lunedì 6 luglio 2015

SI' VIAGGIARE...






Prima del viaggio. E dopo. Una linea netta di demarcazione. Un confine. Qual è la parte giusta? Non si sa. Da che parte c’è più dolore? O più gioia? Prima o dopo? Un viaggio ti cambia per sempre. Persino i viaggi brevi, quelli di poche ore, fatti magari su un treno regionale, con i sedili macchiati di chissà  cosa e briciole di pane dappertutto. Ma ti basta incrociare lo sguardo di una ragazza nigeriana che ti fa un sorriso schivo e tu incominci a fantasticare sulla sua vita, chissà, magari fa la prostituta, ha un ragazzo che la sfrutta o forse no, fa la badante e sta mandando i soldi a casa, oppure studia medicina, ma quello sguardo umido comunque ti ha cambiata, ti ha fatto sentire un po’ meno sola e più viva, appartenente a questa umanità dolente e vitale, che chiede solo giustizia, pane e un po’ di amore.
Poi ci sono le vacanze. Anche quelle ti cambiano. A volte diventano la traccia luminosa di un incontro, magari breve, ma intenso, amici, amori, albergatori gentili, automobilisti che ti offrono un passaggio, come ai vecchi tempi, quando si viaggiava in autostop. Mi è successo a Itaca qualche anno fa. Stessa emozione: la schiena  appoggiata sul sedile di una vecchia Renault, qualche discorso sul tempo e sulla Grecia che non è cambiata, efkaristos para poli, e ti accorgi che gli anni non hanno fatto scempio, non ancora, la nostalgia è sempre la stessa, di scoprire, annusare, camminare e impolverarmi sul ciglio di un sentiero bordato di salvia e  origano, profumato fino allo stordimento.
Mai stata in un villaggio turistico. E’ il mio orgoglio, il mio vanto. Come avrei potuto dopo quel viaggio? Il viaggio. Continuo a cercare alberghetti a poco prezzo o stanze presso qualche famiglia, oppure ostelli o un Kibbutz, come l’ultima vacanza in Galilea. Non è una forma di snobismo al contrario la mia. E’ desiderio di restare fedele a quella che ero, un po’ temeraria e incosciente, sempre pronta all’imprevisto, a cambiare itinerario all’improvviso, a sovvertire i programmi.
E’ questo per me il bello del viaggio. Non so se fra una decina d’anni getterò la spugna, ma mi piace immaginarmi come una di quelle vecchie signore che ho incontrato, spesso da sole, vestito a fiori di cotonina, cappello di paglia e zaino leggero, qualche macchia d’età sulle mani e sul decolleté, rughe di allegria intorno agli occhi e piedi agili nelle scarpe da tennis. Spero di non far stare troppo in apprensione mia figlia, come probabilmente avrò fatto stare in apprensione mia madre quando partivo…
Adoro viaggiare in treno. La nave mi piace, ma il mare non deve essere agitato. Con l’aereo sto facendo, da poco, la pace. In treno ho inventato un gioco: guardo incantata dal finestrino e immagino di accarezzare con un dito i contorni delle cose che scorrono veloci, sentendone la consistenza. E così accarezzo la lanugine dei prati, sfioro gli aghi dei pini, sento il ruvido delle tegole vecchie e il liscio gommoso dei cavi elettrici, il freddo della lamiera di capannoni e fabbriche, le pietre bagnate di pioggia, i ciottoli lisci delle spiagge sulla riviera… In tutto questo trovo molta poesia e se poi mi capita sottomano un tramonto con le nuvole infuocate, allora sì che non vorrei mai scendere da quel treno e continuare a viaggiare, senza fermarmi mai.

In Guatemala la marca dei sedili di finta pelle blu dei pullman era “blue bird”: un piccolo marchio argentato che sembrava un gioiello e quasi stonava con la carrozzeria sgangherata, le tendine strappate e la miseria delle donne indie, con i loro coloratissimi huipiles ricamati e i bambini addormentati sulle spalle.  
Il treno per Puerto Limon in Costa Rica aveva i sedili di legno, come quelli di terza classe sui nostri treni molti anni fa. Donne e uomini viaggiavano separati, per evitare violenze, visto che il tasso alcolico fra i viaggiatori era piuttosto elevato.
Il battello  che ci portava a Livingstone sembrava quello di Braccio di Ferro, tutta la notte tuoni e fulmini, non potevamo ripararci da nessuna parte, eravamo all’aperto, ricordo che ho pregato, Angelo di Dio, che sei il mio custode, ti prego salvaci… Ma il mattino dopo, con la testa che mi girava e le gambe ancora molli, davanti a una tazza di caffè americano e a un piatto di riso con le banane, la mia vena religiosa si era già affievolita.
Viaggiare per conoscere e conoscersi. Ogni volta è una sfida. Cosa scoprirò di me? Quali limiti supererò, magari senza accorgermene? Quanti maestri incontrerò.? Quali insegnamenti mi darà la natura? Quante volte piangerò e riderò?. Cosa assaggerò di più saporito e profumato? Quali regali piccoli e preziosi mi porterò dietro? Quale sarà la paura da affrontare?
Per i viaggi brevi o le vacanze non è difficile rispondere a queste domande. C’è quasi sempre un comune denominatore, fatto di imprevisti, aneddoti curiosi, incontri interessanti e nostalgia al ritorno, che dopo un po’ si affievolisce, lasciando spazio alla tenerezza. Ma per gli altri viaggi, quelli che potremmo chiamare “iniziatici”, perché segnano un passaggio da una condizione a un’altra, da un tempo a un altro, da una consapevolezza a un’altra, dare risposte è più complicato, ci vuole più attenzione.
Il mio viaggio in Centro e Sud America, il viaggio che mi ha cambiato la vita, è stato sicuramente un viaggio iniziatico, al quale mi stavo preparando da tempo, anche se forse in maniera inconsapevole.
La mia non era voglia di tagliare i ponti, ma semplicemente di vedere cosa ci fosse dall’altra parte del mondo da imparare e da scoprire. Innanzitutto una nuova lingua. Non è un caso che la mia tesi di laurea sia stata su Cuba e che abbia dovuto imparare lo spagnolo, un po’ da sola, un po’ frequentando un breve corso presso l’associazione Italia-Cuba. L’America Latina mi aveva sempre incuriosita e i miei studi in sociologia dell’educazione mi avevano fatto conoscere modelli di ingiustizia sociale e disuguaglianza che a Cuba, attraverso una massiccia campagna di alfabetizzazione, pareva invece fossero stati superati. Non bisogna dimenticare il clima di quegli anni: gli ideali, la politica, il femminismo, la partecipazione…E io di tutto questo ero impregnata. Non sapevo che al mio ritorno, nel 1982, avrei trovato altre atmosfere, molto meno romantiche e avventurose. Dopo gli anni della contestazione e quelli di piombo eravamo entrati nell’epoca del riflusso e dell’ Edonismo reaganiano. Brutti termini, per indicare la spregiudicatezza, il cinismo, il carrierismo sfrenato. Niente più gonne fiorate, zoccoli e capelli scapigliati, ma donne in carriera, tailleur firmati, tacchi a spillo e uomini con il borsello. Spiazzante. Quelle come me dov’erano finite?

Cosa ho scoperto di me durante il viaggio?
Per prima cosa che potevo addomesticare la paura e farmela mia amica. Io che a Firenze entravo nel panico se vedevo un piccolo ragno, in Costa Rica ho vissuto per quasi due mesi nella foresta, in una casa senza luce e senza acqua, dove, prima di andare a letto, controllavamo con una pila che non ci fosse il pericolosissimo serpente corallo o qualche scorpione velenoso. Di notte famiglie intere di pipistrelli ci volavano sulla faccia, così abbiamo dovuto fabbricare una specie di tenda, per isolarci da loro. Ma siccome era di plastica, ci svegliavamo all’alba, madidi di sudore. Naturalmente nelle mie lettere a mia madre trascuravo questi particolari avventurosi e pericolosi, per non spaventarla. Omissioni e qualche “bugia buona”, come le chiamo io, a fin di bene. Qualcuno mi ha chiesto: ma chi te lo ha fatto fare? Ero in ballo e dovevo ballare, non potevo certo tirarmi indietro, e poi c’era Alberto a proteggermi, da tutti i pericoli, le avversità, le insicurezze. Mi viene in mente la canzone di Battiato “La cura”.
Non potrò mai dimenticare il profumo della foresta, di fiori sfatti, di umidità, di terra grassa, del mare a pochi chilometri, e il chiasso degli uccelli che ci svegliavano all’alba, insieme al borbottio delle scimmie. E la gallina zoppa che al calar del sole Alberto spingeva con delicatezza sulla scala a pioli perché salisse  con le altre a dormire sull’albero di tamarindo. Immobile, a osservare la scena, se ne stava un’ iguana argentata. Sembrava un animale preistorico e sapiente.

E poi i Maestri.
Dionisio “el poeta”, che a Oaxaca declamava poesie struggenti sulla sua bambina che viveva in America. Mi ha fatto capire cosa sia l’amore per un figlio.
E Dona Carmen, la grande madre di tutti, che ci ha adottato per sette mesi, offrendoci la sua casa e la sua gentilezza amorevole. Mi ha insegnato la generosità.
E Angel, il vecchio hippy che viveva sulla spiaggia di Punta Hermosa, vendendo collane fatte di minuscole conchiglie e aveva gli occhi sempre rossi come un Bassethound . Mi ha insegnato la semplicità.
E ancora Lourdes, l’insegnante di Cuzco che per arrotondare faceva la taxista e  Tia Maria, la messicana che ci ha affittato le amache per dormire nella sua capanna sul mare e aveva non so quanti figli, due cani e un’iguana e un marito sempre ubriaco che ogni tanto prendeva a ceffoni. Mi hanno insegnato la forza.
E poi la signora Dina, che la sera, nella sua casa tutta di legno, ci preparava la tisana di basilico e ci faceva il pesce alla brace con i pomodori del suo orto ( così bizzarro in quell’angolo di foresta), nato da un progetto sperimentale dell’Università di S.Josè. Mi ha insegnato la gentilezza e la grazia della vecchiaia.

Anche la natura è stata mia maestra. La più rude a volte, ma anche la più compassionevole. Io che ai primi schizzi di pioggia uscivo con l’ombrello, ho imparato a stare sotto gli acquazzoni improvvisi e a farmi inzuppare dalle gocce tiepide, tutta, fino alle ossa, per poi magari arrotolarmi nelle lenzuola bianche di un hostal e mettere ad asciugare i miei vestiti fradici sulle sedie di paglia. Ho imparato a guadare il fiume che attraversava il campo in cui si trovava la nostra capanna, ben attenta a non scivolare, in equilibrio perfetto su un tronco, elegante come una ballerina. Ho scoperto quanto siano pestifere le zanzare dello Yucatan, tanto da dover andare perfino in bagno con lo zampirone in mano per non farmi massacrare. E quanto sia calda Vera Cruz nel mese di Maggio, da non poter respirare e dover fare una doccia ogni mezz’ora, senza neppure bisogno di asciugarsi perché l’acqua evaporava in pochi secondi.
E l’umidità della sierra, il verde tenero del mais, il verde cupo degli alberi, il verde polveroso dei cactus nel deserto del Messico, il verde dolce delle colline del Guatemala e dei campi di ananas dell’Honduras.
E ancora la spietatezza degli avvoltoi appollaiati sui bidoni ricolmi di spazzatura nel mercato di Tegucigalpa, con i bambini di due anni, nudi, a cercare cibo fra l’immondizia. Anche questa è natura. Crudele, ma pur sempre natura. E i pellicani dal becco invadente che pescavano a fior d’acqua a Punta Hermosa, i pappagalli variopinti e rumorosi che volavano al tramonto in stormi allegri davanti alla nostra casa di S.Josè e le rondini, a centinaia, impazzite di felicità, nel cielo di Chetumal… Sempre natura, meravigliosa natura.
Nell’ospedale di Cuzco, la città sulle Ande dove è nata la mia bambina, le infermiere meticce si preoccupavano perché non mi si attaccava al seno e quindi rischiavo di perdere il latte. Dopo aver tentato in tutti modi di aiutarmi, con un tiralatte e un intervento manuale piuttosto doloroso, la capo-sala mi propose timidamente l’ultima possibilità: allattare un altro bambino, magari più forte e più sveglio. Mi portarono un bambino indio che sembrava un torello, con il cappellino di lana tipico, che gli copriva le orecchie. Era bellissimo. Ricordo la meraviglia di quel contatto così intimo con un bambino che non era il mio, ma che ho subito amato. Inutile dire che il mio latte prese subito a sgorgare e così potei allattare mia figlia, fino ai 10 mesi. Anche questa è natura. Amica, sorella, madre. Ero la prima donna bianca che a Cuzco allattava un bambino indio. Spero che ce ne siano state ancora.
Ho vissuto la maternità in un contesto “forte”, non certamente asettico, circondata da infermiere, donne, che portavano in sé la “sapienza”, quella ancestrale, che fa del parto un avvenimento semplice, naturale e maestoso nello stesso tempo. Sono stata fortunata.
E poi i sapori, come li potrei dimenticare!  Il primo succo di mango e papaia a Città del Messico, il piccantissimo guacamole e i tacos, avvolti nelle foglie di mais, portati dalle indie sopra gli autobus in ceste rudimentali;  il riso al cocco con il pollo, mangiato a Puerto Barrios; il pollo alla Plaia Panamà, inventato da noi, con il vino, le cipolle e i peperoni, e il casado in Costa Rica, sempre lo stesso, riso, fagioli e banana fritta, tutti i giorni, che ti saziava e ti stupiva, come può un piatto così semplice essere tanto gustoso?  E ancora, il filetto che ci cucinava quella donna anziana sulla spiaggia di Punta Hermosa, con una salsa buonissima dagli ingredienti segreti. Lei ce lo serviva sospirando e guardando il mare nel quale erano annegati sua figlia e il suo unico nipote. Sapori e dolori che si intrecciano. In un’alchimia che commuove e che spiazza.
Ho pianto e riso tanto durante il mio viaggio. Di tristezza, di paura, di solitudine, di allegria, di felicità, di stupore. Pianto e riso a volte si confondevano. E anche questo è stato un insegnamento. L’impermanenza. Tutto cambia, di momento in momento. E’ così. E questo è il bello. Lasciare ogni attaccamento. Il viaggio ti costringe a farlo, a ogni tappa. Devi salutare amici che non rivedrai mai più e che sono stati la tua famiglia. Salutare cani, gatti, iguane anziane e sagge, galline zoppe e pappagalli che avevano imparato il tuo nome. Salutare case, alberghi, ristoranti, piazze, panchine. Salutare paesi in guerra dai quali devi scappare per non rischiare la vita, sapendo che quel giorno qualcuno  morirà, per stupidità e odio. Senza voltarti indietro. E con la gratitudine che ti gonfia il cuore.
Sull’aereo che ci portava a Panama per poi andare in Perù, ho pianto ininterrottamente. Non riuscivo a smettere. L’immagine di Dona Carmen e i suoi figli che, allineati sulla linea gialla, mi salutavano all’aeroporto, dopo sette mesi trascorsi insieme nella stessa casa, non riuscivo proprio a togliermela dagli occhi. E ancora oggi mi commuove.
Questo è stato il mio viaggio. Il più importante, a fare da muro maestro a quelli che sono venuti dopo e a quelli che verranno. Perché io continuerò a viaggiare e fra un viaggio e un altro continuerò a sentirmi una donna fortunata, che ha visto e conosciuto tanto, ma non si accontenta. E guarderò mappamondi,
atlanti  e cartine per capire, guidata da quel fremito sottile di curiosità e di voglia d’avventura che ormai riconosco, quale sarà la prossima meta a permettermi di allargare i confini della mia mente e del mio cuore.
Sì viaggiare…Con coraggio gentilmente… gentilmente… dolcemente viaggiare…… Lucio Battisti lo sapeva bene.
Il viaggio è stato bello. E lo sarà ancora…e ancora…e ancora…

mercoledì 1 luglio 2015

GRECIA MADRE- oggi più che mai-





Ho scritto questo racconto alcuni anni fa. Lo condivido oggi, per dichiarare ancora una volta, più forte che mai, il mio amore per la Grecia

GRECIA MADRE

Io amo la Grecia. E’ come se ci fossi nata. E’ lo stesso amore che provo per il Sud Italia, con una vena in più di struggimento, di nostalgia. E’ un sogno di luce e di calore perché la Grecia è luminosa e calda, accogliente e gentile. Ti ci senti subito a casa ed è una casa caotica, colorata e rumorosa. Allegra. E i greci sono i nostri fratelli sorridenti, forse i più ospitali con noi. “Una faccia, una razza” ci tengono a dirti appena sanno che sei italiano. E si prodigano a trovarti una stanza, a darti un’indicazione, a consigliarti un ristorante.


Il primo viaggio in Grecia l’ho fatto nel 1977. Ero giovane e innamorata e vivevo a Firenze in una piccola casa con Pantazis, uno studente greco. Era di Serres in Macedonia, aveva gli occhi color nocciola, i capelli biondi e una voce cantilenante come una musica che mi faceva rimanere incantata, specialmente quando parlava greco con i suoi amici. Imparai un po’ alla volta, soprattutto per curiosità, a orientarmi in mezzo a quei fiumi di parole, a indovinarne almeno il senso, e poi pian piano a costruirmi un discreto vocabolario, fatto all’inizio soprattutto di frasi colorite, poi di termini mangerecci e via via, allargando lo sguardo, fino agli oggetti e ai luoghi. Entusiasmante questo mio aprirmi a una lingua sconosciuta che aveva molto in comune con la nostra, pur essendo così diversa, soprattutto nel suono. Il viaggio da Firenze durò 24 ore. Passammo dalla Iugoslavia: Lubiana, Zagabria, Belgrado, Skopie quasi al confine. Arrivammo a Salonicco a notte avanzata. La prima sensazione fu di gioia assoluta. Si sentiva dagli odori, dai rumori, dall’atmosfera complessiva, di essere alle porte dell’Oriente. Un allegro disordine, un’anarchia nelle case e nelle strade mi ricordavano a tratti il nostro sud, con ancora più caos, variopinto e chiassoso. Vitale. Che mi dava energia, passione. Mi sentivo a casa. La prima cosa che assaggiai fu lo yogurt. Cremoso, succulento, una panna. Da leccare il vasetto con le dita per non perderne neanche una goccia. E poi tutto il resto. I sapori erano più forti, speziati, perfino il vino era profumato. Tutti i sensi erano sollecitati e mi sentivo più  viva e presente. Andammo a Serres dai nonni di Pantazis e poi a Xanti ai confini con la Turchia a trovare sua madre. Passammo per Kavala, una bellissima città sul mare, tutta bianca. E poi sul Monte Pilion, un promontorio con spiagge meravigliose dal mare turchese. Imparai nuove parole e frasi più articolate. Mi sentivo orgogliosa del mio nuovo alfabeto, uno strumento in più per comunicare. Imparai a ballare quei balli tutti in cerchio, vecchi e bambini insieme, strumenti antichi e musiche struggenti, in quelle piazzette con i piccoli caffè all’ombra di grandi platani e le cicale che frinivano impazzite. Ho fatto il bagno nuda in baie deserte con ulivi contorti e piccoli cipressi fin sulla sabbia. Ho mangiato fichi succosi raccolti sulla spiaggia e pesce arrostito sulla brace di legni profumati. Ho sorseggiato caffè turco e bevuto retsina e ouzo aromatici fino allo stordimento. Mi sono svegliata all’alba che sapeva di origano e mentuccia, al canto di un gallo che cantava ogni mezz’ora, puntuale come un pendolo.

Ho amato la Grecia e sono stata contraccambiata in abbondanza. E questo amore, come tutti gli amori, si è nutrito di assiduità e di sollecitudine. Anche se ancora erano tanti i paesi che volevo visitare e il mondo era lì che mi aspettava, non potevo rinunciare alle mie partenze in nave fino a Patrasso o al Pireo, commuovendomi non appena sentivo pronunciare le prime parole greche che mi annunciavano che ero arrivata.

Anche dopo la fine del mio amore con Pantazis, i viaggi in Grecia si sono susseguiti con cadenze regolari. Ogni 3 o 4 anni la nostalgia si faceva più prepotente e io partivo, con lo stesso spirito curioso di ragazza, alla scoperta di un mondo incantato pieno di sorprese: la Grecia Classica, le isole dell’Egeo, Atene, splendida nella sua luce, abbagliante con tutto quel bianco, caotica ma pulsante di vita e di profumi. E il Partenone, senza dubbio il luogo al mondo dove io sento più potente la presenza di chi mi ha preceduto e la maestosità della storia.

Poi ci ho voluto portare mia figlia. Aveva solo dieci anni ma era già una grande viaggiatrice. Si era preparata da sola uno zaino azzurro con il minimo indispensabile, ricordo che il giorno della partenza indossava un vestitino a righe turchesi e un cappello di paglia di Firenze. Sembravamo due esploratrici. Prima tappa fu Patrasso dove andammo a trovare la mia amica Melania che si era sposata con Costas, un ragazzo conosciuto a Firenze e che ora faceva l’otorino. Ci fermammo solo pochi giorni, il tempo di curare Olivia, che si era procurata una brutta otite facendo centinaia di tuffi nella piscina del traghetto. Ma eravamo capitate bene, Costas la curò perfettamente. Poi andammo a Salonicco a trovare Pantazis. Erano anni che non lo vedevo. Fu molto ospitale e ci accolse in una bellissima casa dai pavimenti di marmo bianco e i tappeti persiani. Andammo a Serres a salutare i suoi che mi fecero un sacco di feste. Sua madre Pitsa, diminutivo di Calliopi, regalò a Olivia una piccola croce bizantina, incastonata di brillantini. Vidi dopo tanto tempo Ugo, il cane che avevamo preso cucciolo insieme e che adesso aveva 14 anni. Piansi tutte le mie lacrime nel  ritrovarlo vecchio e zoppicante e mi venne in mente Ulisse con il cane Argo. Universalità dei sentimenti, al di là del tempo e dello spazio! Avevo bisogno di quiete e chiesi a Pantazis di accompagnarci su un’isola tranquilla. Ci lasciò sulla Penisola Calcidica e prendemmo il traghetto per Amullianì, un’isoletta che neanche si vede sulle carte geografiche. Fu una vacanza riposante. La mattina andavamo al mare e il pomeriggio Olivia si avventurava ad esplorare calette e spiagge nascoste mentre io leggevo un libro. Ero tranquilla, gli abitanti ormai ci conoscevano ed erano gentili e protettivi e mia figlia si sentiva una piccola Robinson Crusoe. Venne l’11 agosto, giorno del suo compleanno. Le regalai un vasetto dipinto a mano e una semplice collanina con delle pietruzze bianche e rosa, ma in cuor mio avrei voluto farle una vera festa. Ma a volte succedono i miracoli. Al tramonto vedemmo arrivare in fila indiana un piccolo corteo composto da Pantazis, la sua ragazza, suo padre Alekos e un amico, carichi di doni come i Re Magi. E in coda Ugo, zoppicante. Avevano portato anche una torta di panna e fragole a più strati, come quelle di Nonna Papera. Andammo tutti a festeggiare in un piccolo caffé dalle sedie e i tavolini azzurri.  Fu una serata bellissima. La Grecia quella volta si comportò con noi come una madre generosa e attenta.

Altro viaggio. Mia figlia aveva 17 anni. Andammo a Kea, un’isola dell’Egeo. Lei trovò subito una comitiva di ragazzi, parlavano in più lingue e si comprendevano a meraviglia. Io me ne stavo tutto il giorno al sole o all’ombra dei platani a leggere e a scrivere, quieta.
Qualche volta prendevo il fresco sulla terrazza di Tina, una signora milanese sposata con un medico greco, che aveva la casa più bella dell’isola, tutta arredata con mobili dipinti di azzurro e bianco. Lo spettacolo del tramonto sul mare ci toglieva ogni volta  il fiato. La bellezza si materializzava in un pulviscolo dorato che ricopriva tutte le cose intorno e i nostri visi. E il silenzio era un dono, quasi una benedizione.

Venne il giorno della partenza. L’alba era rosata e nitida di colori e di profumi. Dalla nave vedemmo allontanarsi le case bianche come di zucchero filato, le piccole chiese e i mulini a vento. Più in lontananza si vedevano le tombe del cimitero ortodosso, suggestivo e quieto in mezzo agli ulivi secolari. Eravamo state felici in quell’isola, due settimane.

 Ultimo viaggio. Qualche anno fa ho voluto visitare con un amico le isole dello Ionio. Cefalonia è stata una sorpresa. Tutti parlavano italiano e ci facevano sentire ancora di più a casa. Eravamo senza macchina e abbiamo fatto in quindici giorni più di 100 Km a piedi su sentieri sterrati, bordati di salvia e rosmarino, che all’improvviso si aprivano su paesaggi mozzafiato. C’erano pochissimi turisti, il mare era puro e incontaminato, la vegetazione sontuosa, con eucaliptus e cipressi dappertutto, fin quasi a entrare nell’acqua. Magica, profumata e dolce Cefalonia.
Poi Itaca.
Appena più turistica, ma di un turismo rispettoso e consapevole. La bellezza portata agli estremi. Commovente di suggestioni e di richiami. Brulla e all’improvviso verde e poi turchese, assolata e ventosa, fresca di brezza sulla baia circolare come un lago, di Vathi, la splendida. Con al centro l’isolotto dove Byron si riposava dopo le sue nuotate. Una sera, al crepuscolo, ci siamo arrampicati fino a un vecchio monastero abitato da pochi monaci barbuti. Intorno, fra gli ulivi, si sentivano solo le capre e il vento. Dall’alto insenature e rocce e mare cristallino. Ho lasciato il cuore nella piccola chiesa bizantina con lunghe candele smilze affondate nella sabbia e una grande icona dell’Arcangelo Michele che mi sorrideva. Da quel giorno l’ho scelto come mio Angelo custode.
Era strano non trovare più le dracme e pagare in euro. Ma i prezzi erano buoni, più contenuti che da noi. E l’ambiente era pulito e protetto. Dappertutto pannelli solari e impianti eolici. E fiori, soprattutto gelsomini e bouganvillee  di un lillà pallido, mai viste prima di quel colore.  Un paradiso di rispetto per la natura e le tradizioni.

Ma certo non finisce qui. Ritornerò in Grecia. E’ la mia seconda patria. Mi ha visto ragazza innamorata, donna giovane, e poi donna matura, che non esclude un giorno di andare a vivere chissà, proprio a Itaca, in una piccola casa di pietra con le finestre azzurre. E di invecchiare lì, in quel clima dolce, con quella luce che ti protegge e ti riscalda, fra profumi e musiche che ti fanno sentire senza età. E forse eterna. Senza  più paura.




mercoledì 24 giugno 2015

PAURA DI VOLARE


Negli ultimi anni mi è venuta la fobia degli aerei. Nei giorni che precedono il volo mi faccio prendere dall' ansia e in qualche modo mi perdo il piacere, che sempre precede i viaggi, di assaporare l’attesa  immaginando le sorprese che mi aspettano. Ma incombe su tutto la Paura, la Grande Paura. Che si manifesta, come tutte le paure perbene, con una serie di sintomi: insonnia, tachicardia, tremiti, respiro corto. In fila, prima di salire sull’aereo, mi sembra di essere una che sta per andare al patibolo. Ansia anticipatoria. Che in pratica è semplicemente una tensione fra l’Adesso e il Poi. Nel momento in cui salgo, l’ansia si trasforma in Terrore, in tutte le sue sfaccettature. Ma siccome io sono un’esploratrice e una viaggiatrice, non posso certo farmi limitare da tutto questo e allora voglio esplorarla quest’ansia, la voglio visitare. E quando lo faccio scopro delle cose molto ma molto interessanti. Intanto, guardandomi intorno, mi accorgo che non sono la sola ad avere paura. E questo un po’ mi consola. Volare NON E’ NATURALE. Non siamo uccelli. Abbiamo bisogno di stare con i piedi ben piantati per terra, come le radici degli alberi. E anche navigare, a pensarci bene, in quest’ottica... Ma questo è un altro discorso. Avete presente le facce dei passeggeri di un aereo al momento del decollo? Chi fa finta di niente e legge il giornale. Ma deglutisce molto rumorosamente. Chi si abbandona sullo schienale, occhi chiusi e mani strette spasmodicamente ai braccioli. Chi si fa il segno della croce. Chi tiene la mano del proprio compagno o peggio ancora del proprio bambino, facendo finta di rassicurarlo. Insomma un campionario piuttosto variegato. Poi si parte. Nessuno parla. Nessuno si muove. Finalmente, una volta  acquistata quota, si sente di nuovo circolare il sangue nelle vene e la vita riprende. Almeno per gli altri passeggeri.
Qualcuno si mette a chiacchierare o a guardare un film, qualcun altro si alza o inizia a mangiare. Io non faccio niente di tutto questo. Per calmarmi inizio a bere. Un sorso d’acqua ogni 5 minuti. Questo mi scandisce il tempo e mi tiene idratata. Ho letto che in aereo la pelle si può disseccare se non si beve abbastanza. E non voglio arrivare a destinazione come una mela avvizzita.  E poi inizio ad aspettare. Che cosa? LE TURBOLENZE. Che non è detto che ci siano, ma almeno un paio di volte, in un volo breve, accade che si manifestino. Quindi occhi fissi sui segnali luminosi e orecchie ben aperte per sentire l’eventuale annuncio: SIGNORE E SIGNORI SIETE PREGATI DI SEDERVI E DI ALLACCIARE LE CINTURE PERCHE’ STIAMO PER ATTRAVERSARE UNA ZONA DI TURBOLENZA. Quello dell’annuncio è il momento più terribile. Lì chiudo gli occhi e qualche volta prego. Ma subito avviene il miracolo. E questa è la scoperta principale: quando iniziano le turbolenze io non ho paura. Sono attenta, vigile, concentrata su quello che succede: i rumori, le espressioni delle hostess, quasi sempre impassibili, la vista dall'oblò, gli scossoni dell’aereo, che a pensarci bene, spesso sono inferiori di molto a quelli della corriera che mi porta a prendere il treno a Monte San Biagio. Ma non ho paura.  Poi la turbolenza finisce e io mi ritrovo a sperimentare uno stato di profonda quiete, quasi orgogliosa di aver sopportato eroicamente e con i nervi saldi quello che tanto temevo. Può ripresentarsi una leggera ansia in attesa della turbolenza successiva, se mai ci sarà, ma SO che ce la potrò fare, anche questa volta. Paradossalmente mi godo il resto del viaggio e quando annunciano la fase di atterraggio, nella quale di solito sono frequenti turbolenze piuttosto consistenti, non ho nessuna paura. Mi godo dal finestrino le luci della città, il paesaggio, le piste illuminate, mi godo il leggero tuffo allo stomaco, che stavolta è indice di emozione e non di ansia. Sto arrivando a destinazione, sono felice. Tutto questo per dire cosa? Che spesso la nostra è solo paura della paura e che quando accadono alcuni eventi che temiamo fortemente, se siamo pienamente presenti possiamo viverli  e superarli in maniera efficace. E renderci conto che non erano poi così paurosi, non erano poi così terribili come ce li eravamo immaginati.
E così ogni volta che scendo dall’aereo, dopo l'applauso al comandante, che per un attimo mi piace  immaginare sia rivolto a me, esprimo questo desiderio: "La prossima volta voglio godermi TUTTO il viaggio!"



domenica 21 giugno 2015

IL GRANDE MARE

Con che sguardo guardiamo le cose? Puro? Prevenuto? Condizionato? Curioso? Diffidente? Aperto? Possiamo reimparare a guardare come fanno i bambini? Con meraviglia e curiosità, senza giudizio?
Una semplice passeggiata, se ci soffermiamo a guardare quello che abbiamo intorno come se lo vedessimo per la prima volta, può diventare un’esperienza nutriente e rigenerante. Ogni albero è diverso dall’altro, ogni nuvola, ogni passaggio di luce, ogni  scorcio. Il momento in cui osserviamo le cose e le sperimentiamo è unico: non ci sarà mai più quella combinazione di oggetti, suoni, profumi, luci. Perché le cose cambiano di momento in momento e l’illusione che siano sempre uguali, non ci fa che del male. Perché è un’illusione che ci ancora al passato o ci proietta nel futuro, luoghi temporali che non esistono. Quello che esiste è solo questo unico momento, con tutto quello che lo attraversa. Impariamo a stare nel flusso. E così, come il cielo, che non è mai lo stesso, anche le nostre emozioni sono destinate a fluire, a cambiare.
Se monitorassimo nell’arco di una giornata i nostri pensieri e i nostri stati d’animo, potremmo accorgerci che cambiano di continuo e non li possiamo fermare. Ma questa è una bella notizia, non deve spaventarci. E’ come fare  surf, le onde, anche quelle più imponenti, si possono cavalcare e ci si può divertire un mondo. Se ci svegliamo tristi magari dopo qualche ora non lo siamo più e la rabbia che a volte proviamo, se non la alimentiamo, poi svanisce, non c’è più. Dov’è andata? Nel grande Mare delle emozioni, che a volte è calmo, a volte è agitato, a volte freddo e minaccioso, altre volte tiepido e accogliente. Non attacchiamoci spasmodicamente agli avvenimenti. Sono solo fenomeni, poi passano: quello che ci ha fatto molto soffrire, un giorno ci farà sorridere oppure la ferità brucerà un po’ quando cambia il tempo e allora dovremo prendercene cura. Come? Con la dolcezza, la pazienza, il lasciare andare. Lasciare andare cosa? Il risentimento, il rimuginio, il senso di colpa o di vendetta. Basta. E’ una parola magica che a volte dovremmo dirci, a voce alta, quando nella nostra mente si sta proiettando un brutto film, con scene del passato o anticipazioni catastrofiche sul futuro. Basta. Cosa posso fare in questo momento? cosa c’è da fare in questo momento? Le cose semplici, le semplici cose di tutti i giorni, le azioni minime, quelle, ci possono salvare. Mettendo attenzione e cura in tutto quello che facciamo, aiutati a volte, quando ce lo possiamo permettere, dalla lentezza e dal silenzio, togliamo energia alla mente dispettosa che rimugina o minaccia o giudica. Basta. E allora si apre un grande spazio, uno spazio luminoso e calmo, in cui entrano finalmente le cose belle, i pensieri salutari, la gratitudine. E proviamo finalmente pace.

martedì 16 giugno 2015

"IL CIRCO STRAMBO" E "LE COSE BIZZARRE" -due filastrocche

Ogni tanto ne scrivo una. Per dare spazio alla bambina che è dentro di me e qualche volta  mi strattona e mi dice: dai, divertiamoci un po', giochiamo con la fantasia! E io mi metto lì e scrivo una filastrocca. Quando inizio non finirei più, ne scrivo subito un'altra e un'altra ancora. E dopo mi sento più leggera e contenta.


Illustrazione del Pittore Giuseppe Cittadini
Il Circo strambo


C’è un signore con i guanti
che cammina sopra un filo                  
mentre quattro saltimbanchi
fanno a turno col fachiro

poi c’è un grosso mangiafuoco
che mi fa quasi spavento
e una scimmia che fa il cuoco
spettinata dal gran vento

il leone ha mal di denti
la giraffa fa il dentista
che guarisce i suoi pazienti
accovacciata sulla pista

ma le viene il torcicollo
si è chinata troppo giù
svelto arriva il vecchio gallo
sulla groppa di un zebù

le vuol fare un bel massaggio
che la possa rilassare
solo in cambio
chiede un passaggio
fino alla riva del Gran Mare

certo è un circo proprio strano
dentro e fuori e via dal tempo
in un posto  assai lontano
senza tristezza e senza tormento

è il paese di Buona Fortuna
qui tutto di un po’ succede
il sole gioca con la luna
e quello che vuole uno lo chiede.




Le cose bizzarre
Illustrazione del Pittore Giuseppe Cittadini

Ho visto un gatto su un muretto
con un occhio blu  e uno nero
acciambellato stretto stretto
sembrava il gatto del mistero
oppure una statua
di pietra
a proteggere quella casa
che pareva piuttosto tetra

poi si è stiracchiato al sole
con il pelo luccicante
e ha annusato un’aiuola di viole,
visto così sembrava più rassicurante

a volte ci facciamo spaventare
da una cosa che non segue il solito verso
invece di lasciarci affascinare
da ciò che è bizzarro o diverso

quel gatto misterioso
aveva la sua bellezza
in quel particolare prezioso
che annullava ogni certezza

chi l’ha detto che gli occhi di un gatto
devono avere lo stesso colore?
Forse l’ha detto un povero matto
che era sempre di malumore.



Piaciute?
















lunedì 8 giugno 2015

I SOGNI CI INDICANO LA STRADA



I sogni ci indicano la strada.
E ci dicono a che punto siamo del nostro cammino. Per anni ho fatto un sogno, sempre lo stesso, anche se cambiavano i particolari. Sognavo di entrare nella mia casa di Firenze, quella dove abitavo quando ero studentessa all’Università. Più o meno nel sogno succedeva così: trovavo la porta socchiusa e entravo. La casa era in penombra, con gli stessi mobili e oggetti di quando io l’abitavo. I nuovi proprietari erano fuori e io avevo l’ansia che rientrassero da un momento a l’altro e mi scoprissero. Camminavo lentamente per le stanze, prendevo in mano i libri, i piccoli soprammobili, a volte erano impolverati e c’erano delle ragnatele, altre volte si confondevano con gli oggetti dei nuovi inquilini. Provavo una sorta di struggimento e di nostalgia, mista a tristezza: non era più casa mia, io ero lì clandestinamente e avevo poco tempo per restare. Di solito me ne uscivo dalla porta con un respiro di sollievo, misto a malinconia, per dovermene andare. Ma stanotte è andata diversamente. Ero in viaggio e volevo visitare la casa. Come al solito la porta era socchiusa. Mi sono affacciata. C’era una penombra che questa volta non mi invitava ad andare oltre. Ho sentito che tutto sommato quelle stanze non mi interessavano più. Ho chiuso la porta dietro di me e mi sono incamminata nel pianerottolo, verso l’uscita. C’era una grande luce e del brusio che veniva dalla strada. Vita. Non ho sentito il bisogno di voltarmi e ho detto a voce alta questa frase: “Ho tanti motivi per uscire da qui e andarmi a divertire.”
Credo che non rifarò più questo sogno. Quella casa, come tutte le altre, tante, in cui ho vissuto, è nel mio cuore, ma non ho bisogno di ritornarci, come si fa con le tombe dei morti. Oltre quel portone del sogno ci sono rumori, colori, profumi, vita in movimento, persone. E io adesso mi vorrei proprio divertire.

mercoledì 3 giugno 2015

ISCHIA



Al mattino salutavano il sole. Erano movimenti allegri e gentili, che davano energia e nutrimento a quell’inizio di giornata, che si prospettava luminosa e calda. In quel bell’albergo dalla piscina protesa sulla scogliera.

Dall’alto il mare luccicava e il vento era una carezza appena accennata sulla pelle, quasi un bisbiglio.

L’Isola, lassù sulla cima, era silenziosa e verde. Grandi prati, qualche vigna, alberi di fico, gelsomini e bouganvilles di un rosso carminio, gerani enormi dei più svariati colori, e semplici fiori di campo, soprattutto gialli, sul ciglio della strada. Un incanto. E verso il tramonto si accendevano i profumi di macchia e si poteva distinguere a tratti, più intenso degli altri, il profumo d’origano e, come sottofondo, lieve, quello di timo. L’aria si faceva più fresca e bisognava coprirsi le spalle. Ma  era asciutta e frizzante, e il cielo, con la luna che stava crescendo, era limpido, di un blu cobalto, con qualche striatura di viola.


Gli abitanti dell’Isola erano gentili e sorridenti. Ti davano indicazioni particolareggiate, se ce n’era bisogno ti accompagnavano per un tratto di strada, ti chiedevano curiosi se il posto ti piaceva e al tuo sì sembravano felici. Persone semplici, vissute nella bellezza, che le aveva plasmate e rese ospitali e benevole. E si sa, la bellezza è contagiosa. Anche le case, nella loro semplicità, di bianco e di blu, ispiravano armonia: piccoli giardini fioriti o corti ombrose, tende chiare di cotone, senza sfarzo, tavolini e sedie di bambù  o ferro battuto. E piccole pensioni di tipo familiare, con una vista mozzafiato. Sembrava di essere in un luogo senza tempo, dove gli anni si erano fermati, senza la volgarità e lo schiamazzo di certe insegne, di certe costruzioni. Semplicità e calore. E quel dialetto, così caro, così ricco di sfumature, che ti faceva sentire protetta, al sicuro. A casa.

“Chissà come sarà qui l’inverno...” quel pensiero era balenato a più di qualcuno.

Sicuramente mite. Con qualche giornata di umido e di freddo. Con il mare in tempesta e nuvole minacciose. Ma poi il sole e sprazzi di blu e un’aria fredda e asciutta che taglia la faccia, forse il Maestrale. Sicuramente un inverno corto. Con feste di paese, processioni, veglie di Natale e i dolci fatti in casa. E matrimoni, battesimi e comunioni e qualche funerale. Come in tutti i paesi. Ma nell’Isola, con quel mare a fare da confine, tutto era probabilmente più dolce e più intenso. Una grande famiglia, che si stringeva e che condivideva tutto, gioie e dolori, benedetta dalla bellezza e dalla grazia.

Partire era stato come lasciare un amante affettuoso. Ma si sarebbero rivisti presto, non era un addio. E l’attesa sarebbe stata ampiamente ricompensata.