lunedì 29 agosto 2016

LETTERA MAI SPEDITA



Cara Mamma, vorrei tanto che tu leggessi questa lettera, ma so che non sarà così. La leggeranno altre persone, persone sconosciute e lontane, e lo faranno con delicatezza e tatto, senza giudicare. Sono anni che penso con terrore al momento in cui te ne andrai. Sempre stata cagionevole, tu. E arrabbiata. E’ come se con ogni tua parola e gesto volessi farla pagare al mondo. Per quello che non hai potuto fare. Per quello che hai fatto e non volevi. Per quello che ti hanno tolto. Per la sfortuna. Per le disgrazie. La tua vita, raccontata da te, con quella veemenza che ritrovi quando parli del passato, sottolineando gli avvenimenti con una drammaticità degna di Eleonora Duse, è un susseguirsi di avventure, colpi di scena, scherzi del destino, occasioni mancate. Come tutte le vite, credo. Ma tu sei convinta  di essere stata l’unica a soffrire, gli altri hanno avuto sicuramente più sicurezze, più stabilità, più consolazioni. E la tua voce, le tue mani che gesticolano nervose, i tuoi occhi vivi e accesi, quando parli così, seppure ferita a morte, addolorata e delusa, lasciano trapelare la tua grande forza e la voglia, tutto sommato, di vivere ancora a lungo. Per carità, mi rispondi quando ti dico che  camperai sicuramente fino a cent’anni, questa non è vita, mi dispiace deluderti, ma non ci sto, non sembri però molto convinta, anche se cerchi come al solito di fare la prima attrice, in un teatro dalle tende di nylon e chiazze di umidità alle pareti, ma pur sempre un teatro. Così sei tu. Non mi hai mai risparmiato le tue emozioni che, quando ero piccola, mi travolgevano, lasciandomi dolorante e impaurita. E dopo, durante l’adolescenza, mi procuravano attacchi di panico e improvvisi rossori, che mi facevano desiderare di diventare invisibile e muta.  E muta sono stata per anni, tu parlavi, parlavi, ancora adesso, quando provo a dire qualcosa mi parli addosso oppure semplicemente mi giri le spalle e ti metti a fare qualcos’altro. Ma non ci resto male più di tanto. Ti vengo dietro e ti accarezzo  le spalle magre e curve (pensare che camminavi dritta come un fuso, adesso ti sei così rimpicciolita!). Quello che provo ora per te è amore puro, senza incrostazioni di rancori o di rimpianti. Amore che non chiede niente. Tenerezza. Mi basta sapere che ci sei. Anche se non posso venire a trovarti per più di mezz’ora alla volta (hai i tuoi ritmi, scanditi da una disciplina sempre più ferrea, ceni alle 7, poi ti prepari per la notte e dopo BLOB ti guardi “Un posto al sole”). Se mi azzardo a venire in quell’ orario, gentilmente mi rispedisci a casa mia. Sono sempre sola, dici, non mi puoi privare degli unici momenti di svago, facendomi intendere che di quello svago io non faccio parte. E sono finiti i pranzi della domenica da te. Non ce la fai, dici, a cucinare per 3 persone. Non importa, va bene così, niente più spezzatino e involtini al sugo, niente più risotti e minestroni. Se capito per caso all’ora di pranzo, ti trovo seduta al tavolo, con le tue mini porzioni delle cose buone che ancora ti cucini, in pentolini sempre più piccoli, come quelli delle bambole. Pazienza. Allora ogni tanto ti porto io qualcosa, un piatto di lasagne (ci mangi per tre volte!), uno sformato di verdure, una fetta di torta, e quando ti passo il contenitore attraverso la finestra ti brillano gli occhi, non dovevi disturbarti, mi dici, ma si vede che sei contenta. A volte, quando non rispondi al cellulare, ho paura. Forse sei caduta o ti sei sentita male. Forse sei morta. Ma a pensarci bene questo pensiero l’avevo anche da bambina, quando all’improvviso svenivi e io ti mettevo un cuscino sotto la testa e ti facevo annusare l’aceto. Stavo con il fiato sospeso fino a quando non riaprivi gli occhi, le piccole mani a farti carezze sulla fronte, protesa a vedere se ancora respiravi. E quando finalmente rinvenivi, pallida, con un sorriso stanco, io provavo una felicità acuta e traboccante. Eri viva, c’eri ancora, lì per me, non te n’eri andata. E provo la stessa  gioia, forse ancora più intensa, quando mi rispondi, con quel leggero affanno che non è riuscito a cambiare la tua voce giovane, da soprano. E’ vero, in questo ti do ragione, hai una voce bellissima, avresti dovuto fare la cantante. Tu mi abbracci di rado adesso, allora ti abbraccio io e chiudo gli occhi. Ti sento un po’ rigida, è per via dei dolori, dici, ma so che se ti abbandonassi a quell’abbraccio dovresti ammettere a te stessa che hai paura. In questo momento un ragazzo Rom sta suonando alla fisarmonica “Besame mucho”. Ballando con quella musica tu e papà vi siete innamorati, e il vostro amore bello e complicato è durato 18 anni, fino a quella maledetta sera dell’incidente. Da allora ti sei ricordata che esistevo anch’io. Ma era troppo tardi. Un anno dopo me ne sono andata a vivere da sola. Adesso non so cosa darei per dormire nel lettone con te. Te l’ho proposto una volta, di rimanere per la notte. Perché? mi hai detto Non ce n’è ancora bisogno… più in là forse. Più in là.  E mi hai girato le spalle fingendo di trafficare con qualcosa.                           
Ti voglio bene, mamma,  so che la sai, ma te lo devo dire. 
Tua figlia                    

lunedì 15 agosto 2016

ESPRESSO SALONICCO (dalla raccolta "BAMBINE")



Settembre 1992.


La bambina ha appena compiuto 10 anni.

E’ abbronzantissima, sembra quasi una zingarella, con quei capelli spettinati e i denti bianchi.

Siamo cariche di bagagli: zaini, sacchi a pelo e una grande busta con regali e giocattoli. Perfino una palla. L’espresso Salonicco-Venezia è affollatissimo. Il nostro scompartimento ha sei cuccette che tireremo giù per la notte. Gli altri viaggiatori, due ragazze e due ragazzi, sono norvegesi. C’è un’afa insopportabile, ci siamo portate solo una bottiglia d’acqua, per il mangiare andremo nel vagone ristorante.  
Il treno parte.
A Skopie salgono parecchie persone che non hanno prenotato e si sistemano alla meglio per i corridoi. Il capotreno fa salire tutti.

I bagni sono intasati, manca l’acqua e dopo un po’ si spande per l’aria un odore acre di latrina.

La bambina non si annoia. Guarda fuori dal finestrino con occhi incantati, poi si mette a disegnare con grossi pennarelli colorati, appoggiata sul ripiano estraibile. In questo periodo disegna soprattutto principesse e fate con lunghi veli azzurri e cavalli sghembi dalle zampe rettangolari. I colori sono vividi, brillanti, fanno allegria.

Proviamo ad andare nel vagone ristorante. Bisogna percorrere tutto il treno. Man mano che camminiamo, i vagoni cambiano fisionomia: tappezzeria damascata bordeaux e tendine di pizzo ai finestrini. E uomini con strani copricapo, che rassomigliano a dei fez. Sembra quasi il carrozzone di un circo. Nell’aria c’è una fitta coltre di fumo. Ma abbiamo fame e continuiamo a camminare facendoci spazio fra sporte di paglia, bambini addormentati, madri con lunghe gonne colorate e denti d’oro luccicanti. Il vagone ristorante è molto affollato. Non c’è nemmeno una donna. Appena entriamo il brusio si interrompe per un attimo e tutti ci guardano. Nessuno parla inglese e io nel mio greco approssimativo riesco a ordinare una specie di zuppa di cavolo, bollente, che ci fa sudare ancora di più. Mentre sto pagando, con la coda dell’occhio vedo che un uomo anziano si è messo la bambina sulle ginocchia e le sta parlando in una lingua dal suono dolce, quasi una cantilena. Mi avvicino, lei mi guarda preoccupata, sorrido e la prendo per mano, poi saluto e ce ne andiamo. Mi tremano le gambe. Forse quel signore voleva solo essere gentile.

Il treno si ferma di continuo in piccole stazioni di campagna.

Il paesaggio è dolce, collinare, con piccole chiese dai campanili aguzzi.

Sta scendendo la sera. Nell’aria c’è una cappa pesante di umidità che ci fa sentire sporche a appiccicose. Il bagno è sempre più impraticabile. L’acqua è finita. La bambina ha di nuovo fame. E io anche.

Ripenso con nostalgia al mare trasparente dell’isola e gli alberi fin sulla spiaggia e per un attimo provo una sorta di refrigerio. Cinque settimane volate via, come in un soffio. E’ stata una bella vacanza.

La bambina sta giocando a scopa con una delle ragazze norvegesi, vedo che gesticolano e ridono, non so proprio in che maniera misteriosa sia riuscita a insegnarle le regole del gioco.

Entriamo lentamente nella stazione di Belgrado. Mi viene un’idea: scenderò a cercare acqua, panini e frutta, c’è tempo, il treno si ferma per mezz’ora. Riesco a comprare tutto in un chiosco azzurro e spendo le ultime dracme.

Quando torno al binario il treno non c’è più. Batticuore. Quasi mi manca il respiro.

Ritorno indietro per vedere se ho sbagliato binario, no, è quello giusto, cerco di mantenere la calma, non ho più un soldo, neanche i documenti, ho lasciato tutto sul treno. Soprattutto mia figlia. Mi metto a piangere. Sulla pensilina vedo un uomo in divisa. Fra le lacrime cerco di spiegargli in inglese quello che è successo. Lui scuote la testa, non capisce. Allora gli parlo in greco, mai sono stata così orgogliosa di parlare una lingua straniera. Lui mi sorride e mi risponde sempre in greco: “Binario 9.” Il treno si è spostato per riparare un piccolo guasto alla locomotiva. Lo ringrazio mille volte, gli butto un bacio con la mano e mi metto a correre. Arrivo esausta, il cuore in gola, le gambe che quasi non mi reggono. Il treno è lì, mancano pochi minuti alla partenza. Salgo trafelata. La bambina sta ancora giocando a scopa e mi dice sorridendo: “Mamma, ho scoperto che Babbo Natale abita in Lapponia, me l’ha detto questa signorina.” E mi indica la ragazza norvegese .

 “Brava, tesoro, ma adesso la mamma cerca di riposare perché è un po’ stanca”.

Poi chiudo gli occhi e non sento più la puzza, la stanchezza e il caldo

Sono felice.

Non mi manca niente.

Su questo treno c’è tutto quello che mi serve.





lunedì 8 agosto 2016

LA PERFEZIONE DELL'AMORE





Quando conosci la perfezione

Dell’amore

Il suo smarrimento

Incredulo e felice

L’appartenenza di diritto

Finalmente

A questa terra

L’assoluta armonia delle parti

Come in un quadro d’artista

L’alternarsi di giorno e notte

Entrambi perfetti

Come pure i minuti

L’attesa

Che si fa vibrazione

L’odore dei corpi

D’estate

Le mani a tastarsi

Gli abbracci in silenzio

Gli sguardi fra gli altri

Come segnali di fumo


E’ difficile lasciarla andare

E sentirsi orfani di nuovo

Di tanta bellezza


Il buio che cala

Dura per anni

E la luce che penetra dopo

È luce fredda

Che illumina

Giusto quel poco

Che basta

Alle azioni normali


Allora pensi

Che forse era meglio

Un amore imperfetto

Di quelli che durano sempre

E non abbagliano gli occhi

Luce calda e serena

Che non si spegne

Per  corto circuito

Improvviso

Luce che illumina il viso

Con i suoi segni di spazio

E di tempo

Luce che scalda e ripara

Dalla paura e dallo strazio.












giovedì 4 agosto 2016

LA MUCCA SOLA



C’era una mucca, bianca, con qualche  chiazza marrone. Era una mucca triste, una mucca sola, in un posto poco illuminato. La sua figura si componeva mettendo al posto giusto dei cubi di cartone. Gli altri disegni a comparire erano quelli di una giraffa e di un asino. E forse un’aia con delle galline. Non ricordo altro. Ci mettevo poco ormai a comporre le immagini. Ma quella della mucca mi metteva un’infinita tristezza. Adesso che ci penso forse è perché non era in un prato, al sole, ma in un posto all’ombra e al chiuso. Forse era una stalla. E non c’erano altre mucche.
Lei lì da sola. Avrò avuto al massimo due o tre anni e riuscivo già a provare empatia per un animale tenuto al buio, in solitudine. Ma cosa mi evocava quell’immagine? C’è una foto di me, molto piccola, in un cortile brullo, con un altro bambino che mi dà un bacio. Io sorrido, ma ho l’espressione triste. Sono appena uscita da un periodo di malattia e ho l’aspetto cagionevole. Come sfondo c’è un muro grigio e scrostato, sul quale si arrampica un ramo di glicine secco. E’ inverno e sembra, guardando quella foto, di sentire il gelo. Io indosso una gonnellina scozzese e un maglione di lana. Ho i calzini corti e delle scarpe bianche dalla punta arrotondata. Ecco, guardando quella foto io provo la stessa sensazione di sconfinata solitudine che provavo guardando quella mucca. Buio, freddo, squallore. Chissà, forse anche la mucca era stata malata, e ora la tenevano lì, lontana dalla famiglia, in convalescenza. Chissà, forse la mucca era in castigo, non era stata abbastanza brava, non aveva prodotto abbastanza latte, era una mucca ribelle. O forse la mucca era stata abbandonata, gli altri semplicemente si erano dimenticati di lei e se n’erano andati via, lontani. Questi erano i pensieri che mi passavano per la testa allora.
Tempo fa ho comprato un vassoio di legno con due manici, dal disegno naif. C’è una mucca  proprio nel centro, in mezzo a un prato, con un cielo azzurro e intorno degli alberi fioriti. E’ un disegno allegro e finalmente la mucca è al posto giusto e sembra contenta. Ma la prima volta che l’ho visto, per un attimo ho riprovato una fredda sensazione di solitudine e ho ricordato quel gioco in scatola, di cubi da comporre, quel gioco triste di quando ero bambina.


lunedì 25 luglio 2016

UNA BELLA GIORNATA (dalla raccolta "BAMBINE")





La sua nuova amica si chiamava Maria Carla, detta Bambi.
Era molto alta e aveva un accenno di seno, con due capezzoli appuntiti come matite appena temperate. Era un po’strana. Lei non avrebbe saputo dire bene perché. Strana.

Una domenica Bambi l’aveva invitata a pranzo a casa sua.

I suoi erano gentili.

La madre, dopo averla abbracciata, le aveva detto:

“Non chiamarmi signora, mi fai sentire vecchia! Chiamami Nives!”

Appena finito di mangiare, Bambi si era seduta in braccio a suo  padre e aveva preso a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Poi avevano incominciato a ridere parlottando fra loro. Anche la Signora Nives rideva, sembrava contenta.

Lei si era sentita a disagio, fuori posto. Padre, madre e figlia ridevano, ridevano. Sembrava una commedia o uno di quei film dove ridono tutti, ma tu non hai capito la battuta

Guardando Bambi e il padre abbracciati, aveva pensato che lei di suo padre aveva soggezione. Lui non c’era mai e quando era a casa, il sabato e la domenica, se ne stava tutto il tempo a guardare le partite o le corse di moto. Parole poche, strascicate. E sempre le stesse:

“Come va la scuola?”

“Va’ ad aiutare tua madre”

“Comprami un pacchetto di sigarette”.

Basta. Figuriamoci poi sedersi sulle sue ginocchia.

Invece fra quei due c’era una strana complicità. Che lei un po’ invidiava. Come pure invidiava il caos colorato della loro casa, con quei cuscini di velluto sui divani e piante dappertutto. Una casa allegra. Luminosa.

L’invidia la sentiva nella gola, in un nodo fastidioso e amaro, che quasi la strozzava.

Quel pomeriggio, dopo merenda, Bambi aveva tirato fuori dall’armadio un bauletto rosa, merlettato, pieno di matite colorate, rossetti, fard e polveri luminescenti con le stelline. Le voleva insegnare a truccarsi

“Non è un po’ presto a 11 anni?” lei le aveva detto timidamente, mentre cercava di togliersi una macchia di rimmel dalla palpebra.

Ma Bambi, con un rossetto rosa perlato che mandava guizzi luminosi, le aveva risposto:

“Bisogna impararla presto l’arte della bellezza. Guarda mia madre: si è sposata a 18 anni, a 19 sono nata io, e vedi quant’è  bella, sembra una ragazzina. Non hai mai dimenticato un giorno di truccarsi, il rimmel e la matita intorno agli occhi anche quando va a fare la spesa. E invece, scusa, ma tua madre, sembra quasi una vecchia, con quei capelli lisci scoloriti e le zampe di gallina… quanti anni ha? Trentacinque?...pare che ne abbia almeno cinquanta!”

 “Guarda che ti sbagli… mia madre è bella, certo ha un po’ la faccia stanca e sfiorita con tutto quel correre, il negozio, la casa, mio padre, sempre più esigente, ogni giorno camicie bianche da stirare…” Avrebbe voluto risponderle così. Ma era riuscita solo a dirle, a bassa voce: 
“Trentadue. Appena compiuti”.

Sua madre le faceva pena, sempre così affannata, sempre così incupita e stanca. A volte le saliva forte il desiderio di scuoterla per le spalle e gridarle:

“Fermati un attimo, guardami, ascoltami!”

Invece se ne stava zitta, e per calmare il senso di colpa e di impotenza, cercava di rendersi utile. Ogni mattina si rifaceva il letto, a volte puliva il bagno, altre volte dava una mano a stendere il bucato.

Piccole faccende. Non le pesavano. Avrebbe fatto i lavori forzati pur di vedere sua madre sorridere come la Signora Nives, che rideva sempre, scuotendo i capelli riccioluti freschi di parrucchiere e aveva addosso un profumo alla rosa, forse un po’ troppo forte,  ma buono.

Invece sua madre non amava i profumi, diceva di essere allergica. Ma come si fa ad essere allergiche a qualcosa di buono?

Le sapeva tanto di scusa. Semplicemente non aveva i soldi per comprarselo il profumo, o forse le sembrava una cosa frivola, uno spreco, chissà.
A Pasquetta erano andati tutti a fare una scampagnata: Bambi e i suoi genitori, lei e i suoi, e anche suo cugino Oscar. Suo padre aveva un debole per Oscar. Insieme giocavano a pallone o a racchettoni sulla spiaggia, oppure facevano la lotta. Lei se ne rimaneva impalata e timida a guardarli, avrebbe voluto partecipare a quei giochi da maschio, ma non ce la faceva, si sentiva le gambe rigide, bloccate e le spalle contratte. Suo padre rideva, Oscar riusciva quasi sempre a batterlo, ma lui non se la prendeva, anzi, sembrava orgoglioso.
Era il figlio maschio che aveva sempre desiderato... 
Appena arrivati nella sughereta, sua madre e la Signora Nives avevano disteso sul prato una grande tovaglia a quadri, con sopra ogni ben di Dio: frittatine, uova sode, pollo arrosto, patate al forno, tiramisù e colomba. Quattro fiaschi di vino, appoggiati in cerchio intorno a una quercia, sembravano sentinelle impalate a fare la guardia. Gli uomini si erano messi a giocare a carte, Oscar tirava calci a un pallone un po’ sgonfio, Bambi appoggiata ad un albero sfogliava una rivista femminile. Lei si era messa a sgusciare le uova.
“Appena ho fatto arriviamo fino al fiume?” aveva detto a Bambi.

Ma Bambi  aveva risposto alzando le spalle:

“Adesso non mi va, chissà, forse dopo.”

Poi lei si era distratta a mettere la legna sul fuoco per fare la brace.

Quando si era girata Bambi non c’era più. E nemmeno Oscar.
“Li vado a cercare”- aveva pensato- così magari andiamo insieme al fiume”.

Aveva camminato per una buona mezz’ora, fino quasi a perdersi. Al fiume non c’era nessuno. Era risalita su per la collina, inerpicandosi a quattro zampe nei punti più ripidi. Era eccitata, le sembrava un’avventura, un giocare a nascondino più serio, da grandi. Finché aveva sentito delle risate provenire da dietro un cespuglio. “Eccovi, finalmente!” aveva detto a voce alta con sollievo, tutta rossa e accaldata.

Bambi era sdraiata per terra e sopra di lei ansimava Oscar. Erano goffi.
Erano ridicoli.

Era scappata via correndo e inciampando sul terreno scosceso.

“Dove ti eri cacciata? E quegli altri due dove sono? Aiutami a girare le salsicce sulla brace” le aveva detto sua madre.

“Stanno giocando a pallone, fra poco arrivano…”. Il cuore le scoppiava in gola.

Non aveva fatto in tempo a finire la bugia che Bambi era comparsa dal folto degli alberi, sorridente, appena un po’ spettinata, con dietro Oscar, dinoccolato, a testa bassa. Suo padre doveva aver intuito qualcosa perché c’era nel suo sguardo un guizzo di orgoglio che sembrava dire: “E bravo mio nipote!”

 “Grazie- le aveva sussurrato all’orecchio Bambi - domani ti regalo il mio ombretto. Quello azzurro, con le pagliuzze argentate”.

“Io non mi trucco. E poi il blu non mi piace. - si era asciugata una lacrima con il dorso della mano sporco di fuliggine - Uffa, questo fuoco mi fa bruciare gli occhi.”

Bambi le aveva tolto il forchettone dalle mani.

“Spostati che ti aiuto. Se vuoi dopo andiamo al fiume. Sole io te. Va bene?”


Lei aveva tirato su col naso:

“Va bene. Ma promettimi che Oscar non viene.”

“E’ solo un bambino scemo. A me piacciono quelli più grandi. E poi mi diverto di più a giocare con te.”

Lei aveva sospirato. Un sospiro lungo, di consolazione.

Oscar stava facendo la lotta con suo padre.

Il padre di Bambi stava stappando un fiasco di vino.

Le due mamme se ne stavano sedute su un tronco a fumarsi una sigaretta.

Bambi le stava sorridendo.  

Era proprio una bella giornata.

E lei in quel momento si sentiva incredibilmente felice.









martedì 19 luglio 2016

NEL CIELO NEPPURE UNA NUVOLA (ricordando Pomaia)







Succedeva di notte. Il richiamo era ogni volta più forte.
Si alzò dal letto e scivolò silenziosa fuori dalla stanza dove dormivano le sue compagne Il buio era appena rischiarato dal riverbero della luna. Pace perfetta. Nella corte scricchiolio di ghiaia e dopo pochi metri  il sentiero, morbido, di terra battuta. Ai lati bordature profumate di lavanda. Anche se era quasi la fine d’agosto era ancora fiorita e al massimo della sua fragranza. Lei camminava lentamente, assaporando il tocco del piede sul terreno, sentendo le piccole asperità di pietra che formavano scalini appena scoscesi, passo dopo passo, elegante, austera nella sua semplicità. Poteva godersi la gioia di quel camminare senza fretta, senza affanno. Camminare semplicemente per camminare. Ed essere presente con il corpo e con la mente, non proiettata nel futuro o rivolta al passato, ma lì in quel giardino, in quella notte di fine estate, in quel monastero dove aveva scelto di trascorrere alcuni giorni per prendersi cura di sé.  La camicia da notte leggera e bianca le creava intorno al corpo una nuvola di purezza e di candore, che dava al suo passaggio una parvenza quasi di irrealtà. Creatura notturna, angelica, misteriosa. E, passo dopo passo, arrivò al campo degli ulivi. Ulivi giovani ed esili, appena contorti, con le braccia dei rami protese verso un cielo blu cobalto punzecchiato di infinite stelle. Il bello della notte e dell’oscurità perfetta, che ti fa affinare i sensi, ti fa vedere al buio occhi luminescenti di gatto, guizzi improvvisi, saltelli sui cespugli. E sentire gli odori, rinfrescati e acuiti dall’umidità della rugiada. Era possibile distinguerli, uno a uno, in una specie di inventario profumato e magico, lasciandosi poi sopraffare dall’alchimia che li univa tutti insieme in una fragranza unica, per scomporli di nuovo, come in un gioco. Su tutti prevaleva il profumo della lavanda, appena un po’ amaro all'inizio e  via via sempre più dolce e frizzante nel naso. E poi l’odore di terra, più asciutta nel pendio e più grassa lungo il sentiero. E di erba fresca e umida, verde anche nel respiro, inebriante. E di quella secca, quasi di fieno, su verso la collina. Il profumo del mirto, appena aspro, e quello del lentisco, suggerivano la vicinanza del mare, a pochi chilometri. Soffermandosi ad annusare il vento tiepido si poteva avvertire il sale e quasi sentirlo sulle labbra. Le rose, quelle gialle, erano quasi sfatte, ma i petali caduti ne conservavano l’essenza profumata di vaniglia.
Le rose in città non profumano più e sembrano finte, questo lei pensò, assaporando con ancora più pienezza quella meraviglia. I grilli si alternavano nel canto a qualche cicala ritardataria. E poi fruscii, richiami di uccelli notturni, battiti d’ali, un gracidare lontano, giù dallo stagno. Rifece il cammino inverso, sfiorando con le dita le inflorescenze di lavanda. A tratti i rumori si fermavano all’improvviso e le sembrava di entrare in una bolla di silenzio. Era allora che i profumi diventavano ancora più intensi e gli altri sensi si acuivano, come a voler bilanciare quell’assenza di suoni, con una vista più acuta, che quasi vedeva oltre la notte, un odorato più sveglio, a caccia di tracce profumate, un tatto pronto a cogliere la morbidezza, la rugosità, la freschezza, l’umido, il secco di quella natura. La notte si era fatta ancora più scura e l’aria più fresca. Si avvicinava l’alba. Si fermò per qualche istante ad abbracciare il grande pino marittimo, il viso appoggiato alla corteccia ruvida e profumata di resina, le braccia intorno al tronco, solido ed elegante nello stesso tempo. E, prima di rientrare nel dormitorio, rivolse un ultimo sguardo al giardino, per poterlo portare con sé nel sonno e farlo germogliare come seme fertile e buono. Quella pausa rigenerante avrebbe reso il suo riposo ancora più profondo. Sotto il cuscino avrebbe messo un mazzetto di lavanda. L’indomani sarebbe stata una bellissima giornata.  
Nel cielo neppure una nuvola.


martedì 12 luglio 2016

RICORDANDO LA PIOGGIA




Sembrava una parola d’ordine. Semplice e misteriosa nello stesso tempo. Gliel’aveva sussurrata al telefono la voce di un uomo che lei non conosceva, gentile e pacata, da un posto dal nome magico che evocava fiumi di emozioni: Cascina Macondo.
ACQUAZZONE. Intorno a quella parola lei avrebbe dovuto scrivere un racconto. Era un’esercitazione, una specie di gioco serio, fatto insieme a persone sconosciute, adulte come lei rimaste un po’ bambine, e questa cosa la intrigava e incuriosiva.
Il sabato era quasi finito. Aveva promesso di andare a casa di un’amica a guardare un film in cassetta. Era un film dolce, che parlava di padri e figli che si ritrovano alla fine della vita, in Louisiana, con attori splendidi e una musica di sottofondo che strappava l’anima. Per alcune ore non aveva pensato al racconto. Aveva tutta la domenica a disposizione, fino alle quattro del pomeriggio. C’era tempo. Andò a dormire molto tardi. Sognò di essere a Cagliari e di cercare la casa della sua infanzia. Ma non riusciva a trovarla. Tutto era diverso, c’erano piazze nuove, grandi, che lei non conosceva, girava a vuoto, si era persa, prese un taxi che la portò ancora più fuori strada.
Si svegliò alle dieci, con un leggero mal di testa. Il gatto miagolava di continuo, fastidioso. Era anziano, stava perdendo i colpi. Si mise al computer. Anche il computer era fastidioso, le mangiava intere parole e lei doveva ricominciare da capo ogni volta. Sua figlia dormiva, era rientrata quasi all’alba.
C’era il sole.
Cercò di concentrarsi. Non le veniva in mente niente. Forse se ci fosse stata la pioggia sarebbe stato diverso.
ACQUAZZONE. Chissà perché le veniva in mente solo la primavera e quella pioggia fina fina che scende a marzo… “la pioggerellina di marzo che picchia argentina sui tetti…”. E anche la scuola, le prime violette in giardino, il viso dolce della maestra, il profumo della sua compagna di banco, di borotalco e caramelle. Ma nessun acquazzone.
Il gatto si era messo a dormire sulla sua coperta. La casa era in un silenzio totale. La vista del mare dalla finestra e della torre e dei tetti, la rassicurava. Tutto era al suo posto in quella domenica di fine inverno.
All’improvviso ricordò le vacanze in montagna con i nonni.
Partivano da Torino all’alba, veniva un signore vestito da autista, con il berretto. E una grossa macchina nera, tutta lucida. Si chiamava il Signor Formica. Quando cominciavano le curve, su in valle di Lanzo, lei cominciava a vomitare, ma la nonna si era attrezzata bene con sacchetti di carta e strofinacci vecchi. Il Signor Formica al di là del vetro, non si accorgeva di niente.
Quando arrivavano a Mezzenile le girava un po’ la testa, era la stanchezza, erano in piedi dalle cinque, e anche l’euforia. Subito correva all’altalena e cominciava a dondolarsi su su in alto, fino a toccare con la punta dei piedi i rami della grossa quercia. Ed era felice.
Restavano lì tutto il mese di agosto. Era un albergo a conduzione familiare, i proprietari erano il Signor Bracco e sua moglie, la Signora Vera. Era pieno di nonne con i nipotini che andavano lì ogni anno. Sembrava una grande famiglia.
I nonni giocavano a bocce. Le nonne se ne stavano a spettegolare al fresco vicino alle ortensie, qualcuna ricamava o lavorava all’uncinetto. Sua nonna fumava.
I bambini correvano tutto il giorno. Lei aveva imparato a giocare a ping pong, le piaceva il rumore della pallina sul grande tavolo verde con la retina, stava ore e ore a giocare con i maschi più grandi. E poi per riposarsi andava sull’altalena fino a farsi venire le vertigini. Prima di pranzo, a mezzogiorno e trenta spaccate, c’era una strana cerimonia: tutti scendevano in fila indiana sulla mulattiera fino alla fonte a prendere l’acqua ghiacciata e pura che scendeva dalle montagne più alte. Poi c’era il pranzo. E dopo il sonnellino. Per lei era una tortura, non aveva sonno, ma la nonna era implacabile, bisognava dormire a tutti i costi, allora lei se ne stava immobile con gli occhi chiusi a pensare e a volte a furia di pensare si assopiva un po’ per svegliarsi al rumore della pallina da ping pong che indicava che la siesta era finita.
Verso la fine di agosto, quando mancavano ormai pochi giorni alla partenza, il tempo cominciava a cambiare. La sera faceva più fresco, il golfino non bastava più, ci voleva anche uno scialle e spesso dopo cena bisognava starsene chiusi nella saletta della televisione, mentre i grandi se ne stavano a chiacchierare nella sala da pranzo. Ma anche lì era un divertimento. I bambini spostavano tavolini e sedie di giunco e con le tovaglie a quadretti prese nei grandi armadi della signora Vera, costruivano strani accampamenti e giocavano agli indiani. Lei faceva sempre la squaw che accudiva i piccoli o preparava da mangiare, con foglioline e bacche rosse che si trasformavano in insalata e pomodori, come per magia. E proprio in quelle sere che già sapevano di fine dell’estate, arrivavano improvvisi gli acquazzoni. I tuoni rotolavano giù nella valle diventando sempre più potenti e i lampi proiettavano una luce abbagliante sul giardino deserto e sulle sedie di ferro bianche sotto il pergolato. La voce del torrente Stura sembrava più impetuosa e quando la pioggia cominciava a scendere a scrosci, da fuori salivano bisbigli e schioppettii di rami spezzati e di fronde che grondavano, insieme al gocciolare della grondaia in pozzanghere argentine, al rotolare di ghiaia e sassolini giù per il pendio e al tonfo ritmico dell’altalena sbattuta dai vortici di vento sul tronco della quercia. I bambini se ne stavano in silenzio nel loro accampamento e in quei momenti tutto era possibile : loro erano veri indiani delle praterie che stavano aspettando la fine della grande pioggia per la quale tanto avevano pregato il Grande Spirito e fatto danze in cerchio.
Le campane stavano suonando, era mezzogiorno. Si alzò dalla scrivania per andare da sua figlia che si era svegliata. Il gatto miagolava di nuovo. Doveva preparare il pranzo. Niente di complicato: orecchiette con i broccoli, già lessati, e uno sformato con speck e mozzarella. Ci avrebbe messo una mezz’oretta in tutto. E dopo pranzo avrebbe ripreso a scrivere. Le erano venuti in mente gli acquazzoni dell’America Latina, quelli del viaggio. Dopo mangiato li avrebbe raccontati. Adesso doveva smettere di scrivere, c’erano anche i piatti del giorno prima da lavare, e poi si doveva ancora vestire. Di tempo in fondo fino alle quattro non ce n’era molto. Doveva sbrigarsi. Le stava venendo un po’ di ansia.
Dopo pranzo si rimise al lavoro. Aveva perso la concentrazione. Cercò di ricordare le piogge dell’America Centrale. Era passato tanto tempo e successe tante cose. E chissà se le avrebbe fatto bene ricordare.
Inizio del viaggio. Ricordi meteo.
A Città del Messico avevano trovato il sole e l’aria limpida, nonostante lo smog. 
A Vera Cruz un’afa insopportabile che non li faceva dormire.
A Oaxaca venticello gentile, nuvole bianche in cieli smaltati di blu, ma niente pioggia.
Sulla costa del Pacifico, a Puerto Angel e Zipolite, tramonti mozzafiato e cieli sereni.
A San Cristobal  finalmente la pioggia.
Erano arrivati di sera con una corriera sgangherata. Erano stanchi, sporchi e affamati. Gli hotel erano tutti al completo. Gli zaini pesavano sulle spalle. Il suo era rosso, con le cinghie nere. All’improvviso aveva cominciato a piovere. Ma non era una pioggia normale, le gocce erano enormi e formavano rivoli fastidiosi che si insinuavano dappertutto, nelle scarpe, nei vestiti, sulla faccia e sui capelli. In pochi minuti erano diventati completamente fradici. Non c’era nessun posto dove ripararsi. Finalmente in una viuzza stretta trovarono l’insegna di un hotel. La camera era piccola, dalle pareti gialle. Si spogliarono completamente ma si accorsero che tutti i vestiti che avevano negli zaini erano completamente zuppi. Li strizzarono e li misero ad asciugare sulle sedie e sull’attaccapanni. Per coprirsi si arrotolarono nelle lenzuola pulite di bucato.
Il mattino dopo c’era un sole splendido e i vestiti si erano asciugati.
Dopo pochi giorni erano passati in Guatemala. Colori ancora più brillanti, paesaggi minuti di colline e case bianche, donne sorridenti con casacche ricamate e bambini paffuti addormentati sulle spalle. Si erano fermati in un paesino chiamato Flores, sulle rive di un lago. Le piogge recenti avevano fatto innalzare il livello dell’acqua fino a sommergere le fondamenta dell’hotel che così sembrava emergere dal lago. L’edificio era di legno azzurro, loro erano gli unici clienti, insieme a un giovane antiquario uruguaiano che viveva a Parigi.
La pioggia arrivava di mattina in banchi fitti che sembravano di nebbia.
Era uno spettacolo. Il lago diventava giallo come lo zolfo e piccoli mulinelli di pioggia increspavano la superficie. Senza tuoni, senza fulmini, si sentiva solo lo scroscio della pioggia, come una cascata impetuosa. Poi all’improvviso finiva tutto e si riaffacciava il sole. E la luce era di nuovo chiara, limpida, perfetta.
In Costa Rica, a San Josè, due o tre volte al giorno arrivavano all’improvviso gli acquazzoni.
Duravano pochi minuti e facevano baccano.
La gente, già sorridente di natura, cominciava a ridere e scappare alla ricerca di un riparo ed era un chiacchiericcio allegro mischiato allo scrosciare della pioggia che rendeva le giornate briose e movimentate.
Quando invece si trovavano in casa e cominciava a piovere, Doña Carmen, l’amica che li ospitava, prendeva la gabbia con Lorita, la pappagalla, e la metteva all’aperto nel cortile. E succedeva un miracolo: Lorita cominciava a gorgheggiare e a cantare una melodia intonatissima, tutta sua, felice di essere al mondo, con l’acqua che le grondava sulle piume e la faceva sembrare spennacchiata, e gli occhietti  tondi che sprizzavano gioia.
Se lei si concentrava un po’, poteva ricordarsela quella musica bellissima, perché di musica si trattava.
Un pezzo unico, originale, mai più sentito.
Il tempo stava per scadere. Le erano venute in mente altre piogge e altre atmosfere, ma non poteva ricordarle tutte. 
I cieli di Parigi dopo un temporale, le trombe marine dalla sua finestra sul mare d’inverno, la pioggia di primavera in Sardegna sotto la tenda che reggeva appena, la tempesta su quella barca che li portava a Livingstone, l’alluvione di Firenze visto alla televisione, la paura e lo smarrimento e, anni dopo, quando faceva l’università, il segno sul muro della sua casa a due metri di altezza con la targa: “il 4 Novembre 1966 l’acqua dell’Arno è arrivata qui.”
Ma non c’era più tempo.
Il gatto aveva ripreso a miagolare. Forse aveva fame.
Cascina Macondo. Chissà, forse un giorno ci sarebbe andata. Le piaceva comunque sapere che il suo racconto sarebbe stato letto da qualcuno, con rispetto e attenzione, intorno al fuoco.
Con i bambini che giocavano.
E i cani e i gatti.
E forse nell’aia le galline.
Come una famiglia. La famiglia di chi ama la scrittura e la vuole condividere con gli altri, non tenersela stretta stretta per sé. Era bello questo pensiero. Le dava allegria.
Sì, la prossima volta ci sarebbe andata. E sarebbe stata primavera.
 
In canoa

su un lago tranquillo

che con le piogge

torrenziali

ha allagato l’albergo

ci affacciamo sull’acqua

tu ti tuffi

l’aria è gialla di zolfo

il vicino di stanza

è uruguaiano

fa il mercante d’arte

a Parigi

non ricordo il suo nome

so solo che è triste

e ha la faccia con i segni dell’acne

l’ultimo giorno

prima di salire sull’autobus

gli ho prestato una penna

per scrivere delle cartoline

con la sua calligrafia appuntita

ho perso il suo indirizzo

ora ricordo

si chiamava Christophe

la penna non me l’ha più restituita.