Profumi, sapori, suggestioni, intrecciati in alchimia perfetta. Non mi sentivo una turista, non mi sentivo straniera, mi sentivo perfettamente a mio agio. E non è certo stato un fastidioso dolore al ginocchio, poi rivelatosi una lesione al menisco, a togliermi la voglia di vedere, conoscere esplorare. 8 giorni, pieni, intensi, ricchi. Innanzitutto Gloria, la sua casa, sua figlia Nicole, i suoi meravigliosi gatti e il cane saggio Lumira.
I colori. La luce. L'accoglienza. La gentilezza. Il nostro appartamento, con la scala di legno colorata, le piccole finestre sul giardino e il famoso albero di Frangipane, le piante, la panca azzurra, l'indaco e il giallo delle pareti, le mattonelle fatte a mano, tutto con il tocco abile di Gloria, che sa pitturare, scolpire, restaurare, costruire, con le sue mani grandi e forti (Gloria è una bellissima ragazzona, così mi piace chiamarla). Mi sembra di conoscerla da sempre. E parlando sono venute fuori altre affinità, altre caratteristiche che ci accomunano, una su tutte la curiosità e la voglia di condividere con gli altri le nostre scoperte.
 La nostra vacanza è stata benedetta da una serie di incontri fortunati. Sull'aereo Ernestina ha incontrato un suo vecchio amico musicista, Erasmo, che andava a trovare un comune amico skipper, che Ernestina non vedeva da anni. E quindi la prima sera siamo andati tutti a mangiare in un ristorante appena fuori la Porta di S. Francesco, da Cosmas e la sua famiglia, ristorante che non abbiamo più voluto abbandonare. Cucina che ricordavo, dai sapori speziati e forti, ma molto curata e con qualche novità rispetto a quella che conoscevo, per esempio frittelle di fiori di zucca ripiene di feta e menta, oppure baccalà fritto con una gustosissima sala all'aglio, e pesce fresco tutte le sere. Il tutto a un prezzo massimo di 12 euro a persona. E poi abbiamo conosciuto Davide, grande affabulatore, amico di Gloria, che ci ha incantato e divertito con i suoi racconti, Una persona dolcissima e sensibile, anche lui trasferito da anni in Grecia. E Bruna, simpatica veneziana ex insegnante di tango, ora scrittrice, che ci ha portato a vedere i cavallini di Rodi, razza in estinzione curata da Temistocles e Yorgos,
un vecchio dallo sguardo dolcissimo, che pur con una sola gamba, riesce ad accudire i cavallini, a sussurrare loro, per calmarli e domarli, visto che erano praticamente allo stato selvaggio. Un pomeriggio al tramonto abbiamo visto capre e pavoni, in quantità incredibile, che sembrava facessero la ruota apposta per noi, alternando i loro richiami d'amore. E spiagge deserte, baie incantate, piccoli ristoranti sulla riva, cafeterie in piazzette ombreggiate da platani centenari. Ecco, gli alberi. Nella cittadella alberi e parchi dappertutto. Un verde che ristora, ben curato, protetto. Questa cosa mi ha fatto molto pensare. Gelsomini, bouganville, pitosfori, glicini ancora fioriti. Ma tutto in abbondanza. La città è grande: il castello le mura, i camminamenti, le porte. I primi giorni ci perdevamo, io lenta e un po' claudicante, Ernestina in testa con le mappe, a sopperire alla mia mancanza totale di senso di orientamento.Poi abbiamo imparato le scorciatoie, per vicoli ombrosi senza turisti, stradine di ciottoli, portali coloratissimi e ogni tanto qualche resto, qualche colonna e in lontananza la torre dell'orologio e il minareto della moschea.
Nella parte moderna alcuni edifici costruiti dagli italiani, quando Rodi apparteneva all'Italia, palazzi eleganti, un porto bellissimo con i mulini, e ancora giardini e parchi. L'ultima mattina sono andata al museo archeologico, dai giardini interni curati e profumati. Custodi severissimi mi hanno impedito di fare foto. Sono rimasta commossa da alcuni epigrafi marmoree, trovate nelle tombe, che raffigurano famiglie, madri, padri e figli, uniti in un abbraccio o mano nella mano, piccoli rilievi naif, che risalgono a qualche secolo prima di Cristo, ma incredibilmente moderni.

Fare acquisti è stata una gioia. Regali semplici cercati nei vari negozietti, senza farci tentare da quelli tipicamente turistici.

Gloria
Tutti cercavano di risponderci in italiano, gentili, accoglienti. Ho comprato una mappa antica dell'isola e una civetta in bronzo, da una signora sorridente che ha un piccolo negozio di cose antiche e ci ha portato a vedere le bellissime icone che dipinge sua figlia, con l'orgoglio di madre negli occhi. E il caffè, quello polveroso, da fare alla turca, con un bricco di rame, regalo del mio amore greco.
Io e Ernestina
Avrei ancora tanto da dire, ma devo lasciare che le emozioni si sedimentino: parlare con Gloria, andare con lei e Ernestina in giro in macchina a scoprire le spiagge più belle (i primi giorni abbiamo affittato una macchina, andando un po' alla cieca e scappando da Lindos, affollata di turisti), godere della quiete del suo giardino immergendoci, come in una sorta di cromoterapia, nei suoi colori, dormire in perfetto silenzio in un letto comodissimo, svegliata dal canto degli uccelli, a pranzo mangiare pomodori, feta e olive con quel pane scuro e ancora caldo preso nel meraviglioso forno- cafeteria vicino casa, farsi la doccia nel bellissimo bagno di pietruzze blu messe una a una con amore da Gloria, l'attenzione dei particolari, i biscottini e l'ouzo in frigo, una piccola provvista per cucinare... Cura, gentilezza, amore...Io e Ernestina alla fine ci siamo abbracciate e reciprocamente ringraziate per questo viaggio, così rigenerante e così speciale. E con Gloria ci stiamo scrivendo e la nostra amicizia, che  sembra così antica, è solo all'inizio. Il prossimo anno sarò in pensione e il primo regalo che mi farò sarà quello di stare a Rodi almeno per un mese, portando con me anche la mia piccola famiglia. A presto casa del Frangipane, a presto Gloria.

Grazie Grecia, grazie di cuore.
Efkaristos para poli.

giovedì 28 febbraio 2019

IL MIO ANGOLO ILLUMINATO (l'elogio della zucchina)



C'è un angolo della mia cucina, fra il lavello e la finestra che si affaccia sulle colline, la chiesa romanica e più a destra il tempio, che io chiamo “il mio angolo illuminato”. E non perché sia particolarmente luminoso. Nella mia casa non si può sfuggire alla luce, la luce la circonda, a trecentosessanta gradi, e data la posizione fortunata, posso gioire di albe e tramonti spettacolari. No, il mio angolo è “illuminato” perché da anni, da quando cioè cerco di ascoltami di più, mi sono accorta che proprio lì in quell'angolo io divento più serena, più consapevole e più felice. A partire dalla fine del '700, data di costruzione della casa, per molto tempo in quell'angolo c'è stato un focolare con un camino, e quindi decine di donne si sono alternate proprio lì a preparare il cibo, ad attizzare il fuoco, a pulire e lavare le verdure. E io in qualche modo sento la continuità di quei gesti, immagino i volti di quelle donne, la loro fatica, i loro sogni a quella finestra affacciata sulla bellezza. E mi sento una fortunata discendente di quella stirpe di donne in cucina, senza però il loro affanno, la loro fatica, visto che adesso, anche se ormai lo diamo per scontato, siamo circondati dalle comodità. Ma chissà forse anche loro, in quell'angolo a volte si concedevano la lentezza, la gioia dei piccoli gesti, tagliuzzare, sminuzzare, impastare, condire, inventare, in un'alchimia semplice, che io credo dovremmo recuperare. Per me la magia avviene soprattutto di sera. Il silenzio avvolge la casa, il buio non è ancora completo, il rosso infuocato del tramonto si sta stemperando e se il mio sguardo si sposta verso la sala da pranzo, dalla grande finestra vedo le isole e il mare.
E' la mia ora, quella in cui lascio tutti pensieri e gli affanni. Sono a casa, quella casa che ho scelto appena l'ho vista, come se fosse un amore. E che mi è sempre stata fedele, anche quando io, per stanchezza, davanti a qualche suo costoso acciacco a volte penso di disfarmene, per andare in una casa più comoda. Senza tutte quelle scale, senza tutte quelle crepe, senza tutte quelle mattonelle sconnesse. Ma le mie fantasie di infedeltà, durano meno di un giorno. Al primo tramonto, affacciata a una delle nove finestre, riprovo quella sensazione di assoluta meraviglia che mi fa restare immobile, grata, a respirare tutta quella bellezza, quasi come in preghiera. E lì in quell'angolo tutta la stanchezza della giornata svanisce. E' l'ora della minestra. Come un rituale, tutte le sere. La minestra mi conforta, mi fa sentire che mi sto prendendo cura di me, che posso concedermi il tempo di non fare nient'altro, di non pensare a nient'altro. E, mentre affetto una zucchina o una carota o una zucca, mi concentro sui gesti, con calma, nessuno mi corre dietro, divento un'artista che compone con quelle rondelle verdi, arancioni, gialle, la sua opera profumata.
Le mie mani trattengono gli odori, si inumidiscono, si animano, diventano mani utili, dopo ore a battere sulla tastiera di un computer cose che non mi appassionano. Le mie mani riprendono vita. E quando mi capita di cucinare per la mia famiglia o i miei amici, la gioia si moltiplica. Ma devo fare attenzione all'ansia da prestazione, alla fretta che si affaccia. Allora ogni tanto mi fermo e respiro. Tolgo qualche fogliolina secca alla pianta di basilico e mi rimetto al lavoro, rallentando. Tornando alla carota, alla zucchina, al coltello che le affetta, al loro colore, alla loro consistenza e mettendo da parte pensieri fastidiosi e superflui. Non ho bisogno di nient'altro. Ho tutto quello che mi serve. Il mio angolo illuminato. La mia finestra. Il mio respiro. Le mie mani.

mercoledì 10 ottobre 2018

CI SI AFFEZIONA AI LUOGHI

Ci si affeziona ai luoghi. Anche se a volte ce ne lamentiamo. Mi piace, non mi piace, avrei voluto questo, avrei voluto quello. Ma quando li dobbiamo lasciare, magari dopo più di vent'anni, mentre prepariamo gli scatoloni per il trasloco, ci accorgiamo all'improvviso di amarli, e tutto il tempo passato a lamentarci ci sembra un tempo sprecato inutilmente. Avremmo potuto amarli di più quei luoghi, avremmo potuto prendercene più cura, avremmo potuto guardarli con più benevolenza e tenerezza, avremmo potuto… Soprattutto quando si tratta di un ufficio. Certo in inverno (quando non accendevano i riscaldamenti, ed è successo per anni), e anche nelle mezze stagioni, faceva freddo, molto freddo e non ci si riusciva mai a scaldare, dovendoci coprire fino all'inverosimile, a volte addirittura mettendoci un plaid sulle gambe.

E d'estate, la luce abbagliante ci costringeva a chiudere le persiane e a stare in penombra, visto che la richiesta di mettere almeno una tenda veneziana non era mai stata nemmeno presa in considerazione. E le sere d'inverno, quando si usciva dall'ufficio, i lampioni erano spenti e bisognava attraversare il parco al buio, sperando di non fare brutti incontri. Senza poi tenere conto di quel lungo periodo in cui si era rimasti da soli nella palazzina deserta e i ladri erano entrati ben 5 volte, rubando tutto quello che potevano. Ci era stato prospettato un trasferimento in un altro ufficio, ma noi quell'ufficio lo amavamo, anche se la cosa poteva sembrare impossibile, lo amavamo e chiedevamo solo di poter lavorare al caldo e al sicuro. E senza la luce in faccia d'estate. Tutto qui. Ma la macchina burocratica, si sa, è piuttosto lenta e arrugginita e ha i suoi tempi. Eterni. E quindi per 21 anni si era rimasti lì. 21 inverni freddi, ma anche 21 primavere. Quando arrivavano le rondini era una gioia vederle volteggiare dalla finestra aperta, con il Tempio antico sullo sfondo. E nello stesso periodo veder schiudere i fiori d'arancio che di lì a poco avrebbero inondato il giardino del loro profumo. E quando l'albero di Giuda, dal duplice tronco contorto, che sembrava mimare un abbraccio, fioriva di viola, era uno spettacolo. E poi i merli saltellanti e i gatti della colonia felina, che si erano avvicendati negli anni, uno più bello dell' altro... E il laghetto, per anni trascurato, fino a seccarsi del tutto, aveva negli ultimi tempi ripreso vita con moltissime anatre, qualche tartaruga e numerosi pesci rossi. Nei pomeriggi di primavera e d'estate il chiasso dei bambini entrava dalla finestra ed era una nota allegra che rendeva quelle lunghe giornate di rientro meno pesanti. Un bel posto per lavorare, dicevano tutti, ma lì iniziava il lamento, più che giustificato: troppo freddo, troppa luce, troppo buio, troppa solitudine. Tutto sacrosanto. Tutto vero. Ma c'era il giardino. E gli anziani sulle panchine. Ma anche i tossicodipendenti. Le lunghe sere d'estate. Ma anche quelle buie e fredde dell'inverno. Nessun luogo è perfetto, come non lo sono le persone e alla fine ci eravamo affezionati. Lontani dai tumulti del palazzo, dai pettegolezzi, dall'atmosfera a volte pesante di una convivenza con qualche collega ostile. Tutto ha un prezzo. E quel plaid sulle gambe era forse il prezzo da pagare. Qualcuno ci diceva: "il lavoro è lavoro". Ma quel lavoro, al quale all'inizio avevamo tanto tenuto, appassionandoci e impegnandoci, era stato, per un insieme di cose, sempre più svilito, snaturato, in qualche modo oscurato. Ma questo è un altro discorso. 
E adesso, preparando gli scatoloni, qualche periodo felice e realizzato riemerge fra i faldoni. Qualche anno buono c'è stato. Di soddisfazioni, gratificazioni e riconoscimenti. Poi tutto è cambiato. Ma questa è un'altra storia. Quanta roba si accumula in 21 anni. Quanta fatica a catalogarla, smaltirla, o semplicemente destinarla all'archivio. Fatica psicologica, soprattutto. Ricordi che si susseguono. Speranze. Gioie. Delusioni. E adesso, a poco più di un anno dalla pensione, arriva il trasferimento in un'altra sede. Più bella e spaziosa, ancora più luminosa (temo che il problema delle tende si presenterà di nuovo), con tanta gente, pubblico e colleghi, e vari uffici, anche di un altro ente. E il distributore di caffè e bibite. Ci si potranno sgranchire le gambe e scambiare due chiacchiere con qualcuno, durante la pausa. Ma senza il giardino. A pensarci bene, tutta questa solitudine, tutto questo silenzio, l'avevamo voluti e cercati noi. E adesso che forse siamo pronti, è arrivato il momento di stare in un luogo pieno di persone, di stanze, di relazioni. E il parco con le anatre e gli alberi d'arancio ce lo potremo godere nel tempo libero. E forse guarderemo quella finestra con un po' di malinconia. Ma solo un po'. E ci godremo la vita. 

Sto traslocando l'anima
fra scatole e cartoni
nascoste le emozioni
i trucioli rimasti
svolazzano su un vuoto 
di memoria.

lunedì 10 settembre 2018

FRATELLI DI LATTE

In questi giorni di odio, di parole pesanti, di aggressività, di spaccature profonde, di cinismo, di assoluta mancanza di compassione per i più deboli e più sfortunati, in un crescendo allarmante che non so dove ci porterà, vorrei condividere una cosa bella che mi è successa tanto tempo fa.





Aprile1982. Dopo un meraviglioso viaggio di un anno con il mio compagno, poi diventato mio marito, che ci ha portati dal Messico fino alla Costa Rica e, per finire, in Perù, arriviamo a Cuzco quando io sono incinta di 5 mesi. Città meravigliosa, ma piena di contrasti: da un lato i lussuosi Hotel e i ristorantini tipici per turisti. Strade pulite, folclore, venditrici di souvenir.
Dall'altro la vita degli indios in casupole di paglia e fango, strade sterrate con fogne a cielo aperto. Miseria. 
La data del parto si avvicina. Il mio ginecologo, che si chiama Darcy Aguirre ed è molto preparato e gentile, mi suggerisce di andare a vedere l'ospedale dove partorirò. E' un edificio verde abbastanza fatiscente. Prenoto una stanza singola, perché, mi suggerisce Darcy, le condizioni igienico-sanitarie delle camerate non sono fra le migliori. Scoprirò poi che la stanza singola è lo spogliatoio delle infermiere. Io comunque sono fiduciosa e non vedo l'ora di tenere fra le braccia la mia bambina. 

Notte di S. Lorenzo, doglie. Il parto si rivela complicato. Cesareo d'urgenza. Anestesista che arriva da Lima con l'elicottero. Per tutta la durata dell'intervento con epidurale mi terrà la mano e mi accarezzerà la fronte. Darcy per tranquillizzarmi mi parla di Sophia Loren. Alla radio, in sottofondo, la musica dei Beatles. Io continuo ad essere fiduciosa. Olivia nasce. E' meravigliosa. Me la mettono subito accanto nel letto. Io e lei abbracciate. Ma c'è un imprevisto: una improvvisa emorragia, shock emorragico. Accanto a me, spaventata, c'è mia madre, che non vedevo da più di un anno. E mio marito. I medici e le infermiere, solerti, silenziose e sorridenti, si fanno in quattro. Pericolo superato. Il mio seno scoppia, ma mia figlia non si attacca, dorme sempre. Ci tengo ad allattarla, l'ho sempre desiderato, non demordo. Ma niente. Rischio la mastite. In Italia forse mi avrebbero suggerito di passare al biberon, ero debole e la bambina doveva nutrirsi. Una giovane infermiera gentile, prova con il tiralatte, poi un'infermiera più attempata prova con un massaggio manuale, per sciogliere l'accumulo di latte. Ricordo l'impegno con il quale insisteva e le sue mani arrossate e screpolate dal freddo (Cuzco si trova a 3300 metri di altezza). Ancora niente. La capo-sala fa una specie di consulto con le altre infermiere e poi si avvicina al mio letto. 
Io sono stanca e un po' triste. 
“Ci sarebbe una soluzione- mi dice- ma lei deve essere d'accordo. “Qualunque cosa, - rispondo io - qualunque, ma fatemi allattare la mia bambina.” “Dovrebbe allattare un altro bambino”. “E qual è il problema?- rispondo io- portatemelo subito. “Sì, ma è un bambino indio, e non era mai successo prima, in questo ospedale, che una donna bianca allattasse un bambino indio”. 

Mi portano un bambino dalle gote rosse, con il tipico cappellino  con il paraorecchie. E' bellissimo. Lo accolgo fra le mie braccia e me lo metto al seno. E' molto grosso e vorace, si attacca subito. Sua madre ha avuto un parto più difficile del mio e non ha latte. Lo allatterò per tre giorni, insieme a mia figlia. Olivia ha un fratello di latte. L'ultimo giorno, prima di essere dimessa dall'ospedale vedo affacciarsi alla porta della mia stanza un gruppo di indios, scalzi, con i ponchos scoloriti e stracciati. Sono i familiari del bambino, venuti a ringraziarmi. Un sorriso muto, riconoscente e poi “ Gracias Senora, gracias, que Dios la bendiga” Queste parole, semplici e amorevoli, mi accompagneranno per tutta la vita. E ringrazio anch'io: Darcy, l'anestesista dalle mani materne, le dolci infermiere che non si sono arrese, la caposala, che mi ha fatto quella proposta per lei così inusuale, e il piccolo bambino indio che mi ha fatto sperimentare per la prima volta la gioia di un contatto così intimo e colmo di amore. C'è stata cura, c'è stata accoglienza. Io ero la straniera e mi hanno aiutata. Io avevo bisogno e nello stesso tempo ho potuto aiutare. Con naturalezza, in maniera istintiva, come dovrebbe accadere fra esseri umani, figli della stessa terra. Per questo le parole respingimento, schedatura, pacchia, mi fanno male, molto male al cuore.
Pochi giorni fa ha fatto il giro della rete l'immagine di una poliziotta americana che allatta al seno il bambino di una giovane clandestina messicana che è stata imprigionata. Naturalmente quell'immagine mi ha riportato alla mente e al cuore il fratellino di latte di mia figlia. Chissà dove sarà adesso, chissà come starà. L'unica cosa che so è che l'11 agosto ha compiuto 36 anni. Spero che il mio latte gli abbia portato fortuna. E che stia bene e in buona salute. Glielo auguro con tutto il cuore. E lo ringrazio per averci aiutate.