lunedì 7 maggio 2018

E' NATO! (La gioia di un libro)

Il mio romanzo “Tutto questo tempo” (che in un primo momento avevo intitolato
“L'amore tardivo”) è appena uscito https://bookabook.it/libri/lamore-tardivo/

Provo una sorta di incredulità e di stupore. Dovrei fare i salti di gioia, invece… Che cosa provo in questo momento?
Una serena soddisfazione, una sensazione di compiutezza, un briciolo di malinconia. Come dopo un'esame, o dopo la laurea. Abbiamo tanto desiderato quel momento e dopo una breve euforia, siamo pervasi da una grande stanchezza. Ci rivengono alla mente i mesi passati a studiare, lo sforzo, l'impegno. E adesso? Nel caso di una tesi lei è lì, rilegata di rosso o di blu, e ogni tanto negli anni la andremo a sfogliare, per poi metterla nello scaffale delle enciclopedie, se ancora ne abbiamo uno. E un libro nostro, appena pubblicato? Per fortuna fra poco verrà il bello. Si andrà in giro a presentarlo nelle biblioteche e librerie di varie città, probabilmente partendo proprio da Firenze, luogo in cui vivono i protagonisti.
E a questo pensiero l'euforia si riaccende. Non è finita qui. Non ci sarà quella stanchezza, ma solo una breve, brevissima pausa per riprendere le forze e rituffarci nell'impresa. E accarezzando la bella copertina, che è stata scelta con cura dall'editore, ci rendiamo conto che a scrivere questo romanzo, perché sì, l'abbiamo scritto proprio noi, ci abbiamo messo anima e corpo, e non è solo una metafora. A volte, leggendo e rileggendo le pagine, nella dura fase di revisione e poi nei successivi due editing, ci è sembrato impossibile sentire quei personaggi, così diversi da noi, per età, situazione, esperienza, così incredibilmente vicini, quasi parenti, e ci siamo accorti di amarli. Giorgio, Eugenia, Giancarlo, Ada, Federico, sono diventati nomi cari, e ci chiediamo se a un certo punto non siano stati proprio loro, animati da una vita propria, a volersi raccontare ed esprimere attraverso la nostra penna. Da dove sono venute tutte quelle parole, tutte quelle pagine, se ci ricordiamo bene, quasi senza sforzo, in una sorta di scrittura automatica, da dove? E i luoghi, quelli sì li conoscevamo, quasi l'unica traccia autobiografica, come si sono potuti adattare così bene alle loro vite, alle loro storie? E il dolore o la gioia, la tenerezza dei personaggi quante volte ci hanno fatto sorridere o commuovere, mentre scrivevamo? Quasi non ci accorgevamo del tempo che passava, delle ore al computer, immersi in quell'esperienza, chiamata di “flusso” che non ci faceva sentire la stanchezza, ma solo una vibrante energia e la consapevolezza che finalmente, fra le pieghe di una vita piuttosto complicata, stavamo facendo la cosa che amavamo fare di più al mondo e ci faceva sentire integri, liberi e vivi: scrivere.
Ecco, ritorno alla prima persona e a quella sensazione di compiutezza. La malinconia se n'è andata. Altri personaggi si stanno affacciando, altre storie, altri luoghi. Spero che intanto “Tutto questo tempo” vi coinvolga e vi commuova, e che il tempo di cui si parla nel romanzo possa essere per tutti un tempo ritrovato, di consapevolezza e di fiducia nella vita e nelle sue meraviglie.
L'esperienza del Crowdfunding con Bookabook è stata una bella avventura nella quale mi sono buttata a capofitto con temeraria incoscienza e tanta curiosità. Ringrazio le 150 persone che così, a scatola chiusa, hanno avuto fiducia nel mio progetto, molte di loro senza neppure conoscermi... Mi piacerebbe sapere poi se il libro vi è piaciuto. Oppure vi ha terribilmente annoiato. Ditemi pure la verità. La vostra verità. Ci tengo. E farò tesoro delle eventuali critiche in vista dei prossimi libri. Grazie di cuore a tutti, veramente.E grazie a Bookabook e al suo meraviglioso team che mi hanno supportato con pazienza e professionalità.

martedì 17 aprile 2018

LASCIARE ANDARE

Ho fatto una cosa, Mamma, quando ero a Torino. Ho camminato molto in quei giorni, cercando le tue tracce: Via Po, Via Roma, via Lagrange. E i viali e le piazze, quelle con i cavalieri. Fino al fiume. E in fondo la Gran Madre di Dio. Tu facevi tutti i giorni a piedi quella strada per andare al lavoro quando eri ragazza, prima di Papà e tutto il resto. E spesso, mi hai raccontato, ti fermavi a pregare in quella chiesa. Una chiesa non bella secondo me. Pesante e un po’ fredda. Ma era la tua chiesa e tu lì hai pregato e pianto. Allora ci sono andata. Me la immaginavo più grande, invece è raccolta. Al centro c’è una balaustra di marmo che delimita uno spazio tondo, pieno di monetine. In corrispondenza, su in alto, c’è la cupola. Allora sai cosa ho fatto? Ho cercato di visualizzare tutto il dolore che tu hai pianto, e quello mio, venuto dopo, fino a dargli una forma di enorme fagotto, ingombrante, che ho depositato al centro della balaustra. E poi ho immaginato di dargli fuoco a quel fagotto e di ridurlo in cenere. Il fumo sarebbe volato su su oltre la cupola e sarebbe svanito nell'aria. Dolore dissolto. Tutto. Quello mio e quello tuo, quello dei nostri avi e quello dei nostri discendenti. Un rituale di purificazione. La fine della sofferenza. Prima di andarmene ho benedetto la chiesa e ho guardato per l'ultima volta le immagini dei santi. Appena uscita mi sono sentita più leggera. 
Bisogna chiuderle certe porte, Mamma. E lasciare andare i morti, anche quelli che abbiamo amato. E le cose morte. Altrimenti moriamo anche noi con loro. E a chi serve? A nessuno.

Mi viene in mente una delle scene finali di quel film meraviglioso e poetico che è “Lezioni di piano”. La protagonista se ne sta andando via con il suo amore e il suo pianoforte su una barca. Il mare è minaccioso, fa paura. La barca sta per riempirsi d'acqua. Bisogna sacrificare il pianoforte, troppo pesante. Lei è muta, non può gridare, sul suo volto il dolore immenso del distacco dallo strumento che le ha permesso di esprimersi, al posto della parola. Il pianoforte viene gettato in acqua. Lei rimane impigliata con un piede in una delle corde che lo legano e va giù. Insieme a lui. Quasi fosse diventato il suo vero e unico amante, dal quale non vuole e non può separarsi. Può decidere se morire, laggiù, nel profondo abisso (e quasi sembra che sia questa la sua scelta, morire), oppure vivere. E quando ormai il respiro si è quasi esaurito, con uno scatto si divincola verso la superficie, su su,verso la luce, verso la vita. Ecco Mamma, il viaggio a Torino mi è servito a questo. A divincolarmi da quella fune e a guizzare libera sulla superficie dell'acqua, nuotando a bracciate vigorose, io che non so quasi nuotare. Verso la riva.

martedì 16 gennaio 2018

INCANTO E MERAVIGLIA (L'incontro con le sorelle Mazzetti)






Ci sono persone che lasciano tracce luminose. Quando si muovono, quando parlano, quando compiono i semplici gesti quotidiani. Stare loro accanto, anche solo per poche ore, è un nutrimento per l’anima, un fertilizzante che fa fiorire fiducia, allegria e creatività. Ma soprattutto è un modo per non avere più paura del tempo che passa. Perché l’età, gli anni, sono un fatto assolutamente relativo. Queste persone ti insegnano, con il loro stare nel mondo, che ogni attimo è prezioso e che si può continuare a progettare, a entusiasmarsi, a fare sogni e a realizzarli, a ogni età. A dispetto dei malanni che dell’età sono l’inevitabile corollario. E quindi è salutare ogni tanto andarle a trovare, guardarle, ascoltarle, farsi abbracciare dal loro calore e dalla loro freschezza e dalla loro assoluta autenticità. Nessun fronzolo, nessun convenevole, nessuna frase fatta. Solo l’essenza vibrante e luminosa del loro pensiero, dei loro sorrisi, delle loro parole.

Da qualche anno, forse una decina, io frequento la casa di Paola e Lorenza Mazzetti. Sullo stesso pianerottolo, dietro una porta, si aprono le stanze di Vincenzo Loriga, compagno di Paola.

Paola la conoscevo già. Eravamo state insieme a un paio di ritiri di consapevolezza, in un ex monastero benedettino a Viterbo. Mi aveva incantato il suo sorriso. Da bambina. Anni dopo sono andata da lei per un percorso di psicoterapia. E lì ho conosciuto la sua sorella gemella Lorenza.
Al primo appuntamento un grosso equivoco: mi apre la porta Lorenza, io la saluto con calore e le dico che sono contenta di rivederla e che ho fiducia nel percorso che faremo insieme. Lorenza, piuttosto stupita, mi dice che non mi conosce e che io e lei non faremo insieme nessun percorso.  Io insisto:"Ma come, non ti ricordi di me? "pensando fra me e me che forse, per via dell’età, Paola stia avendo un piccolo episodio di smemoratezza, ma niente da fare. Finalmente dopo un bel po’ l’equivoco si chiarisce. “Ma io non sono Paola!” Piccolo istante di silenzio che rafforza il mio timore... “...Sono Lorenza, la sua gemella!” Una bella risata e un grosso sospiro di sollievo... e così ho conosciuto Lorenza. Identica a Paola, solo appena un po’ più robusta. Stesso taglio di capelli, stessa voce, stessa erre francese. La loro casa sui tetti a Largo Argentina è un susseguirsi di piccole stanze intorno a un salotto accogliente e colorato di quadri, tanti quadri, dappertutto, alle pareti e appoggiati in terra, e libri, foto, cuscini, piante, gabbiani che quasi entrano in casa dalle grandi finestre spalancate sulla cupola della Chiesa di S. Carlo ai Catinari. E su un tavolino basso, pieno di libri, riviste, piccoli schizzi allegri su un block notes, probabilmente di Paola (riconosco il tratto leggero) non mancano mai una teiera e delle tazze. E un meraviglioso gatto quasi sempre acciambellato su una vecchia poltrona di damasco blu.

Colore, fantasia, disordine creativo. Sembra una casa di studenti. E l’odore è un odore inconfondibile di spezie, soprattutto curcuma, e colori a olio. Nella cucina atelier dalle grandi vetrate affacciate su una delle terrazze, si cucina e si dipinge sul lungo tavolo di legno. E vasi, vasetti, acquerelli, pennelli, mestoli e cucchiai convivono con disinvoltura sulle mensole in un caos vibrante e colorato che mette allegria. Di Lorenza ho scoperto poi tante cose. Che ha inventato una corrente cinematografica a Londra, alla fine degli anni 50, il Free Cinema, insieme ad altri cineasti poi diventati famosi. Che per girare il suo primo film, ha rubato macchina da presa, luci, cavalletto e pellicola nel College dove era ospitata. Che una volta tornata in Italia, su suggerimento del suo analista, ha iniziato a scrivere, a Sperlonga, il suo romanzo autobiografico “Il cielo cade”, per dare voce al dolore che aveva cercato di dimenticare andando a Londra, ma che continuava a perseguitarla. Ma più che di dolore possiamo parlare di tragedia. Lorenza e Paola, rimaste orfane, prima di madre, morta di parto, e poi di padre, furono affidate alla zia materna Nina Mazzetti, sposata con il cugino di Einstein. Nella loro villa in Toscana trascorsero un’infanzia e un’adolescenza felici, finché nel ’44 la zia e le cugine non furono uccise dai nazisti davanti ai loro occhi. Paola e Lorenza furono risparmiate perché non ebree. Lo zio, Robert Einstein, che era riuscito a fuggire, si suicidò l’anno dopo. E quel libro che molte case editrici avevano rifiutato, grazie a Cesare Zavattini che lo aveva proposto ad Attilio Bertolucci, ha vinto nel 1962 il Premio Viareggio.
L’infanzia di Paola e Lorenza, viene raccontata da una voce di bambina, espediente che ha aiutato Lorenza a fare un passo indietro nella narrazione e a riuscire a esprimere, con uno sguardo incantato, un’infanzia bella e felice, preservandone la meraviglia, a dispetto del tragico epilogo. Il libro anni dopo è diventato un film. Fra gli interpreti Isabella Rossellini. Ma la memoria autobiografica di Lorenza si è espressa oltre che con altri libri, anche con la pittura. Di ritratti, dal tratto vagamente naif, che conservano lo stesso sguardo incantato del libro. E successivamente di paesaggi toscani. Quindi film, libri, quadri. E burattini. Le due gemelle per anni hanno animato il “Puppett Theatre" di Campo de' Fiori, facendo la gioia dei bambini. Ma i multiformi talenti di Lorenza non si fermano qui: per un periodo ha tenuto sulla rivista “Vie Nuove” una rubrica di corrispondenza con i lettori, a sfondo psicologico. 

E Paola? Psicologa e psicoterapeuta, conduce laboratori di “Attivazione creativa”, metodo da lei ideato, sul quale ha scritto un libro. E ha pubblicato, illustrandoli con i suoi disegni dal tratto giocoso, un libro sui Fiori di Bach e uno sui segni zodiacali. I suoi quadri a tecnica mista, sono onirici e fiabeschi, e ricoprono molte pareti della casa. Negli incontri che lei offre ogni mercoledì avvengono piccoli miracoli di creatività ed espressività. Attraverso la metafora teatrale e la pittura spontanea i partecipanti esplorano i propri vissuti e le proprie emozioni, dando loro una voce e una forma. E al termine una bella spaghettata e al suono di una musica anni ’60 Lorenza e Paola che aprono le danze!


Come non rimanere colpiti da una tale energia e vivacità intellettuale? Dimenticavo un piccolo particolare: Lorenza e Paola stanno per compiere 91 anni. Ma il loro sguardo, la loro voce, il loro stupore, sono quelli di due ragazzine. E Vincenzo Loriga, compagno di Paola, di anni ne ha 97. Anche lui non è da meno in quanto a energia creativa: psicoanalista junghiano e affermato poeta, ogni martedì conduce, sempre in quella casa, affollati pomeriggi letterari. Martedì scorso si è parlato di Montaigne. 
 Non potevo tenere solo per me un tale tesoro. E con Francesco Canini,  artista e titolare della Aqua Art Gallery, abbiamo pensato di organizzare un evento dal titolo “Le sorelle Mazzetti”. L’appuntamento è alle 17,30 di sabato 27 gennaio, al Museo della Città di Terracina. Avremo modo di conoscere Paola e Lorenza, di ascoltare il racconto avvincente della loro vita e della loro arte, di fare domande e soprattutto di “respirare” la loro inesauribile creatività. Successivamente, intorno alle 19,30, ci trasferiremo nella Aqua Art Gallery dove ci sarà l’inaugurazione della mostra dei loro quadri.
Non perdete l'occasione di questo incontro di puro incanto e meraviglia. Ne varrà la pena. Ve lo assicuro.







lunedì 11 dicembre 2017

L'ARTE DELLE DONNE ( dedicato alle mie amiche artiste)




C’è che l’Arte delle donne mi commuove.
"La sedia di Gomez" acquerello di Germana Galdi
Mi fa vibrare, mi coinvolge, mi appassiona. Perché so cosa c’è dietro: lo sforzo supplementare, la fatica, il desiderio. E quanti ostacoli e ostruzionismi deve superare, spesso proprio da parte di chi ci vuole bene e a volte per proteggerci ed evitarci delusioni, questa è l’apparente giustificazione, ci dice frasi del tipo: “Con  la poesia, la pittura, la scultura, la fotografia, la musica, il canto ecc. ecc. non si vive. Meglio un lavoro fisso...di questi tempi.” E noi nel frattempo, e spesso a malincuore, il lavoro che abbiamo, fisso o meno, ce lo teniamo. Ma proprio non riusciamo a considerare la nostra Arte un hobby, un passatempo. No, non ce la facciamo. E’ carne e sangue, gioia e dolore, frustrazione e soddisfazione. E fatica, tanta. E a volte una sensazione di vuoto e di solitudine. Vorremmo poter parlare delle nostre intuizioni, delle nostre conquiste, dei nostri progressi, dei nostri apparenti momenti sterili, con qualcuno che ci sostenga e ci capisca. E ci dica, quando ci va bene, che è felice per noi, e quando invece siamo a un punto morto, di andare avanti, e ce lo dica a parole o magari solo con un abbraccio. Perchè l’Arte è una pianticella che ha radici profonde, nei nostri talenti, nella nostra volontà, nella nostra disciplina, ma va nutrita, con parole gentili, sorrisi, carezze, regali. Per questo è importante che le artiste si sostengano a vicenda.
"Lisa says" di Giovanna Noia
E gioiscano ognuna del successo dell’altra. Con generosità, sorellanza, sollecitudine, cura.  In uno scambio proficuo di suggerimenti, informazioni, incoraggiamenti. Che vada a creare una rete di sostegno, molto elastica e forte, che non ci farà precipitare quando cadremo giù, per qualunque motivo. E nel frattempo l’Arte, che è dentro di noi, sempre, quando lavoriamo, quando cuciniamo, quando accudiamo i nostri bambini, se ne abbiamo, si sentirà protetta, al riparo, compresa, mai minimizzata da parole maldestre, dette con superficialità da chi non riesce proprio a capirci. Noi di questo abbiamo bisogno. Di comprensione. Di rispetto.  E di delicatezza. Le artiste sono fatte di un materiale delicato e prezioso. Da maneggiare con cura. Una parola disattenta potrebbe fare danni. E quindi Germana, Giovanna, Paola, Antonella, Maria 1, Silvia, Iole, Gianna, Ornella, Alessandra, Stefania, Teresa, Eleonora, Cecilia, Camilla, Maria 2, Raffaella, Lelia, Francesca e tutte le altre, non siamo sole! E siamo tante. Ogni tanto facciamo un fischio, di quelli che perforano i timpani, chiamiamoci a raccolta, e non temiamo di tirare fuori la nostra voce, che unita a quella delle nostre amiche, diventerà ancora più vibrante e più potente per dire: io sono un’artista, io sono qui, ci sono.

mercoledì 29 novembre 2017

LA POESIA HA BISOGNO DI AMICI



La poesia ha bisogno di amici. L’amicizia è il nutrimento che la fa fiorire. Altrimenti resterebbe una terra secca e sterile che produce fiori e frutti senza forza, destinati subito ad appassire, a marcire.


Per anni ho scritto poesie in solitudine. Le leggevo e rileggevo, senza trovare il coraggio di condividerle e di espormi, anche ad eventuali critiche. E le mie poesie restavano lì, in fogli accatastati, come foglie secche, senza linfa. Un campionario di cose morte.

Poi, proprio 10 anni fa Lena, la mia amica svedese,  mi ha proposto di leggere le mie poesie a un gruppo di amiche che facevano parte della FIDAPA. Una cosa semplice, mi aveva promesso, senza nessuna cerimonia. Avevo preparato alcune poesie, poche, e le avevo messe in una cartellina, accanto a qualche racconto autobiografico. Quella sera, ricordo, ero appena uscita dal lavoro e non avevo avuto il tempo di cambiarmi. Indossavo un paio di jeans e una maglia. Ed ero, come al solito spettinata. Ho trovato, nella sala ricevimenti di un noto ristorante sul mare, una folla di persone eleganti che mi stava aspettando, e un ricco buffet. Io non avevo mai parlato a un pubblico così vasto e tanto meno letto le mie poesie. Ero quasi paralizzata. E anche un po’ arrabbiata con la mia amica, che mi aveva teso quel trabocchetto, a fin di bene. Mi aveva stanata. Mi aveva costretta a rivelarmi, a tirare fuori la voce, a espormi. E continuava a sorridermi e a dirmi vedrai, andrà tutto bene.  Ed è avvenuto un piccolo miracolo. Ho iniziato a leggere le mie poesie. E poi i racconti. Mai avevo sentito nella mia vita un silenzio e un’attenzione  così densi, così vibranti, così intensi. Avevo chiesto di non applaudire fra una poesia e l’altra, per non rompere quell’incanto. E mentre leggevo, mi sentivo quasi fuori dal corpo. Emozionata ma presente, emozionata ma anche temeraria, emozionata ma anche curiosa. Sarei riuscita ad arrivare al cuore di tutte quelle persone venute lì apposta per sentire le poesie di una sconosciuta, che ancora nessuno osava definire una poetessa? Gli applausi alla fine, le strette di mano, gli occhi lucidi, i ringraziamenti, la commozione che si sentiva, palpabile, sono stati la risposta. E grazie a Lena, che mi aveva presa per mano, e mi aveva tranquillizzata con il suo sguardo azzurro e benevolo, da quel giorno non mi sono più fermata. Tre anni dopo ho pubblicato il mio primo libro di poesie “Ofelia non c’è più”.
E a sostenermi, incoraggiarmi e presentarmi, nell’Aula Magna del Liceo, gremita di gente, soprattutto giovani, questa volta c’era un amico, Armando Cittarelli, anche lui Poeta. Che con le sue domande, a volte provocatorie, ma sempre tese a capire, ad approfondire, mi ha costretta ad andare ancora più in profondità e a svelarmi. Perchè questo fa la poesia, ci svela agli altri e a noi stessi, riesce in anticipo a cogliere emozioni, suggestioni, rivelazioni, che una volta portate alla luce, ci cambiano per sempre, rendendoci più autentici e più forti. E nel corso degli anni io e Armando ci siamo incontrati, abbiamo parlato di poesia, ci siamo scambiati i nostri versi, ci siamo incoraggiati vicendevolmente, sentendoci forse meno soli. E a chi avrei potuto chiedere di scrivere la prefazione del mio nuovo libro “La memoria dell’acqua” se non a lui? A lui e a un altro amico Poeta, Vincenzo Loriga, novantasettenne pieno di vita e di creatività, che ogni tanto vado a trovare a Roma nella casa sui tetti dove vive con la sua compagna Paola Mazzetti e la sua gemella Lorenza.Una casa di giovani artisti, senza età. Perché questo fa l’arte. Ci mantiene giovani, vibranti, curiosi, appassionati e un po’ incoscienti forse. Senza troppa paura del tempo che passa.
E quindi il mio nuovo libro ha due prefazioni, di due poeti che amo e che generosamente mi hanno sostenuta.
Ma non posso certo dimenticare gli autori delle illustrazioni delle copertine dei miei libri. Anche loro miei amici: Il pittore Giuseppe Modica con “La stanza del marinaio” che tanto bene rappresenta la malìa del viaggio, dentro e fuori di sé. E la pittrice Germana Galdi con “Chili y chocolate” a ricordare il dolce-piccante, a volte amaro, dell’avventura e della vita.



Un ringraziamento va anche alle amiche e agli amici, che mi hanno ascoltata leggere i miei versi a cene, compleanni e presentazioni. E a Annamaria e Marco, Marta, Maria Nella e Anna che mi hanno presentata in alcune occasioni. Ringrazio tutti per l'attenzione, la pazienza, la partecipazione, l'affetto. 

E ringrazio la comunità di scrittori di LIBERODISCRIVERE che attraverso un proficuo laboratorio di scrittura mi ha spronata a scrivere, a confrontarmi, a leggere ed ascoltare altre voci. Grazie ad Anna Fabiano, a Silvia, a Maria, a Iole, a Pierpaolo che, come un fratello, mi ha accolta  nella sua  Sardegna  e ha scritto la prefazione al mio primo libro di poesie. E grazie a quegli anni così fertili e così generosi.

E infine ringrazio mia figlia Olivia perchè la poesia è sempre stata un potente strumento di comunicazione e di vicinanza fra noi. E io mi commuovo nel vederla ogni volta commuoversi. E la ringrazio perchè il mio amore per lei e la nostra piccola famiglia hanno ispirato molte delle mie poesie.

Ma se vado a ritroso non posso non ringraziare chi non c’è più: mio nonno Aldo che ha sempre scritto poesie, e me le regalava mettendomele sotto il piatto; mio padre che leggeva ai suoi amici le mie prime poesie e filastrocche, orgoglioso come solo un padre può esserlo; mia madre che amava la musica e mi ha fatto amare la lettura. E io mi incantavo al suono della sua voce.

La voce di mia madre per me era Poesia.

domenica 19 novembre 2017

LA MEMORIA DELL'ACQUA (Il mio nuovo libro di poesie)




Scrivere per esprimersi, per consolarsi, per condividere, per lasciare tracce, per perdonare, per perdonarsi, per ricordare, per lasciare andare, per fare ordine, per dare un senso, per trovare la voce, per dare voce, per gridare, per sussurrare, per salvare, per salvarsi, per svelarsi, per fare spazio, per onorare, per ringraziare, per ispirarsi, per denunciare, per dichiarare, per sperimentare, per raccontare, per pacificare, per liberare, per liberarsi, per accogliere, per vivere.


E’ uscita la mia raccolta di poesie dal titolo “La memoria dell’acqua”, pubblicata dalla casa Editrice Robin e distribuita dalle Messaggerie Libri, a sette anni dalla raccolta “ Ofelia non c’è più”, pubblicata dall’ Editore Lietocolle. Fra un libro e l’altro sono successe tante cose e scrivere è diventato per me sempre più un bisogno primario, è parte del mio nutrimento, della mia sussistenza, della mia vita quotidiana. Il libro è corposo, più di 100 poesie, perchè questi anni sono stati intensi, intensi e dolorosi, con sprazzi di felicità e momenti di gioia. “La vita così com’è, nel suo doloroso splendore”, come è scritto nella quarta di copertina. E ho fatto la scelta, a differenza del libro precedente, composto solo da 36 poesie, di organizzare la raccolta in sezioni, quasi fossero delle opere a sé. Ma a ben guardare, fra una sezione e l’altra ci sono rimandi, richiami, in un flusso a mio parere coerente, che mi racconta, senza etichettarmi, ma rivelando l’impermanenza e lo scorrere delle emozioni e degli avvenimenti. Una scrittura poetica autobiografica? In parte lo è, certamente, ma non vorrei che l’aspetto autobiografico diventasse una gabbia. Tutt’al più la trama leggera, la traccia, il filo conduttore che permette alla poesia di farsi spazio, soprattutto nelle azioni minute, nei ricordi nudi, nelle suggestioni. La sezione “Il posto fisso” è quella, a mio avviso, più asciutta, senza fronzoli. La realtà di un lavoro ormai non più amato, spiazzante, noiosa, a volte intrisa di dolore, alla ricerca di un senso che spesso si fa  fatica a trovare. Eppure all’interno di quella realtà, con sguardo attento si possono trovare spunti di tenerezza, di amicizia, di benevolenza, piccoli semi di gioia da proteggere con delicatezza, per farli magari fiorire in ambienti meno aspri e più favorevoli.

Pubblicare un libro è sempre una gioia. Tenerlo fra le mani, sfogliarlo, guardarlo con amore. A partire dalla bellissima copertina, opera della pittrice Germana Galdi,  che secondo me, nella minuziosa e vibrante luminosità del suo acquerello dal titolo “Chili y chocolate” esprime a meraviglia l’intento della mia poesia. La vita, così com’è, nel suo semplice, doloroso e luminoso splendore. E spero che i lettori possano trovare all’interno del mio libro appena nato almeno un po’ di quella luce.