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martedì 12 gennaio 2021

COSA SARA'


 

'COSA SARA' di Francesco Bruni è l'ultimo film che ho visto al cinema, prima che le sale chiudessero. È un film di sguardi, oltre che di parole, tutte dette fra l'altro al momento giusto, senza forzature o sbavature. Lo sguardo azzurro e smarrito di Kim Rossi Stuart, il protagonista, disarmato di fronte a un evento così inaspettato e spaventoso che non sa come affrontare. Lo sguardo di Lorenza Indovina, sua ex moglie nel film, un pozzo di accoglienza, amorevolezza, ironia, quella giusta, che serve a contenere e sdrammatizzare. Lo sguardo dei ragazzi, Fotini' Peluso e Tancredi Galli, spaventato, inerme, a volte arrabbiato, che grida ancora prima delle parole. E quello della dottoressa, Raffaella Lebboroni, uno sguardo sincero, che non consola ma neanche spaventa, fa da specchio senza deformare, rasserena perché così diretto, senza pietismo, e per questo è così compassionevole. E lo sguardo fraterno e amico dell'infermiere, Nicola Nocella, quello dolce della sorella, Barbara Ronchi, appena un po' naif, quello del padre, Giuseppe Pambieri, apparentemente algido e indifferente. E poi lo sguardo di Francesco Bruni, il regista, che illumina, scalda, incoraggia, ci prende per mano e ce la stringe, per tutta la durata del film. Un film profondamente umano, diretto, sincero, e non solo perché in parte autobiografico.  Un film che fa sorridere, ridere e piangere. Ed è un pianto di quelli che durano lungo i titoli di coda e alleggerisce e addolcisce. E ci fa provare tanta gratitudine, per chi ha condiviso con noi  un pezzo della sua vita e ci ha regalato un film così bello.

lunedì 25 aprile 2016

NON PENSAVO (Sull'essere nonna)



Non pensavo. E’ stata una sorpresa, anzi, una rivelazione. Immaginavo che sarebbe stato bello, emozionante, intenso. Diventare nonna. Sarà un sentimento simile a quello della maternità, forse un pochino meno turbato da stress e stanchezza, da ansie e preoccupazioni, così pensavo Un sentimento più saldo, meno caotico, più equilibrato. E in parte è così. Ma non avevo messo in conto la meraviglia di tornare indietro negli anni e di sentirmi di nuovo giovane, anzi, senza età, con molto tempo ancora davanti, libera. E nemmeno il rendermi conto che la piccola creatura che abbraccio è nuova e antica nello stesso tempo. Ho ripercorso a ritroso i rami del mio albero genealogico e la prima sera che ho tenuto in braccio il mio nipotino gli ho presentato, uno a uno tutti i miei antenati, in un ripasso molto utile che mi ha ricordato ancora una volta quanto la nostra storia sia così profondamente legata a tutti quelli che ci hanno preceduto, le nostre radici di carne e di sangue, di memoria. Che adesso si sono intrecciate ad altre radici, altrettanto robuste e profonde, per creare questo nuovo alberello.
E un’altra sensazione molto forte che vivo quando sto con lui è quella di essere veramente, totalmente nel momento presente. Le ore passano e non mi pesano, ogni momento è unico e speciale e anche le faccende più faticose, il sonno, la stanchezza, assumono un significato più sacro, più elevato. Il mio nipotino con il suo respiro, i suoi vagiti, la richiesta imperiosa di cibo, mi fa essere vigile e attenta come non mai, in un presente che non mi pesa, non mi sfianca, ma mi arricchisce e nutre, come una linfa preziosa. A volte per farlo addormentare gli canto delle ninne nanne. Alcune sono vecchie, quelle che mi cantava mia madre e che io ho cantato a mia figlia (“c’era una volta un piccolo naviglio”), altre le invento lì per lì, quasi sempre in rima, e questo cantare giocoso e gioioso pare che funzioni e dopo qualche minuto, a volte mezz'ora, di borbottii teneri, con il ciuccio in bocca sbilenco, cade addormentato. E allora lo guardo, gli occhi dal taglio lungo e dalle ciglia di seta, la piccola bocca perfetta, le mani dalle dita incredibilmente lunghe ed eleganti, chissà, forse di un futuro pianista, e potrei guardarlo per ore, come si guarda un fuoco acceso, il mare, un cucciolo di cane o di gatto. La natura, con la sua perfezione, ogni volta mi stupisce e guarisce. Energia pura, che scorre, che si espande e tutto trasforma.
E mi riempie di gratitudine.

mercoledì 9 marzo 2016

IL GIOCO DELL'ALBERO






Mia madre Anna, l'idealista
Due anni fa ho partecipato a un ritiro spirituale di 5 giorni, in cui alternavamo pratiche di meditazione a pratiche di consapevolezza e passeggiate silenziose. Il tema del ritiro era “Ritrovare le nostre radici” A guidarlo era una monaca tedesca residente a Plum Village, la comunità del Maestro e Monaco Zen Thich Nhat Hanh.Abbiamo fatto alcuni esercizi di scrittura, in un percorso di pacificazione e di perdono che abbracciava la nostra storia personale e il rapporto con i nostri genitori, i nostri familiari e i nostri antenati. Un esercizio riguardava il nostro albero genealogico. E’ stato emozionante vedere sulla carta quante persone, quante storie, quante vite si sono succedute nel tempo per dare origine alla nostra: due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, sedici trisavoli e via dicendo. Ma quanto sappiamo di queste vite, di queste storie? Cosa ci hanno raccontato dei nostri antenati, che cosa ci hanno trasmesso di loro? Non è stato facile per me dare un nome a tutti, fermandomi agli 8 bisnonni, ma piano piano, andando a pescare aneddoti, frammenti di storie, curiosità, quelle figure si sono andate delineando e hanno acquistato una fisionomia benevola, non più solo collegata a foto con i baffi,  in divisa militare, o in abiti da sposa, ma a persone reali, in carne e ossa, che fanno parte della mia storia e che sono le mie radici di sangue. Di ognuno di loro, su un foglio dovevo scrivere, il nome, la professione e qualche caratteristica. E sono venuti fuori uno a uno, il costruttore venuto dalla Romagna, il poeta, il pittore, l’infermiere, la sarta, l’operaia alla manifattura tabacchi, l’impiegato, l’orafo, l’emigrante, il prelato, la contadina, il venditore, la contabile. Le radici, robuste e contorte, che hanno nutrito la mia storia, erano lì su quel foglio e mi hanno fatto sentire ben radicata alla terra, io che sempre mi sono sentita un fuscello sbattuto dal vento.
E fra pochi giorni da quelle radici nascerà un nuovo albero. Sarà un ulivo o una quercia? Un olmo o un pioppo? Non importa, lo vedremo nel tempo, ma sarà un albero bello, come tutti gli alberi, e anche lui, a sua volta, darà nuovi frutti, via via, all’infinito, perché la vita, nonostante ce la mettiamo tutta a calpestarla, a minacciarla, a distruggerla, è più forte e sempre si prende il suo spazio meraviglioso.

lunedì 20 aprile 2015

ABBIAMO BISOGNO DI MAESTRI



Abbiamo bisogno di Maestri. Lungo il corso della vita, se siamo fortunati e attenti, potremo incontrarne tanti. Ma non hanno mai lo stesso aspetto e spesso possono manifestarsi nelle forme più strane. A volte sono persone, altre volte possono essere libri o oggetti, altre volte sono animali. Accade quotidianamente che, se ci mettiamo in ascolto, la natura, in tutte le sue meravigliose manifestazioni, possa diventare la nostra Maestra più vigile e presente.
L’importante è comunque sapere che dobbiamo imparare e che questo compito non può certo esaurirsi con la nostra formazione scolastica. Si impara e si studia per tutta la vita. E chi non lo fa è costretto a vivere nell’abitudine e nella calma piatta. Sarà la vita stessa a volte a scuotere e a insegnare anche a quelle persone che credono di non aver bisogno di imparare. E la lezione, arrivata all’improvviso, sembrerà severa, addirittura crudele.

Alle elementari, a Cagliari, avevo una maestra che adoravo. Ma io non ero la sua preferita. Lei preferiva un maschietto un po’ turbolento, rosso di capelli, dalle ginocchia eternamente sbucciate. E io per farmi accettare cercavo di essere brava e di fare i compiti nel migliore dei modi. E ricordo con gioia i suoi “bravissima” scritti in rosso sul mio quaderno, che mi facevano battere il cuore. E’ stato così che ho imparato la bellezza delle parole, l’armonia della punteggiatura, la gioia di scrivere, con la mia bella penna stilografica a cartucce che poi riponevo con cura nell’astuccio. Ecco, dalla mia maestra, che si chiamava Michela, ed era giovane e bella e profumava di fiori, ho imparato la cura e l’amore per la scrittura.

I libri sono stati i miei maestri nascosti. A 7 anni leggevo i libri di mia madre. Avevano una copertina verde, e facevano parte di una collezione di autori di tutto il mondo: Steinbeck, Hemingway, Pearl Buck, Bernanos, Algren. Mi immergevo in quelle letture, capendo naturalmente solo una parte della trama, che a volte era molto complessa e forse non adatta a una bambina di quell’età. Ma la bellezza delle parole, la loro luminosità e precisione, il descrivere luoghi e persone facendomeli quasi vedere...quella per me era magia. I libri mi hanno insegnato l’amore per le storie e dopo quelli verdi ne sono venuti molti altri ancora. Adesso fra di loro i miei maestri preferiti sono i libri di poesia

E poi c’è stato il cinema. I miei genitori mi hanno portato molto presto al cinema e da subito sono rimasta incantata dalle meraviglie del grande schermo. Potevo piangere e ridere, immedesimarmi nei personaggi, divertirmi o commuovermi, raramente annoiarmi, cosa che mi accadeva guardando film di guerra. Quelle che proprio detestavo erano le storie ambientate sui sommergibili.

Il cinema mi ha insegnato che il mondo è grande e che a volte niente è come sembra.

E siccome il mondo è grande, allora bisogna viaggiare. Possibilmente in modo avventuroso. Quando avevo vent’anni quel modo era l’autostop. Con Lena, la mia migliore amica, abbiamo viaggiato per tutto il sud e le isole, incontrando persone e luoghi meravigliosi. Libertà, un misto di sana incoscienza e allegria, e tanta fiducia nella gente,
nelle situazioni, nella vita: questi erano gli ingredienti dei nostri viaggi. Niente di brutto ci sarebbe potuto accadere. E così è stato. Dall’ autostop ho imparato cosa sono la gentilezza e l’ospitalità e che dappertutto c’è qualcuno disposto ad aiutarti. E i viaggi successivi hanno continuato ad avere come matrice comune il gusto della scoperta e dell’avventura.

E poi le persone. Mio padre mi ha insegnato l’allegria e la fiducia. Mia madre il senso di responsabilità e la sincerità. I miei nonni la tenerezza e l'accudimento. I miei amici, sono troppi per elencarli tutti, la fratellanza. Mia figlia l’amore incondizionato. Quello che cresce di giorno in giorno.  A volte, un estraneo, incrociato per pochi attimi, può darci una lezione di vita. Un signore gentile a Carbonia, aiutandomi a cercare la casa di un mio amico d’infanzia, mi ha citato una frase del filosofo sardo Remo Bodei che mi ha fatto capire che spesso andare a cercare il passato è un modo per non stare pienamente nel presente. Ed era quello che stavo facendo. E la mia amata vicina di casa Wanda mi ha dato delle grandi lezioni sulla riservatezza, la gentilezza e la generosità. Il mio cane Ugo e il mio gatto Pallino, che non ci sono più, mi hanno insegnato l’amore puro, la cura (che ci scambiavamo reciprocamente), la tenerezza, la semplicità, la gratitudine. Lucy la mia gatta, trovata ai piedi di un cassonetto, mi sta accompagnando negli anni della maturità avanzata, insegnandomi la bellezza della quiete, del silenzio, del semplice stare insieme. E poi ci sono i miei Maestri spirituali e di scrittura, che a volte coincidono. E gli alberi, la terra, il mare, le montagne. La Natura in tutte le sue forme. Di questo avrò modo e tempo di parlare.









martedì 14 aprile 2015

MI CASA ES TU CASA





Avrei voluto una famiglia numerosa

Mia madre era figlia unica, io sono figlia unica e la vita mi ha regalato un'unica figlia

Per parte di padre ho parecchi cugini, molti dei quali hanno ereditato come me il seme dell’irrequietezza e del viaggio. Filo conduttore e matrice comune, anche senza un nesso apparente, è l’America Latina. Due miei cugini vivono in Venezuela e lì si sono fatti una famiglia. Il mio cugino romano vive in Brasile con sua moglie e la sua bambina. E, sempre in Brasile, vive e si è sposato il figlio del mio cugino torinese. Un’altro cugino ha avuto due mogli, una cubana e una cilena. Io sono stata sposata con un peruviano e mia figlia è nata sulle Ande. Mia madre, dopo esser rimasta vedova, ha avuto una bella storia d’amore con un etruscologo del Costarica. Insomma l’America Latina è parte integrante della nostra storia di famiglia.
Non ricordo da bambina cene e pranzi di famiglia tutti intorno a un tavolo, a parte un Natale di quando avevo dieci anni, che mi sembra un sogno. Quindi provavo curiosità e ammirazione per le famiglie numerose e rumorose.
Ma ho trovato il modo di compensare, sviluppando molto presto la capacità di fare amicizia con tutti. Alle elementari arrivavo per prima in classe, tanta era la gioia di trovarmi con i miei compagni che rappresentavano i fratelli e le sorelle che non avevo avuto. E anche al Liceo, gli anni più belli, ho sperimentato la gioia dell’amicizia, della condivisione e della fratellanza. Ho amici dappertutto e dovunque vada ho qualcuno che mi ospita. D’altronde anch’io ospito molto, mi piace aprire la mia casa, condividere la bellezza della vista sulle isole e sui tramonti, preparare cene semplici e gustose. Faccio parte da anni di un’associazione, il SERVAS che ha come scopo principale l'amicizia e lo scambio di ospitalità fra i suoi iscritti e che mi ha permesso di fare incontri molto molto interessanti. Ricordo in particolare una neuro-psichiatra infantile olandese, esperta nell’elaborazione del lutto. L’ho ospitata tre volte ed era un piacere sentirla parlare nel suo buffo e volenteroso italiano, di arte di cinema e di amori, fra un bicchiere di moscato e una ciambellina al vino, Mi ha invitata ad  andarla a trovare a Rotterdam e prima o poi ci andrò, so che lei mi aspetterà a braccia aperte. E poi ricordo un bolognese, promotore culturale, suonatore di bongos. Abbiamo fatto una meravigliosa passeggiata lungo il mare al tramonto, chiacchierando come se ci conoscessimo da una vita e scoprendo di avere in comune un amico napoletano ( mi vengono in mente “6 gradi di separazione”!). E poi un ottantenne finlandese che sembrava Babbo Natale, con un enorme zaino rosso sulle spalle magre: nonostante l’età se ne andava in giro per il mondo, con il suo sguardo azzurro e puro da ragazzo.
In Costarica, tanti anni fa, sono stata ospitata per 7 mesi da una donna che per me rappresenta l’emblema stesso dell’accoglienza e della generosità. Ci aveva presentati un amico comune e lei subito ci aveva  accolti dicendoci: “Mi casa es tu casa”.  Si chiamava Dona Carmen, era una professoressa vedova che aveva adottato due figli di una sorella e una figlia di una cugina morta in un incidente. E cani, galline e una pappagalla di nome Lorita. E noi stranieri in viaggio, con l’arte nel cuore. 
Sette mesi in questa grande famiglia sorridente, scambiandoci a turno regali culinari, in una villetta con il patio fitto di piante tropicali. Quando c'era un improvviso acquazzone Lorita cantava una sua canzone stravagante a squarciagola stropicciandosi le piume colorate, felice di quel regalo del cielo. Ancora me la ricordo quella canzone...

Sette mesi di pura amicizia e armonia, in cui mi sono sentita accolta, al sicuro.  Mi sono sentita a casa.

Su quella bellissima esperienza ho scritto tempo fa queste due poesie:





Nell’Arca

eravamo in tanti

Carmen la matriarca

e i suoi figli adottati

una nipote orfana

un pappagallo

le galline

tre cani

cucarachas svelte nella notte

umida di tropico

e noi due viaggiatori

trasognati

pulizia incerta

polvere dappertutto

il bagno era giallo canarino

non funzionava lo sciacquone

quando pioveva

in gocciole immense

tutti ridevamo di allegria

la pappagalla Lorita

in giardino

a cantare la sua canzone

anche noi cantavamo

Dona Carmen i suoi inni sacri

io ninne nanne  anticipate

per abituarmi all’idea



eravamo una famiglia



mai

neppure un momento

mi sono sentita straniera

lontano

anni luce

era il dolore.





*******************





Robusta pena

separarsi dalla casa

l’ultimo saluto

a tutti

dietro la riga gialla

lato partenze

gratitudine tanta

da gonfiare gli occhi

in un pianto di ore



a Panama

fra un volo e un altro

vedevo le loro facce

una a una

le ho ricordate

sorelle e fratelli

una madre

animali buffi

un pappagallo pettegolo

imitatore di starnuti

gli stormi al tramonto

i pomeriggi d’amore

il binario morto

che portava all’Università

i prati



come in un film

la parola fine.






























lunedì 30 marzo 2015

PICCOLE IMPERFEZIONI



Amo le cose imperfette. Un vecchio tavolo con i graffi di un gatto, una tazzina sbeccata, una finestra sghemba, un divano di velluto consumato con l’impronta dei corpi, insomma amo le tracce lasciate dal tempo, e rimango letteralmente incantata dalle vecchie fabbriche abbandonate o dai casolari in rovina. E Terracina, la mia città, per molti versi piuttosto trascurata, ha degli angoli imperfetti che emanano una soffusa poesia.
E amo anche le facce imperfette, con i segni del tempo che danno alle persone una luce speciale, che proviene direttamente dall’anima. E’ inutile che vi nasconda la mia avversione per quegli interventi di chirurgia plastica che cambiano per sempre i connotati. Anna Magnani, che certo non si può considerare una bellezza classica, disse una volta che amava le sue rughe perché ci aveva messo tutta la vita a  farsele venire. Ma guardiamoci intorno: volti siliconati, dagli zigomi e dalle labbra inverosimili. Maschere. Per nascondere cosa? Le emozioni? I sentimenti? Nel suo bellissimo libro “La forza del carattere” James Hillman, il grande psicoanalista e filosofo, esprime il suo parere a riguardo e ci dice una cosa secondo me importantissima: i volti, resi inespressivi dal botulino o dal silicone, nella loro mimica ridotta impediscono a noi che li guardiamo di interagire a livello empatico ed emotivo, veniamo cioè deprivati di tutte quelle emozioni che scaturirebbero dal confronto  con il sorriso, le espressioni e i corrugamenti di un viso non artefatto. Che peccato.Copertina anteriore
E che belle le facce dei vecchi e delle vecchie intervistati da Eleonora Danco nel suo bel film, NCAPACE poetico e intenso, ! Facce rugose, avvizzite, con i segni del tempo, della fatica, dei dolori, ma anche delle gioie, degli entusiasmi, dei ricordi. E che si illuminano o adombrano a seconda di quello che gli intervistati raccontano. Facce vive, mobili, autentiche. E uniche, non omologate da una moda, secondo me assurda, che non fa altro che privarci della nostra unicità, della nostra autenticità, della nostra luce.


Ma tornando agli oggetti, io sono per il recupero. Il mio vecchio tavolo, della fine dell’ottocento, sicuramente bisognoso di un restauro piuttosto costoso che prima o poi gli concederò, conserva nella madia al suo interno un impercettibile odore di naftalina.
Chissà quante tovaglie ricamate, quanti corredi di lino, stirati con cura, avrà conservato per anni e anni! E quanti pranzi di Natale, compleanni, battesimi, matrimoni, avrà festeggiato! E pensare che se ne stava abbandonato in un garage di una mia amica di Firenze, che non vedeva l’ora di disfarsene. E la mia casa, della fine del ‘700, anche lei bisognosa sicuramente di qualche intervento di ristrutturazione, ha visibili segni lasciati dal tempo, che io non mi sognerei mai di cancellare. In qualche punto l’intonaco delle pareti si è staccato, lasciando intravedere le vecchie decorazioni blu cobalto e rosso pompeiano. I vecchi pavimenti degli anni 30-40 hanno qualche piccola crepa, le porte, hanno dei chiavistelli piuttosto malandati, ma sono molto antiche e non le cambierei per nessun motivo al mondo, il corridoio, che corrisponde al vecchio camminamento, con le finestrelle affacciate sulle colline, è uno spazio apparentemente inutile, ma io AMO i corridoi. Insomma, la mia casa è imperfetta, ma è ricca di atmosfera e poesia. 
 E si sente, me lo dicono tutti, che ha un'anima, una storia, una personalità e una naturale vocazione all'accoglienza. Le piace ospitare, accudire, proteggere. Lo ha fatto con me e con mia figlia e lo sta facendo con i numerosi amici e ospiti di passaggio. "Mi casa es tu casa". E' bello, è vero. E sull'ospitalità avrò presto da raccontarvi molte cose. Oltre che sul film di Eleonora Danco (che mi ha veramente molto commossa). Ma per far decantare le emozioni, prima di parlarvene ho bisogno di aspettare ancora qualche giorno.




 

martedì 10 marzo 2015

INVERNO LUNGO E BAGNATO

Inverno lungo e bagnato. Per questo apprezzo così tanto questa apertura nel cielo che preannuncia, e le previsioni lo confermano, qualche giornata di sole. E fra pochi giorni sarà primavera. La mia stagione preferita. Che poi non è vero perchè amo tutte le stagioni, ma ogni volta dico così, forse perché lo dicono tutti. Il problema è che non riusciamo mai a goderci le cose nel momento in cui avvengono, siamo sempre un tantino proiettati oltre: quando arriverà la primavera, quando arriverà l’estate, quando arriverà Natale...e mai, dico mai che riusciamo a godere di quello che c’è.

Ma vediamo un po’: cosa mi è piaciuto di questo lungo inverno? E cosa ho scoperto?
Che mi sono concessa il lusso di andare a dormire un pochino prima del solito, godendo dell’abbraccio del mio piumone turchese e della mia copertina di alpaca fucsia (che come colori insieme stanno benissimo), e della lettura di qualche libro di poesia;
che mi sono cucinata delle minestre buonissime, che avevano come comune denominatore, oltre alle verdure varie, lo zenzero e la curcuma, che fanno bene alla salute e prevengono un sacco di malattie;
che sono stata a Roma, che è bella in tutte le stagioni, per il Master al quale mi sono iscritta, e ho riprovato l’ebbrezza di essere una matricola. La prima  sera, tornando a piedi da S. Lorenzo verso la Stazione Termini , mi sono persa, ma questa è un’altra storia. Ero talmente contenta di aver ripreso a studiare, anche se sono la più vecchia del corso, ma sono tutti gentili e non me lo fanno pesare, che mi sono goduta questo vagare in cerca della strada giusta. E ho perso il treno per Terracina, ma quello dopo era diretto, cioè quasi, insomma era più comodo;
che insieme al mio gruppo di scrittura del lunedì ci siamo godute dei tramonti straordinari dalla mia finestra sulla piazza, assaporando in un silenzio veramente magico, un buona tisana nelle tazze colorate che ho comprato da Orizzonte, a 1 euro l’una;
che sono andata al cinema una media di due volte a settimana e spesso sono tornata a casa a piedi e ogni volta vedere Piazza Municipio, deserta e con il lastricato romano umido di pioggia, è uno spettacolo che mi commuove;



che dopo un grande, grandissimo dolore, sono riuscita, piano piano, un giorno alla volta, grazie a mia figlia, alle mie amiche, a un amico ritrovato, alle molte persone gentili che ho incontrato  e a Lucy, la mia gatta, a sentire che, anche se

non le vediamo più,  le persone care non si perdono, sono dentro di noi, nei gesti, nelle abitudini, nei ricordi belli. Soprattutto se si tratta di una mamma;
che fare Yoga, guidata da Francesca, che non ho mai visto senza sorriso e gli occhi luminosi e allegri, è un esperienza ogni volta più intensa e rasserenante;
che.... molte altre cose ancora.

Ma adesso già assaporo la primavera, la sento, l’annuso nell’aria, che seppure ancora fredda e umida, porta sentori di rinascita, di fiori che si apprestano a fiorire, di giornate più lunghe, di merli che saltellano sul prato del giardino.



Avete presente i merli che saltellano? Guardateli con attenzione, sono buffi e aggraziati nello stesso tempo, e molto veloci. Mi sono simpatici i merli, mi fanno allegria. E le rondini? Io scrivo sulla mia agenda la data del loro arrivo. Di solito è fra la fine di marzo e i primi di aprile. Quando sento la prima rondine, tendo l’orecchio, potrei essermi sbagliata, ma subito dopo ne sento un’altra e un’altra ancora, una specie di pigolio, e poi incominciano a volteggiare nel cielo, ed è più forte di me, mando subito un messaggio a mia figlia, ormai è una consuetudine, Sono arrivate!