lunedì 6 luglio 2015

SI' VIAGGIARE...






Prima del viaggio. E dopo. Una linea netta di demarcazione. Un confine. Qual è la parte giusta? Non si sa. Da che parte c’è più dolore? O più gioia? Prima o dopo? Un viaggio ti cambia per sempre. Persino i viaggi brevi, quelli di poche ore, fatti magari su un treno regionale, con i sedili macchiati di chissà  cosa e briciole di pane dappertutto. Ma ti basta incrociare lo sguardo di una ragazza nigeriana che ti fa un sorriso schivo e tu incominci a fantasticare sulla sua vita, chissà, magari fa la prostituta, ha un ragazzo che la sfrutta o forse no, fa la badante e sta mandando i soldi a casa, oppure studia medicina, ma quello sguardo umido comunque ti ha cambiata, ti ha fatto sentire un po’ meno sola e più viva, appartenente a questa umanità dolente e vitale, che chiede solo giustizia, pane e un po’ di amore.
Poi ci sono le vacanze. Anche quelle ti cambiano. A volte diventano la traccia luminosa di un incontro, magari breve, ma intenso, amici, amori, albergatori gentili, automobilisti che ti offrono un passaggio, come ai vecchi tempi, quando si viaggiava in autostop. Mi è successo a Itaca qualche anno fa. Stessa emozione: la schiena  appoggiata sul sedile di una vecchia Renault, qualche discorso sul tempo e sulla Grecia che non è cambiata, efkaristos para poli, e ti accorgi che gli anni non hanno fatto scempio, non ancora, la nostalgia è sempre la stessa, di scoprire, annusare, camminare e impolverarmi sul ciglio di un sentiero bordato di salvia e  origano, profumato fino allo stordimento.
Mai stata in un villaggio turistico. E’ il mio orgoglio, il mio vanto. Come avrei potuto dopo quel viaggio? Il viaggio. Continuo a cercare alberghetti a poco prezzo o stanze presso qualche famiglia, oppure ostelli o un Kibbutz, come l’ultima vacanza in Galilea. Non è una forma di snobismo al contrario la mia. E’ desiderio di restare fedele a quella che ero, un po’ temeraria e incosciente, sempre pronta all’imprevisto, a cambiare itinerario all’improvviso, a sovvertire i programmi.
E’ questo per me il bello del viaggio. Non so se fra una decina d’anni getterò la spugna, ma mi piace immaginarmi come una di quelle vecchie signore che ho incontrato, spesso da sole, vestito a fiori di cotonina, cappello di paglia e zaino leggero, qualche macchia d’età sulle mani e sul decolleté, rughe di allegria intorno agli occhi e piedi agili nelle scarpe da tennis. Spero di non far stare troppo in apprensione mia figlia, come probabilmente avrò fatto stare in apprensione mia madre quando partivo…
Adoro viaggiare in treno. La nave mi piace, ma il mare non deve essere agitato. Con l’aereo sto facendo, da poco, la pace. In treno ho inventato un gioco: guardo incantata dal finestrino e immagino di accarezzare con un dito i contorni delle cose che scorrono veloci, sentendone la consistenza. E così accarezzo la lanugine dei prati, sfioro gli aghi dei pini, sento il ruvido delle tegole vecchie e il liscio gommoso dei cavi elettrici, il freddo della lamiera di capannoni e fabbriche, le pietre bagnate di pioggia, i ciottoli lisci delle spiagge sulla riviera… In tutto questo trovo molta poesia e se poi mi capita sottomano un tramonto con le nuvole infuocate, allora sì che non vorrei mai scendere da quel treno e continuare a viaggiare, senza fermarmi mai.

In Guatemala la marca dei sedili di finta pelle blu dei pullman era “blue bird”: un piccolo marchio argentato che sembrava un gioiello e quasi stonava con la carrozzeria sgangherata, le tendine strappate e la miseria delle donne indie, con i loro coloratissimi huipiles ricamati e i bambini addormentati sulle spalle.  
Il treno per Puerto Limon in Costa Rica aveva i sedili di legno, come quelli di terza classe sui nostri treni molti anni fa. Donne e uomini viaggiavano separati, per evitare violenze, visto che il tasso alcolico fra i viaggiatori era piuttosto elevato.
Il battello  che ci portava a Livingstone sembrava quello di Braccio di Ferro, tutta la notte tuoni e fulmini, non potevamo ripararci da nessuna parte, eravamo all’aperto, ricordo che ho pregato, Angelo di Dio, che sei il mio custode, ti prego salvaci… Ma il mattino dopo, con la testa che mi girava e le gambe ancora molli, davanti a una tazza di caffè americano e a un piatto di riso con le banane, la mia vena religiosa si era già affievolita.
Viaggiare per conoscere e conoscersi. Ogni volta è una sfida. Cosa scoprirò di me? Quali limiti supererò, magari senza accorgermene? Quanti maestri incontrerò.? Quali insegnamenti mi darà la natura? Quante volte piangerò e riderò?. Cosa assaggerò di più saporito e profumato? Quali regali piccoli e preziosi mi porterò dietro? Quale sarà la paura da affrontare?
Per i viaggi brevi o le vacanze non è difficile rispondere a queste domande. C’è quasi sempre un comune denominatore, fatto di imprevisti, aneddoti curiosi, incontri interessanti e nostalgia al ritorno, che dopo un po’ si affievolisce, lasciando spazio alla tenerezza. Ma per gli altri viaggi, quelli che potremmo chiamare “iniziatici”, perché segnano un passaggio da una condizione a un’altra, da un tempo a un altro, da una consapevolezza a un’altra, dare risposte è più complicato, ci vuole più attenzione.
Il mio viaggio in Centro e Sud America, il viaggio che mi ha cambiato la vita, è stato sicuramente un viaggio iniziatico, al quale mi stavo preparando da tempo, anche se forse in maniera inconsapevole.
La mia non era voglia di tagliare i ponti, ma semplicemente di vedere cosa ci fosse dall’altra parte del mondo da imparare e da scoprire. Innanzitutto una nuova lingua. Non è un caso che la mia tesi di laurea sia stata su Cuba e che abbia dovuto imparare lo spagnolo, un po’ da sola, un po’ frequentando un breve corso presso l’associazione Italia-Cuba. L’America Latina mi aveva sempre incuriosita e i miei studi in sociologia dell’educazione mi avevano fatto conoscere modelli di ingiustizia sociale e disuguaglianza che a Cuba, attraverso una massiccia campagna di alfabetizzazione, pareva invece fossero stati superati. Non bisogna dimenticare il clima di quegli anni: gli ideali, la politica, il femminismo, la partecipazione…E io di tutto questo ero impregnata. Non sapevo che al mio ritorno, nel 1982, avrei trovato altre atmosfere, molto meno romantiche e avventurose. Dopo gli anni della contestazione e quelli di piombo eravamo entrati nell’epoca del riflusso e dell’ Edonismo reaganiano. Brutti termini, per indicare la spregiudicatezza, il cinismo, il carrierismo sfrenato. Niente più gonne fiorate, zoccoli e capelli scapigliati, ma donne in carriera, tailleur firmati, tacchi a spillo e uomini con il borsello. Spiazzante. Quelle come me dov’erano finite?

Cosa ho scoperto di me durante il viaggio?
Per prima cosa che potevo addomesticare la paura e farmela mia amica. Io che a Firenze entravo nel panico se vedevo un piccolo ragno, in Costa Rica ho vissuto per quasi due mesi nella foresta, in una casa senza luce e senza acqua, dove, prima di andare a letto, controllavamo con una pila che non ci fosse il pericolosissimo serpente corallo o qualche scorpione velenoso. Di notte famiglie intere di pipistrelli ci volavano sulla faccia, così abbiamo dovuto fabbricare una specie di tenda, per isolarci da loro. Ma siccome era di plastica, ci svegliavamo all’alba, madidi di sudore. Naturalmente nelle mie lettere a mia madre trascuravo questi particolari avventurosi e pericolosi, per non spaventarla. Omissioni e qualche “bugia buona”, come le chiamo io, a fin di bene. Qualcuno mi ha chiesto: ma chi te lo ha fatto fare? Ero in ballo e dovevo ballare, non potevo certo tirarmi indietro, e poi c’era Alberto a proteggermi, da tutti i pericoli, le avversità, le insicurezze. Mi viene in mente la canzone di Battiato “La cura”.
Non potrò mai dimenticare il profumo della foresta, di fiori sfatti, di umidità, di terra grassa, del mare a pochi chilometri, e il chiasso degli uccelli che ci svegliavano all’alba, insieme al borbottio delle scimmie. E la gallina zoppa che al calar del sole Alberto spingeva con delicatezza sulla scala a pioli perché salisse  con le altre a dormire sull’albero di tamarindo. Immobile, a osservare la scena, se ne stava un’ iguana argentata. Sembrava un animale preistorico e sapiente.

E poi i Maestri.
Dionisio “el poeta”, che a Oaxaca declamava poesie struggenti sulla sua bambina che viveva in America. Mi ha fatto capire cosa sia l’amore per un figlio.
E Dona Carmen, la grande madre di tutti, che ci ha adottato per sette mesi, offrendoci la sua casa e la sua gentilezza amorevole. Mi ha insegnato la generosità.
E Angel, il vecchio hippy che viveva sulla spiaggia di Punta Hermosa, vendendo collane fatte di minuscole conchiglie e aveva gli occhi sempre rossi come un Bassethound . Mi ha insegnato la semplicità.
E ancora Lourdes, l’insegnante di Cuzco che per arrotondare faceva la taxista e  Tia Maria, la messicana che ci ha affittato le amache per dormire nella sua capanna sul mare e aveva non so quanti figli, due cani e un’iguana e un marito sempre ubriaco che ogni tanto prendeva a ceffoni. Mi hanno insegnato la forza.
E poi la signora Dina, che la sera, nella sua casa tutta di legno, ci preparava la tisana di basilico e ci faceva il pesce alla brace con i pomodori del suo orto ( così bizzarro in quell’angolo di foresta), nato da un progetto sperimentale dell’Università di S.Josè. Mi ha insegnato la gentilezza e la grazia della vecchiaia.

Anche la natura è stata mia maestra. La più rude a volte, ma anche la più compassionevole. Io che ai primi schizzi di pioggia uscivo con l’ombrello, ho imparato a stare sotto gli acquazzoni improvvisi e a farmi inzuppare dalle gocce tiepide, tutta, fino alle ossa, per poi magari arrotolarmi nelle lenzuola bianche di un hostal e mettere ad asciugare i miei vestiti fradici sulle sedie di paglia. Ho imparato a guadare il fiume che attraversava il campo in cui si trovava la nostra capanna, ben attenta a non scivolare, in equilibrio perfetto su un tronco, elegante come una ballerina. Ho scoperto quanto siano pestifere le zanzare dello Yucatan, tanto da dover andare perfino in bagno con lo zampirone in mano per non farmi massacrare. E quanto sia calda Vera Cruz nel mese di Maggio, da non poter respirare e dover fare una doccia ogni mezz’ora, senza neppure bisogno di asciugarsi perché l’acqua evaporava in pochi secondi.
E l’umidità della sierra, il verde tenero del mais, il verde cupo degli alberi, il verde polveroso dei cactus nel deserto del Messico, il verde dolce delle colline del Guatemala e dei campi di ananas dell’Honduras.
E ancora la spietatezza degli avvoltoi appollaiati sui bidoni ricolmi di spazzatura nel mercato di Tegucigalpa, con i bambini di due anni, nudi, a cercare cibo fra l’immondizia. Anche questa è natura. Crudele, ma pur sempre natura. E i pellicani dal becco invadente che pescavano a fior d’acqua a Punta Hermosa, i pappagalli variopinti e rumorosi che volavano al tramonto in stormi allegri davanti alla nostra casa di S.Josè e le rondini, a centinaia, impazzite di felicità, nel cielo di Chetumal… Sempre natura, meravigliosa natura.
Nell’ospedale di Cuzco, la città sulle Ande dove è nata la mia bambina, le infermiere meticce si preoccupavano perché non mi si attaccava al seno e quindi rischiavo di perdere il latte. Dopo aver tentato in tutti modi di aiutarmi, con un tiralatte e un intervento manuale piuttosto doloroso, la capo-sala mi propose timidamente l’ultima possibilità: allattare un altro bambino, magari più forte e più sveglio. Mi portarono un bambino indio che sembrava un torello, con il cappellino di lana tipico, che gli copriva le orecchie. Era bellissimo. Ricordo la meraviglia di quel contatto così intimo con un bambino che non era il mio, ma che ho subito amato. Inutile dire che il mio latte prese subito a sgorgare e così potei allattare mia figlia, fino ai 10 mesi. Anche questa è natura. Amica, sorella, madre. Ero la prima donna bianca che a Cuzco allattava un bambino indio. Spero che ce ne siano state ancora.
Ho vissuto la maternità in un contesto “forte”, non certamente asettico, circondata da infermiere, donne, che portavano in sé la “sapienza”, quella ancestrale, che fa del parto un avvenimento semplice, naturale e maestoso nello stesso tempo. Sono stata fortunata.
E poi i sapori, come li potrei dimenticare!  Il primo succo di mango e papaia a Città del Messico, il piccantissimo guacamole e i tacos, avvolti nelle foglie di mais, portati dalle indie sopra gli autobus in ceste rudimentali;  il riso al cocco con il pollo, mangiato a Puerto Barrios; il pollo alla Plaia Panamà, inventato da noi, con il vino, le cipolle e i peperoni, e il casado in Costa Rica, sempre lo stesso, riso, fagioli e banana fritta, tutti i giorni, che ti saziava e ti stupiva, come può un piatto così semplice essere tanto gustoso?  E ancora, il filetto che ci cucinava quella donna anziana sulla spiaggia di Punta Hermosa, con una salsa buonissima dagli ingredienti segreti. Lei ce lo serviva sospirando e guardando il mare nel quale erano annegati sua figlia e il suo unico nipote. Sapori e dolori che si intrecciano. In un’alchimia che commuove e che spiazza.
Ho pianto e riso tanto durante il mio viaggio. Di tristezza, di paura, di solitudine, di allegria, di felicità, di stupore. Pianto e riso a volte si confondevano. E anche questo è stato un insegnamento. L’impermanenza. Tutto cambia, di momento in momento. E’ così. E questo è il bello. Lasciare ogni attaccamento. Il viaggio ti costringe a farlo, a ogni tappa. Devi salutare amici che non rivedrai mai più e che sono stati la tua famiglia. Salutare cani, gatti, iguane anziane e sagge, galline zoppe e pappagalli che avevano imparato il tuo nome. Salutare case, alberghi, ristoranti, piazze, panchine. Salutare paesi in guerra dai quali devi scappare per non rischiare la vita, sapendo che quel giorno qualcuno  morirà, per stupidità e odio. Senza voltarti indietro. E con la gratitudine che ti gonfia il cuore.
Sull’aereo che ci portava a Panama per poi andare in Perù, ho pianto ininterrottamente. Non riuscivo a smettere. L’immagine di Dona Carmen e i suoi figli che, allineati sulla linea gialla, mi salutavano all’aeroporto, dopo sette mesi trascorsi insieme nella stessa casa, non riuscivo proprio a togliermela dagli occhi. E ancora oggi mi commuove.
Questo è stato il mio viaggio. Il più importante, a fare da muro maestro a quelli che sono venuti dopo e a quelli che verranno. Perché io continuerò a viaggiare e fra un viaggio e un altro continuerò a sentirmi una donna fortunata, che ha visto e conosciuto tanto, ma non si accontenta. E guarderò mappamondi,
atlanti  e cartine per capire, guidata da quel fremito sottile di curiosità e di voglia d’avventura che ormai riconosco, quale sarà la prossima meta a permettermi di allargare i confini della mia mente e del mio cuore.
Sì viaggiare…Con coraggio gentilmente… gentilmente… dolcemente viaggiare…… Lucio Battisti lo sapeva bene.
Il viaggio è stato bello. E lo sarà ancora…e ancora…e ancora…

2 commenti:

  1. cara elvira, mi sono commossa tanto. mi sembra di vederti in ogni immagine di queste righe, col passo leggero, il sorriso accennato, lo sguardo profondo di due occhi intelligenti, pensosi, accoglienti.

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  2. Grazie Valentina, commossa io dalle tue parole. Un abbraccio. A presto

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