mercoledì 1 luglio 2015

GRECIA MADRE- oggi più che mai-





Ho scritto questo racconto alcuni anni fa. Lo condivido oggi, per dichiarare ancora una volta, più forte che mai, il mio amore per la Grecia

GRECIA MADRE

Io amo la Grecia. E’ come se ci fossi nata. E’ lo stesso amore che provo per il Sud Italia, con una vena in più di struggimento, di nostalgia. E’ un sogno di luce e di calore perché la Grecia è luminosa e calda, accogliente e gentile. Ti ci senti subito a casa ed è una casa caotica, colorata e rumorosa. Allegra. E i greci sono i nostri fratelli sorridenti, forse i più ospitali con noi. “Una faccia, una razza” ci tengono a dirti appena sanno che sei italiano. E si prodigano a trovarti una stanza, a darti un’indicazione, a consigliarti un ristorante.


Il primo viaggio in Grecia l’ho fatto nel 1977. Ero giovane e innamorata e vivevo a Firenze in una piccola casa con Pantazis, uno studente greco. Era di Serres in Macedonia, aveva gli occhi color nocciola, i capelli biondi e una voce cantilenante come una musica che mi faceva rimanere incantata, specialmente quando parlava greco con i suoi amici. Imparai un po’ alla volta, soprattutto per curiosità, a orientarmi in mezzo a quei fiumi di parole, a indovinarne almeno il senso, e poi pian piano a costruirmi un discreto vocabolario, fatto all’inizio soprattutto di frasi colorite, poi di termini mangerecci e via via, allargando lo sguardo, fino agli oggetti e ai luoghi. Entusiasmante questo mio aprirmi a una lingua sconosciuta che aveva molto in comune con la nostra, pur essendo così diversa, soprattutto nel suono. Il viaggio da Firenze durò 24 ore. Passammo dalla Iugoslavia: Lubiana, Zagabria, Belgrado, Skopie quasi al confine. Arrivammo a Salonicco a notte avanzata. La prima sensazione fu di gioia assoluta. Si sentiva dagli odori, dai rumori, dall’atmosfera complessiva, di essere alle porte dell’Oriente. Un allegro disordine, un’anarchia nelle case e nelle strade mi ricordavano a tratti il nostro sud, con ancora più caos, variopinto e chiassoso. Vitale. Che mi dava energia, passione. Mi sentivo a casa. La prima cosa che assaggiai fu lo yogurt. Cremoso, succulento, una panna. Da leccare il vasetto con le dita per non perderne neanche una goccia. E poi tutto il resto. I sapori erano più forti, speziati, perfino il vino era profumato. Tutti i sensi erano sollecitati e mi sentivo più  viva e presente. Andammo a Serres dai nonni di Pantazis e poi a Xanti ai confini con la Turchia a trovare sua madre. Passammo per Kavala, una bellissima città sul mare, tutta bianca. E poi sul Monte Pilion, un promontorio con spiagge meravigliose dal mare turchese. Imparai nuove parole e frasi più articolate. Mi sentivo orgogliosa del mio nuovo alfabeto, uno strumento in più per comunicare. Imparai a ballare quei balli tutti in cerchio, vecchi e bambini insieme, strumenti antichi e musiche struggenti, in quelle piazzette con i piccoli caffè all’ombra di grandi platani e le cicale che frinivano impazzite. Ho fatto il bagno nuda in baie deserte con ulivi contorti e piccoli cipressi fin sulla sabbia. Ho mangiato fichi succosi raccolti sulla spiaggia e pesce arrostito sulla brace di legni profumati. Ho sorseggiato caffè turco e bevuto retsina e ouzo aromatici fino allo stordimento. Mi sono svegliata all’alba che sapeva di origano e mentuccia, al canto di un gallo che cantava ogni mezz’ora, puntuale come un pendolo.

Ho amato la Grecia e sono stata contraccambiata in abbondanza. E questo amore, come tutti gli amori, si è nutrito di assiduità e di sollecitudine. Anche se ancora erano tanti i paesi che volevo visitare e il mondo era lì che mi aspettava, non potevo rinunciare alle mie partenze in nave fino a Patrasso o al Pireo, commuovendomi non appena sentivo pronunciare le prime parole greche che mi annunciavano che ero arrivata.

Anche dopo la fine del mio amore con Pantazis, i viaggi in Grecia si sono susseguiti con cadenze regolari. Ogni 3 o 4 anni la nostalgia si faceva più prepotente e io partivo, con lo stesso spirito curioso di ragazza, alla scoperta di un mondo incantato pieno di sorprese: la Grecia Classica, le isole dell’Egeo, Atene, splendida nella sua luce, abbagliante con tutto quel bianco, caotica ma pulsante di vita e di profumi. E il Partenone, senza dubbio il luogo al mondo dove io sento più potente la presenza di chi mi ha preceduto e la maestosità della storia.

Poi ci ho voluto portare mia figlia. Aveva solo dieci anni ma era già una grande viaggiatrice. Si era preparata da sola uno zaino azzurro con il minimo indispensabile, ricordo che il giorno della partenza indossava un vestitino a righe turchesi e un cappello di paglia di Firenze. Sembravamo due esploratrici. Prima tappa fu Patrasso dove andammo a trovare la mia amica Melania che si era sposata con Costas, un ragazzo conosciuto a Firenze e che ora faceva l’otorino. Ci fermammo solo pochi giorni, il tempo di curare Olivia, che si era procurata una brutta otite facendo centinaia di tuffi nella piscina del traghetto. Ma eravamo capitate bene, Costas la curò perfettamente. Poi andammo a Salonicco a trovare Pantazis. Erano anni che non lo vedevo. Fu molto ospitale e ci accolse in una bellissima casa dai pavimenti di marmo bianco e i tappeti persiani. Andammo a Serres a salutare i suoi che mi fecero un sacco di feste. Sua madre Pitsa, diminutivo di Calliopi, regalò a Olivia una piccola croce bizantina, incastonata di brillantini. Vidi dopo tanto tempo Ugo, il cane che avevamo preso cucciolo insieme e che adesso aveva 14 anni. Piansi tutte le mie lacrime nel  ritrovarlo vecchio e zoppicante e mi venne in mente Ulisse con il cane Argo. Universalità dei sentimenti, al di là del tempo e dello spazio! Avevo bisogno di quiete e chiesi a Pantazis di accompagnarci su un’isola tranquilla. Ci lasciò sulla Penisola Calcidica e prendemmo il traghetto per Amullianì, un’isoletta che neanche si vede sulle carte geografiche. Fu una vacanza riposante. La mattina andavamo al mare e il pomeriggio Olivia si avventurava ad esplorare calette e spiagge nascoste mentre io leggevo un libro. Ero tranquilla, gli abitanti ormai ci conoscevano ed erano gentili e protettivi e mia figlia si sentiva una piccola Robinson Crusoe. Venne l’11 agosto, giorno del suo compleanno. Le regalai un vasetto dipinto a mano e una semplice collanina con delle pietruzze bianche e rosa, ma in cuor mio avrei voluto farle una vera festa. Ma a volte succedono i miracoli. Al tramonto vedemmo arrivare in fila indiana un piccolo corteo composto da Pantazis, la sua ragazza, suo padre Alekos e un amico, carichi di doni come i Re Magi. E in coda Ugo, zoppicante. Avevano portato anche una torta di panna e fragole a più strati, come quelle di Nonna Papera. Andammo tutti a festeggiare in un piccolo caffé dalle sedie e i tavolini azzurri.  Fu una serata bellissima. La Grecia quella volta si comportò con noi come una madre generosa e attenta.

Altro viaggio. Mia figlia aveva 17 anni. Andammo a Kea, un’isola dell’Egeo. Lei trovò subito una comitiva di ragazzi, parlavano in più lingue e si comprendevano a meraviglia. Io me ne stavo tutto il giorno al sole o all’ombra dei platani a leggere e a scrivere, quieta.
Qualche volta prendevo il fresco sulla terrazza di Tina, una signora milanese sposata con un medico greco, che aveva la casa più bella dell’isola, tutta arredata con mobili dipinti di azzurro e bianco. Lo spettacolo del tramonto sul mare ci toglieva ogni volta  il fiato. La bellezza si materializzava in un pulviscolo dorato che ricopriva tutte le cose intorno e i nostri visi. E il silenzio era un dono, quasi una benedizione.

Venne il giorno della partenza. L’alba era rosata e nitida di colori e di profumi. Dalla nave vedemmo allontanarsi le case bianche come di zucchero filato, le piccole chiese e i mulini a vento. Più in lontananza si vedevano le tombe del cimitero ortodosso, suggestivo e quieto in mezzo agli ulivi secolari. Eravamo state felici in quell’isola, due settimane.

 Ultimo viaggio. Qualche anno fa ho voluto visitare con un amico le isole dello Ionio. Cefalonia è stata una sorpresa. Tutti parlavano italiano e ci facevano sentire ancora di più a casa. Eravamo senza macchina e abbiamo fatto in quindici giorni più di 100 Km a piedi su sentieri sterrati, bordati di salvia e rosmarino, che all’improvviso si aprivano su paesaggi mozzafiato. C’erano pochissimi turisti, il mare era puro e incontaminato, la vegetazione sontuosa, con eucaliptus e cipressi dappertutto, fin quasi a entrare nell’acqua. Magica, profumata e dolce Cefalonia.
Poi Itaca.
Appena più turistica, ma di un turismo rispettoso e consapevole. La bellezza portata agli estremi. Commovente di suggestioni e di richiami. Brulla e all’improvviso verde e poi turchese, assolata e ventosa, fresca di brezza sulla baia circolare come un lago, di Vathi, la splendida. Con al centro l’isolotto dove Byron si riposava dopo le sue nuotate. Una sera, al crepuscolo, ci siamo arrampicati fino a un vecchio monastero abitato da pochi monaci barbuti. Intorno, fra gli ulivi, si sentivano solo le capre e il vento. Dall’alto insenature e rocce e mare cristallino. Ho lasciato il cuore nella piccola chiesa bizantina con lunghe candele smilze affondate nella sabbia e una grande icona dell’Arcangelo Michele che mi sorrideva. Da quel giorno l’ho scelto come mio Angelo custode.
Era strano non trovare più le dracme e pagare in euro. Ma i prezzi erano buoni, più contenuti che da noi. E l’ambiente era pulito e protetto. Dappertutto pannelli solari e impianti eolici. E fiori, soprattutto gelsomini e bouganvillee  di un lillà pallido, mai viste prima di quel colore.  Un paradiso di rispetto per la natura e le tradizioni.

Ma certo non finisce qui. Ritornerò in Grecia. E’ la mia seconda patria. Mi ha visto ragazza innamorata, donna giovane, e poi donna matura, che non esclude un giorno di andare a vivere chissà, proprio a Itaca, in una piccola casa di pietra con le finestre azzurre. E di invecchiare lì, in quel clima dolce, con quella luce che ti protegge e ti riscalda, fra profumi e musiche che ti fanno sentire senza età. E forse eterna. Senza  più paura.




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