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martedì 16 gennaio 2018

INCANTO E MERAVIGLIA (L'incontro con le sorelle Mazzetti)






Ci sono persone che lasciano tracce luminose. Quando si muovono, quando parlano, quando compiono i semplici gesti quotidiani. Stare loro accanto, anche solo per poche ore, è un nutrimento per l’anima, un fertilizzante che fa fiorire fiducia, allegria e creatività. Ma soprattutto è un modo per non avere più paura del tempo che passa. Perché l’età, gli anni, sono un fatto assolutamente relativo. Queste persone ti insegnano, con il loro stare nel mondo, che ogni attimo è prezioso e che si può continuare a progettare, a entusiasmarsi, a fare sogni e a realizzarli, a ogni età. A dispetto dei malanni che dell’età sono l’inevitabile corollario. E quindi è salutare ogni tanto andarle a trovare, guardarle, ascoltarle, farsi abbracciare dal loro calore e dalla loro freschezza e dalla loro assoluta autenticità. Nessun fronzolo, nessun convenevole, nessuna frase fatta. Solo l’essenza vibrante e luminosa del loro pensiero, dei loro sorrisi, delle loro parole.

Da qualche anno, forse una decina, io frequento la casa di Paola e Lorenza Mazzetti. Sullo stesso pianerottolo, dietro una porta, si aprono le stanze di Vincenzo Loriga, compagno di Paola.

Paola la conoscevo già. Eravamo state insieme a un paio di ritiri di consapevolezza, in un ex monastero benedettino a Viterbo. Mi aveva incantato il suo sorriso. Da bambina. Anni dopo sono andata da lei per un percorso di psicoterapia. E lì ho conosciuto la sua sorella gemella Lorenza.
Al primo appuntamento un grosso equivoco: mi apre la porta Lorenza, io la saluto con calore e le dico che sono contenta di rivederla e che ho fiducia nel percorso che faremo insieme. Lorenza, piuttosto stupita, mi dice che non mi conosce e che io e lei non faremo insieme nessun percorso.  Io insisto:"Ma come, non ti ricordi di me? "pensando fra me e me che forse, per via dell’età, Paola stia avendo un piccolo episodio di smemoratezza, ma niente da fare. Finalmente dopo un bel po’ l’equivoco si chiarisce. “Ma io non sono Paola!” Piccolo istante di silenzio che rafforza il mio timore... “...Sono Lorenza, la sua gemella!” Una bella risata e un grosso sospiro di sollievo... e così ho conosciuto Lorenza. Identica a Paola, solo appena un po’ più robusta. Stesso taglio di capelli, stessa voce, stessa erre francese. La loro casa sui tetti a Largo Argentina è un susseguirsi di piccole stanze intorno a un salotto accogliente e colorato di quadri, tanti quadri, dappertutto, alle pareti e appoggiati in terra, e libri, foto, cuscini, piante, gabbiani che quasi entrano in casa dalle grandi finestre spalancate sulla cupola della Chiesa di S. Carlo ai Catinari. E su un tavolino basso, pieno di libri, riviste, piccoli schizzi allegri su un block notes, probabilmente di Paola (riconosco il tratto leggero) non mancano mai una teiera e delle tazze. E un meraviglioso gatto quasi sempre acciambellato su una vecchia poltrona di damasco blu.

Colore, fantasia, disordine creativo. Sembra una casa di studenti. E l’odore è un odore inconfondibile di spezie, soprattutto curcuma, e colori a olio. Nella cucina atelier dalle grandi vetrate affacciate su una delle terrazze, si cucina e si dipinge sul lungo tavolo di legno. E vasi, vasetti, acquerelli, pennelli, mestoli e cucchiai convivono con disinvoltura sulle mensole in un caos vibrante e colorato che mette allegria. Di Lorenza ho scoperto poi tante cose. Che ha inventato una corrente cinematografica a Londra, alla fine degli anni 50, il Free Cinema, insieme ad altri cineasti poi diventati famosi. Che per girare il suo primo film, ha rubato macchina da presa, luci, cavalletto e pellicola nel College dove era ospitata. Che una volta tornata in Italia, su suggerimento del suo analista, ha iniziato a scrivere, a Sperlonga, il suo romanzo autobiografico “Il cielo cade”, per dare voce al dolore che aveva cercato di dimenticare andando a Londra, ma che continuava a perseguitarla. Ma più che di dolore possiamo parlare di tragedia. Lorenza e Paola, rimaste orfane, prima di madre, morta di parto, e poi di padre, furono affidate alla zia materna Nina Mazzetti, sposata con il cugino di Einstein. Nella loro villa in Toscana trascorsero un’infanzia e un’adolescenza felici, finché nel ’44 la zia e le cugine non furono uccise dai nazisti davanti ai loro occhi. Paola e Lorenza furono risparmiate perché non ebree. Lo zio, Robert Einstein, che era riuscito a fuggire, si suicidò l’anno dopo. E quel libro che molte case editrici avevano rifiutato, grazie a Cesare Zavattini che lo aveva proposto ad Attilio Bertolucci, ha vinto nel 1962 il Premio Viareggio.
L’infanzia di Paola e Lorenza, viene raccontata da una voce di bambina, espediente che ha aiutato Lorenza a fare un passo indietro nella narrazione e a riuscire a esprimere, con uno sguardo incantato, un’infanzia bella e felice, preservandone la meraviglia, a dispetto del tragico epilogo. Il libro anni dopo è diventato un film. Fra gli interpreti Isabella Rossellini. Ma la memoria autobiografica di Lorenza si è espressa oltre che con altri libri, anche con la pittura. Di ritratti, dal tratto vagamente naif, che conservano lo stesso sguardo incantato del libro. E successivamente di paesaggi toscani. Quindi film, libri, quadri. E burattini. Le due gemelle per anni hanno animato il “Puppett Theatre" di Campo de' Fiori, facendo la gioia dei bambini. Ma i multiformi talenti di Lorenza non si fermano qui: per un periodo ha tenuto sulla rivista “Vie Nuove” una rubrica di corrispondenza con i lettori, a sfondo psicologico. 

E Paola? Psicologa e psicoterapeuta, conduce laboratori di “Attivazione creativa”, metodo da lei ideato, sul quale ha scritto un libro. E ha pubblicato, illustrandoli con i suoi disegni dal tratto giocoso, un libro sui Fiori di Bach e uno sui segni zodiacali. I suoi quadri a tecnica mista, sono onirici e fiabeschi, e ricoprono molte pareti della casa. Negli incontri che lei offre ogni mercoledì avvengono piccoli miracoli di creatività ed espressività. Attraverso la metafora teatrale e la pittura spontanea i partecipanti esplorano i propri vissuti e le proprie emozioni, dando loro una voce e una forma. E al termine una bella spaghettata e al suono di una musica anni ’60 Lorenza e Paola che aprono le danze!


Come non rimanere colpiti da una tale energia e vivacità intellettuale? Dimenticavo un piccolo particolare: Lorenza e Paola stanno per compiere 91 anni. Ma il loro sguardo, la loro voce, il loro stupore, sono quelli di due ragazzine. E Vincenzo Loriga, compagno di Paola, di anni ne ha 97. Anche lui non è da meno in quanto a energia creativa: psicoanalista junghiano e affermato poeta, ogni martedì conduce, sempre in quella casa, affollati pomeriggi letterari. Martedì scorso si è parlato di Montaigne. 
 Non potevo tenere solo per me un tale tesoro. E con Francesco Canini,  artista e titolare della Aqua Art Gallery, abbiamo pensato di organizzare un evento dal titolo “Le sorelle Mazzetti”. L’appuntamento è alle 17,30 di sabato 27 gennaio, al Museo della Città di Terracina. Avremo modo di conoscere Paola e Lorenza, di ascoltare il racconto avvincente della loro vita e della loro arte, di fare domande e soprattutto di “respirare” la loro inesauribile creatività. Successivamente, intorno alle 19,30, ci trasferiremo nella Aqua Art Gallery dove ci sarà l’inaugurazione della mostra dei loro quadri.
Non perdete l'occasione di questo incontro di puro incanto e meraviglia. Ne varrà la pena. Ve lo assicuro.







lunedì 11 dicembre 2017

L'ARTE DELLE DONNE ( dedicato alle mie amiche artiste)




C’è che l’Arte delle donne mi commuove.
"La sedia di Gomez" acquerello di Germana Galdi
Mi fa vibrare, mi coinvolge, mi appassiona. Perché so cosa c’è dietro: lo sforzo supplementare, la fatica, il desiderio. E quanti ostacoli e ostruzionismi deve superare, spesso proprio da parte di chi ci vuole bene e a volte per proteggerci ed evitarci delusioni, questa è l’apparente giustificazione, ci dice frasi del tipo: “Con  la poesia, la pittura, la scultura, la fotografia, la musica, il canto ecc. ecc. non si vive. Meglio un lavoro fisso...di questi tempi.” E noi nel frattempo, e spesso a malincuore, il lavoro che abbiamo, fisso o meno, ce lo teniamo. Ma proprio non riusciamo a considerare la nostra Arte un hobby, un passatempo. No, non ce la facciamo. E’ carne e sangue, gioia e dolore, frustrazione e soddisfazione. E fatica, tanta. E a volte una sensazione di vuoto e di solitudine. Vorremmo poter parlare delle nostre intuizioni, delle nostre conquiste, dei nostri progressi, dei nostri apparenti momenti sterili, con qualcuno che ci sostenga e ci capisca. E ci dica, quando ci va bene, che è felice per noi, e quando invece siamo a un punto morto, di andare avanti, e ce lo dica a parole o magari solo con un abbraccio. Perchè l’Arte è una pianticella che ha radici profonde, nei nostri talenti, nella nostra volontà, nella nostra disciplina, ma va nutrita, con parole gentili, sorrisi, carezze, regali. Per questo è importante che le artiste si sostengano a vicenda.
"Lisa says" di Giovanna Noia
E gioiscano ognuna del successo dell’altra. Con generosità, sorellanza, sollecitudine, cura.  In uno scambio proficuo di suggerimenti, informazioni, incoraggiamenti. Che vada a creare una rete di sostegno, molto elastica e forte, che non ci farà precipitare quando cadremo giù, per qualunque motivo. E nel frattempo l’Arte, che è dentro di noi, sempre, quando lavoriamo, quando cuciniamo, quando accudiamo i nostri bambini, se ne abbiamo, si sentirà protetta, al riparo, compresa, mai minimizzata da parole maldestre, dette con superficialità da chi non riesce proprio a capirci. Noi di questo abbiamo bisogno. Di comprensione. Di rispetto.  E di delicatezza. Le artiste sono fatte di un materiale delicato e prezioso. Da maneggiare con cura. Una parola disattenta potrebbe fare danni. E quindi Germana, Giovanna, Paola, Antonella, Maria 1, Silvia, Iole, Gianna, Ornella, Alessandra, Stefania, Teresa, Eleonora, Cecilia, Camilla, Maria 2, Raffaella, Lelia, Francesca e tutte le altre, non siamo sole! E siamo tante. Ogni tanto facciamo un fischio, di quelli che perforano i timpani, chiamiamoci a raccolta, e non temiamo di tirare fuori la nostra voce, che unita a quella delle nostre amiche, diventerà ancora più vibrante e più potente per dire: io sono un’artista, io sono qui, ci sono.

martedì 13 dicembre 2016

LA PASSIONE SILENZIOSA DI VIVIAN MAIER



Vivian Maier (1926 - 2009).


Questa storia mi commuove. Una donna a N.York che fa la tata. Una vita comune. Una vita solitaria. Ma ogni giorno, per 50 anni, cammina per le strade, prima e dopo il lavoro, e scatta foto ai passanti, di tutti ceti sociali.  Non le stamperà mai e mai vedrà il risultato del proprio lavoro. Vivere l’attimo, senza pensare al dopo, e fermarlo con una foto, centinaia di foto, migliaia e migliaia. Solo per la gioia, pura, incondizionata, di scattarle, in un flusso continuo di creatività che altro non chiede se non di essere semplicemente vissuta, senza pensare al risultato. Nessuna forma di narcisismo, di autocompiacimento, di attaccamento, di brama. E’ un caso, credo, più  unico che raro. Che mi fa amare questa donna, libera, totalmente libera, e piena di passione. Non avremmo mai conosciuto la sua sterminata produzione, se per caso, un acquirente a un’asta, non avesse comprato un baule pieno zeppo di rullini fotografici. Un tesoro. Grazie Vivian Maier. Per aver custodito per così tanto tempo un segreto. Che ti ha reso, immagino, felice. Chissà che storie raccontavi ai bambini dei quali ti prendevi cura. Mi viene da pensare che fossero storie avvincenti e umane. Come quell’umanità, che tu fotografavi, con occhi puri, libera da pregiudizi, bella nella sua autenticità, sincera.


 Ti prendevi la tua libertà
Per le strade

Ogni giorno

Prima e dopo il lavoro

Volti

Gesti

Sguardi

Catturati

Come in una caccia

Senza spargimento di sangue

Solo un clic



Ti bastava



Neanche le stampavi

Quelle foto

Un rullino al giorno

Per cinquant’anni

Migliaia e migliaia

Vorace



Ti bastava



In quella luce

Bianca e nera

Riposavi la tua solitudine

Loro non sapevano

Ma ti erano fratelli

E li hai consegnati all’eternità

Con i tuoi scatti

Un regalo

Mai ricevuto

Ma basta il pensiero

Non credi?



Ti bastava



Tornare a casa

Sola

Avendo fatto il tuo dovere

E non avendo sprecato

Un’oncia di vita

Anche se non era la tua



Ti bastava


































martedì 28 luglio 2015

TUTTO L'AMORE DEL MONDO





Un uomo e una donna sono seduti uno di fronte all’altra. Li divide un tavolo di legno chiaro. Lei ha lunghi capelli neri e un vestito rosso fuoco. Lui ha la barba sale e pepe, è vestito di scuro e ha delle scarpe da ginnastica bianche e nere. Prima di lui su quella sedia  si sono sedute per un minuto alla volta, molte altre persone. In silenzio. Occhi negli occhi con la donna in rosso. E’ una performance all’interno di una mostra retrospettiva al MoMA di N.Y.  Il titolo è “Artist is present”. 



Mi è successo molte volte, all’interno di seminari di crescita personale e durante la mia formazione come Art Counselor, di fare questo esercizio. Ed è un’esperienza sempre molto intensa e commovente. Guardare negli occhi uno sconosciuto, una persona che si conosce poco, ma anche un amico, all’inizio è imbarazzante, si fa fatica a non abbassare lo sguardo, il cuore accellera i battiti, a volte si prova vergogna, addirittura fastidio. Il tempo sembra non passare mai, eppure si tratta solo di minuti. Ma a un certo punto c’è uno scatto. Gli occhi che guardiamo ci diventano all’improvviso familiari. In quello sguardo riusciamo a intravedere un mondo. Entriamo in intimità con quello sguardo e accade che vi scorgiamo un baluginio che ci commuove. E’una sorta di umanità arresa che ci mette l’uno in balia dell’altro, nudi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, è proprio vero, con gli occhi non si può barare e in quei  minuti noi siamo sinceri, ci consegniamo all’altro, ci arrendiamo, non al nemico, ma all’amico che è lì davanti a noi e ci diventa specchio. Alla fine, immancabilmente, gli occhi di entrambi si inumidiscono. Qualcosa si è sciolto, emergono tenerezza, fragilità, affetto, condivisione. Abbiamo creato un ponte di sguardi, abbiamo rotto l’incantesimo che ci rendeva estranei, ostili, diffidenti.
Ecco, tornando alla donna in rosso e all’uomo seduto davanti a lei al MoMA,  nel meraviglioso video che ho avuto il dono di vedere, accade qualcosa d’imprevisto. Lei è l’artista serba di fama internazionale  Marina Abramovic, lui è Ulay, il compagno di vita e di lavoro da cui si è separata trent’anni fa. Prima di lasciarsi, nella loro ultima performance insieme, dal titolo “The lovers” i due hanno camminato ciascuno da un lato della Muraglia Cinese per 2500 Km, per poi incontrarsi a metà strada e dirsi addio. Da allora non si sono più rivisti. Lo sguardo di Marina, quando riconosce Ulay, lo stupore, la tenerezza, la commozione che emana, e l’amore che subito trasuda dagli occhi umidi di Ulay, e quella mano che Marina gli porge, quella stretta, prima che lui si alzi e lasci il posto ad un'altra persona su quella sedia... sono una cosa meravigliosa.  Per qualche istante Marina rimane trasognata, poi si asciuga  gli occhi e nel suo sguardo, che regala alla donna seduta di fronte a lei, c’è tutto l’amore del mondo.


 

giovedì 28 maggio 2015

ETTY HILLESUM E LA GIOIA




Se dovessi scegliere di portare un solo libro con me su un’isola deserta, uno soltanto, non avrei dubbi: porterei con me il Diario di Etty Hillesum.
Leggerlo è stata per me una rivelazione e una sferzata di energia creativa e di amore per la vita. Etty ti entra nel cuore e succede a tutti quelli che l’hanno conosciuta, di non poter fare a meno di chiamarla così, solo per nome, come fosse un’amica, una sorella. E le sue parole e la sua voce, limpida, cristallina, ti scuotono, dolcemente, ma ti scuotono e ti rendi conto che riuscire a guardare la vita come faceva lei, con infinito amore, accettazione e gratitudine, è un dono che ci possiamo concedere. Riuscire a godere di ogni attimo, anche in mezzo alla tempesta, riuscire a scegliere di guardare la bellezza in mezzo all’odio e alla devastazione, riuscire a non odiare chi ci annienta, riuscire a portare conforto con la nostra sola presenza, a “restare umani” a prescindere dall’orrore che ci circonda, riuscire ad amare incondizionatamente, a perdonare e perdonarsi, questa è la meravigliosa lezione di Etty. Che ci insegna anche, attraverso le sue parole, a non avere paura del cambiamento, dell'impermanenza: oggi sono allegra, fra mezz’ora sarò triste, domani forse sarò annoiata, ma non perderò mai, comunque, la capacità di accettarmi e di volermi bene così come sono e di fare la stessa cosa con gli altri. Una meravigliosa tenerezza che può illuminare tutto quello che facciamo. Vorrei condividere con voi solo alcuni brani del suo diario e invitarvi a leggerlo e rileggerlo. Grazie Etty, amica mia.



“Stamattina una profonda tranquillità. Proprio come una tempesta che si è calmata. Mi accorgo che questo stato d’animo si ripete ogni volta: dopo giorni di vita interiore terribilmente intensa, ricerca di chiarezza, doglie patite per sentimenti e pensieri che non sono affatto pronti per nascere, enormi pretese da parte mia, e la ricerca di una piccola forma propria che diventa di un’importanza capitale, ecc. ecc.- ecco che poi tutto questo affanno improvvisamente mi cade di dosso; il mio cervello è piacevolmente stanco, c’è bonaccia di nuovo, sento quasi una sorta di dolcezza anche verso me stessa e su di me cala un velo attraverso cui la vita filtra più mite, e spesso più ridente. Sento allora di essere tutt’uno con la vita..... ( Diario, pag 85).



“Fa’ ciò che la tua mano per caso si trova a fare e non pensare al poi. Quindi adesso si fa un letto, si portano le tazze in cucina e poi si vedrà. Tide riceve i girasoli di oggi, la mia ragazzina deve imparare un po’ di pronuncia russa, e quello schizoide che supera le mie capacità di comprensione, deve essere studiato a fondo. Fa’ ciò che la tua mano e il tuo spirito si trovano a fare, tuffati in ogni ora e non metterti subito a ruminare coi tuoi pensieri, le tue parole e le tue preoccupazioni sulle ore successive. Devi riprendere in mano la tua educazione.” ( Diario, pag. 67).



“La sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un’altra persona. Molti invece, soprattutto  donne, attingono le proprie forze da altri.: è l’uomo la loro sorgente, non la vita. Mi sembra un atteggiamento distorto e innaturale.” (Diario, pag 50)



Etty Hillesum è morta in un campo di concentramento nel 1943. Avrebbe potuto evitare la deportazione ma ha scelto di partire e così ci ha lasciato scritto: “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.” Aveva 29 anni e il suo sogno più grande era diventare una scrittrice.

venerdì 3 aprile 2015

"NCAPACE": MEMORIA E POESIA



Sono andata a vedere il film NCAPACE di Eleonora Danco per la seconda volta. Per godermelo e assaporarmelo in silenzio. Alla fine ero ancora più commossa ed emozionata della prima volta. E per molti motivi.

Il film di Eleonora è un film bello e poetico. Dalla prima alla ultima immagine. Non voglio addentrarmi negli aspetti tecnici e stilistici, a questo hanno già pensato, e compete loro, i critici cinematografici. Voglio solo condividere con voi le emozioni che ho provato.

Una delle ultime frasi che Anima in Pena- Eleonora pronuncia è: “Ho tutta questa memoria negli occhi che mi salva” E’ qui secondo me la chiave di lettura di tutto il film. Salvarsi, attraverso la memoria. Anche se è un percorso doloroso, straziante. Ma i ricordi sono lì, ti strattonano, incalzano, non puoi non ascoltarli. Bisogna scendere negli abissi. Ed Eleonora,  coraggiosamente, lo fa. La tuta che fa indossare e indossa in alcune scene è probabilmente una tuta da astronauta, ma mi piace pensare che possa essere anche una tuta da palombaro, per scandagliare le acque profonde della memoria, delle cose non dette, delle risposte non date. E lei chiede con la sua bella voce da ragazza, gentile ma autorevole, chiede, e non si può non risponderle, con espressione di imbarazzo, schermendosi con una risata o facendo finta  di non sentire, magari una domanda sulla morte. Che? Chiede Mafalda, la meravigliosa Mafalda, che a tutte le altre domande ha saputo rispondere con arguzia, saggezza e voce squillante. Che? E vengono fuori storie, per ognuna si potrebbe girare un film, tante storie, che a volte fanno accapponare la pelle, oppure semplicemente ci inteneriscono e ci fanno sorridere. Come può esistere l’anima, se si pensa ai morti nei sommergibili, da dove può essere uscita l’anima laggiù in basso, no, l’anima non esiste... E sempre Mafalda: se esiste la mamma esiste Dio, si dice sempre Oddio mamma... Oppure la giovane buffa e tenera Marianna che parla delle sue giornate, dei suoi libri non letti, dell’amore. O lo splendido Giacomo che mima il suo primo bacio. E che dire del ballo della minuscola badante? Esilarante, un’esplosione di energia pura, contagiosa. E poi il padre di Eleonora, che fa questo grande dono alla figlia, di esporsi, di parlare, anche se schivo, anche se a certe domande non se la sente di rispondere e i suoi occhi diventano sempre più stretti e si inumidiscono di pianto quando parla della moglie che non c’è più. Ma Eleonora, incalza, con amorevolezza, ma incalza. Perché papà? Dimmi papà... E in quei momenti ci costringe a confrontarci, noi tutti, con l’ambivalenza dei sentimenti e con la paura della vecchiaia e della morte, quella nostra e quella dei nostri genitori. Noi li amiamo i nostri genitori, ma non sopportiamo, proprio non sopportiamo che diventino vecchi, fragili, insicuri. E allora proviamo rabbia, ci dà fastidio quello che dicono, come mangiano, i loro gesti rallentati. Ma è solo paura, solo dolore. Ed Eleonora ce lo mostra con coraggio. Perché ci vuole coraggio a superare certi confini, a esporsi, a parlare di domeniche tristi, di solitudine, di case vuote, di mamme che non ci sono più. Ma ci sono i giovani oltre ai vecchi nel film, nessuna età di mezzo, a parte quella di Eleonora. E i giovani che Eleonora intervista spesso non hanno cultura, sembrano persi, ma sono belli lo stesso, perché lei riesce a catturare la loro umanità, la loro anima, che nonostante tutto è luminosa e vibrante. C’è molto amore in questo film e molto rispetto. E c’è Saudade, questa parola portoghese intraducibile, che vuol dire tante cose: malinconia, nostalgia, rimpianto, tenerezza. Terracina, la città di Eleonora, la mia città, appare bellissima, luminosa e spaziosa. Ed Eleonora ce la porge in alcune immagini surreali, a volte metafisiche (la piazza bianca, gli archi del tempio, le statue del museo). E lei appare e scompare, chiara, eterea, oppure con una tunica scura che svolazza e ci offre il suo corpo agile e vitale, per un attimo nudo, o ricoperto di Gentilini in una vasca da bagno, sdraiato in un letto per strada, che rotola sugli scalini della cattedrale.... La fotografia meriterebbe un discorso a sé. Alcune immagini dei visi dei ragazzi e delle ragazze ricordano le foto di Henri Cartier Bresson. E all’inizio del film, quell’ombrellone sfilacciato, quella madre di spalle, Eleonora che vuole fare il bagno...la spiaggia deserta... Pura poesia.

Mi fermo qui. Eleonora grazie, di tutto. Per la tua gentilezza, la tua forza, la tua generosità. Aspettiamo con gioia il tuo prossimo film. Non vediamo l’ora.


sabato 21 marzo 2015

L'ARTE DI ELABORARE IL DOLORE







Qualche anno fa per il mio compleanno mi sono fatta un regalo speciale. Sono andata a Napoli a vedere la mostra di Louise Bourgeois al Museo Nazionale di Capodimonte. Sono stata ospitata da una mia cara amica che ha una casa bellissima che si affaccia su Piazza Plebiscito e mi sono concessa delle meravigliose colazioni al Gambrinus, bar storico che ogni volta mi emoziona. Come pure mi emozionano la gentilezza e il calore dei napoletani, che mi fanno sentire subito a casa, in una casa caotica e rumorosa, ma vitale e generosa, buona. A Napoli gli uomini sono gentili e hanno quel comportamento un po’ cavalleresco che da  ormai da tempo viene piuttosto trascurato. E per la strada, anche se non sei più giovane, ti guardano e ti sorridono. Ho atteso l’ultimo giorno per andare a visitare la mostra. Era da tanto che aspettavo un occasione del genere, Louise era quasi centenaria  e volevo vedere le sue opere prima che lei se ne andasse, per trasmetterle la mia ammirazione e il mio affetto, che sicuramente, lo sapevo, in qualche modo invisibile e misterioso, le sarebbero arrivati. Quel 3 dicembre era una giornata fredda e piovosa. Il museo era deserto, eravamo solo tre visitatori. Dopo pochi minuti ci siamo dispersi per le sale e io mi sono trovata tutta sola, a parte qualche raro e distratto custode, a tu per tu con le opere del mio mito.  Nell’atrio un enorme ragno di ferro.
Un’opera possente e nello stesso tempo delicata. E via via nelle varie sale, in un progetto estremamente visionario e coraggioso, la modernità delle installazioni, delle forme, dei tessuti strappati e solcati, dei falli appesi, delle maschere, dei manichini, delle gabbie di ferro, contrapposti ai dipinti di Caravaggio, Pollaiolo, Raffaello, Tiziano e molti altri pittori, in un contrasto apparentemente provocatorio e dissacrante che spiazzava e mi provocava un tuffo al cuore. Ho vagato come in trance per quelle sale, sola, sembrava quasi un film. Tanta modernità e tanta classicità in una sede di per sé meravigliosa, nel silenzio totale, nello spazio vuoto, ormai abituata a mostre sovraffollate. Un sogno, un miracolo. In una sala enorme, dove ho immaginato si svolgessero delle grandi feste, con danze e musiche, non ho potuto fare a meno di mettermi a ballare. A occhi chiusi ho danzato, come rapita da quell'atmosfera, sperando che il custode nella sala adiacente non se ne accorgesse. 

      







Ma i miei passi erano delicati e silenziosi e comunque sapevo che un’occasione come quella non mi sarebbe mai più capitata nella vita, mai più. Estasi, commozione, gratitudine. Un bel regalo, veramente. E Louise Bourgeois era lì con me, con tutta la sua energia, la sua rabbia,  e il suo sorriso buffo da bambina. Nella sua casa atelier di N. York ha accolto fino all’ultimo i giovani artisti che volevano imparare da lei il segreto della sua forza e della sua enorme creatività. E il segreto stava lì, nel suo dolore, che doveva essere vivisezionato, rappresentato, sublimato. Il dolore di un tradimento vissuto da bambina. Suo padre era diventato l’amante della nurse e sua madre, che lo sapeva, non aveva saputo impedire che la menzogna e la finzione si impadronissero di quella casa e di quella famiglia all’apparenza così per bene, così borghese. E Louise per tutta la vita ha dovuto combattere contro quella menzogna, per non venirne sopraffatta. Il grande ragno era la madre, così ha raccontato lei, che tesseva  la sua tela e non si preoccupava dei piccoli, rappresentati da piccole biglie di ferro. E tutta la sua arte è imbevuta di quel dolore antico, di quella rabbia, che lei ha saputo plasmare, a volte in maniera grottesca, in piccole opere, spesso a carattere erotico, e altre volte ingigantire a dismisura, creando dei mostri che incombono e non ci fanno certo distrarre dal dolore primario.
Eppure a vedere le sue foto, Louise Bourgeois ha un’espressione felice, il viso solcato da rughe infinite ha una bellezza infantile, come pure il suo sguardo, buffo, ammiccante, curioso,  con una impercettibile vena di malizia. Louise è morta due anni dopo quella mostra. Le hanno dedicato una retrospettiva a Venezia, ma io non ci sono andata. Il ricordo delle sale deserte della Reggia di Capodimonte e di quel ragno nell’atrio, era dentro di me, al caldo, commosso, ben protetto e io non volevo confonderlo con altri ricordi.