lunedì 10 settembre 2018

FRATELLI DI LATTE

In questi giorni di odio, di parole pesanti, di aggressività, di spaccature profonde, di cinismo, di assoluta mancanza di compassione per i più deboli e più sfortunati, in un crescendo allarmante che non so dove ci porterà, vorrei condividere una cosa bella che mi è successa tanto tempo fa.





Aprile1982. Dopo un meraviglioso viaggio di un anno con il mio compagno, poi diventato mio marito, che ci ha portati dal Messico fino alla Costa Rica e, per finire, in Perù, arriviamo a Cuzco quando io sono incinta di 5 mesi. Città meravigliosa, ma piena di contrasti: da un lato i lussuosi Hotel e i ristorantini tipici per turisti. Strade pulite, folclore, venditrici di souvenir.
Dall'altro la vita degli indios in casupole di paglia e fango, strade sterrate con fogne a cielo aperto. Miseria. 
La data del parto si avvicina. Il mio ginecologo, che si chiama Darcy Aguirre ed è molto preparato e gentile, mi suggerisce di andare a vedere l'ospedale dove partorirò. E' un edificio verde abbastanza fatiscente. Prenoto una stanza singola, perché, mi suggerisce Darcy, le condizioni igienico-sanitarie delle camerate non sono fra le migliori. Scoprirò poi che la stanza singola è lo spogliatoio delle infermiere. Io comunque sono fiduciosa e non vedo l'ora di tenere fra le braccia la mia bambina. 

Notte di S. Lorenzo, doglie. Il parto si rivela complicato. Cesareo d'urgenza. Anestesista che arriva da Lima con l'elicottero. Per tutta la durata dell'intervento con epidurale mi terrà la mano e mi accarezzerà la fronte. Darcy per tranquillizzarmi mi parla di Sophia Loren. Alla radio, in sottofondo, la musica dei Beatles. Io continuo ad essere fiduciosa. Olivia nasce. E' meravigliosa. Me la mettono subito accanto nel letto. Io e lei abbracciate. Ma c'è un imprevisto: una improvvisa emorragia, shock emorragico. Accanto a me, spaventata, c'è mia madre, che non vedevo da più di un anno. E mio marito. I medici e le infermiere, solerti, silenziose e sorridenti, si fanno in quattro. Pericolo superato. Il mio seno scoppia, ma mia figlia non si attacca, dorme sempre. Ci tengo ad allattarla, l'ho sempre desiderato, non demordo. Ma niente. Rischio la mastite. In Italia forse mi avrebbero suggerito di passare al biberon, ero debole e la bambina doveva nutrirsi. Una giovane infermiera gentile, prova con il tiralatte, poi un'infermiera più attempata prova con un massaggio manuale, per sciogliere l'accumulo di latte. Ricordo l'impegno con il quale insisteva e le sue mani arrossate e screpolate dal freddo (Cuzco si trova a 3300 metri di altezza). Ancora niente. La capo-sala fa una specie di consulto con le altre infermiere e poi si avvicina al mio letto. 
Io sono stanca e un po' triste. 
“Ci sarebbe una soluzione- mi dice- ma lei deve essere d'accordo. “Qualunque cosa, - rispondo io - qualunque, ma fatemi allattare la mia bambina.” “Dovrebbe allattare un altro bambino”. “E qual è il problema?- rispondo io- portatemelo subito. “Sì, ma è un bambino indio, e non era mai successo prima, in questo ospedale, che una donna bianca allattasse un bambino indio”. 

Mi portano un bambino dalle gote rosse, con il tipico cappellino  con il paraorecchie. E' bellissimo. Lo accolgo fra le mie braccia e me lo metto al seno. E' molto grosso e vorace, si attacca subito. Sua madre ha avuto un parto più difficile del mio e non ha latte. Lo allatterò per tre giorni, insieme a mia figlia. Olivia ha un fratello di latte. L'ultimo giorno, prima di essere dimessa dall'ospedale vedo affacciarsi alla porta della mia stanza un gruppo di indios, scalzi, con i ponchos scoloriti e stracciati. Sono i familiari del bambino, venuti a ringraziarmi. Un sorriso muto, riconoscente e poi “ Gracias Senora, gracias, que Dios la bendiga” Queste parole, semplici e amorevoli, mi accompagneranno per tutta la vita. E ringrazio anch'io: Darcy, l'anestesista dalle mani materne, le dolci infermiere che non si sono arrese, la caposala, che mi ha fatto quella proposta per lei così inusuale, e il piccolo bambino indio che mi ha fatto sperimentare per la prima volta la gioia di un contatto così intimo e colmo di amore. C'è stata cura, c'è stata accoglienza. Io ero la straniera e mi hanno aiutata. Io avevo bisogno e nello stesso tempo ho potuto aiutare. Con naturalezza, in maniera istintiva, come dovrebbe accadere fra esseri umani, figli della stessa terra. Per questo le parole respingimento, schedatura, pacchia, mi fanno male, molto male al cuore.
Pochi giorni fa ha fatto il giro della rete l'immagine di una poliziotta americana che allatta al seno il bambino di una giovane clandestina messicana che è stata imprigionata. Naturalmente quell'immagine mi ha riportato alla mente e al cuore il fratellino di latte di mia figlia. Chissà dove sarà adesso, chissà come starà. L'unica cosa che so è che l'11 agosto ha compiuto 36 anni. Spero che il mio latte gli abbia portato fortuna. E che stia bene e in buona salute. Glielo auguro con tutto il cuore. E lo ringrazio per averci aiutate.

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