mercoledì 21 settembre 2016

IL CORPO DEL DOLORE ( Due Poesie)




Ponza

 Il corpo del dolore

Come tutti i corpi

Si decompone

Non è eterno

Si trasforma

Sfuma

Prepotente all’inizio

Vitale come un neonato

Si nutre famelico

Del tuo latte

Ti prosciuga

Fino a lasciarti spossato

Nella tregua effimera

Di un sogno



Al risveglio

Spilli dappertutto

Retrogusto migrante

D’angoscia

Che non sai collocare

Non nella gola

E neppure nel petto

Forse in una spalla contratta

O nel nodo

Che avviluppa lo stomaco

Ben stretto

Come fagotto in ostaggio



Poi si acquieta

E al suo posto

Una saudade maldestra

Che rende lucidi gli occhi

E i gesti più ampi

Si ritorna alle azioni normali

Con una labile eco

Di fastidiose pendenze



Infine svanisce

Come vento fastidioso che cala

Di nuovo bonaccia

E il mare appena increspato

Invita ad un tuffo di vita

  

Risacca



******

Itaca

Un’isola mi potrebbe salvare
Una baia tonda
Un grappolo di case bianche
Gli aranci in fiore
Uno spazio morbido
Di profumi
I portoni sempre aperti
Le vecchie sorridenti sugli scalini
I gatti
I tavolini blu
Le sedie di paglia
Un albero di fico
E forse un platano
Una piazza
La calma del tramonto
Il brusio dell’alba
Il mare dopo un temporale
Color piombo
Io che non sono di mare
Alzarmi presto la mattina
Scrivere
Dopo il pane
E il riposo del sole alto
Al fresco delle lenzuola
Fino a sera
E non sentirmi più straniera
Ovunque
E sola
Ma figlia di qualcuno
Che mi accarezzi
Con le mani  bianche
E mi consoli
Figlia
Non avere paura
Mai più
Ci sono io
















mercoledì 14 settembre 2016

HO IL FUOCO NEI MIEI SEGNI (Tre poesie)




 Ho bisogno
Di riempirmi
Gli occhi
Di bello
Non importa quale
Questo o quello
Che sia sublime e vero
Una sferzata all’anima
Un attimo sospeso
Un’apertura di cuore
E i sensi che sobbalzano
Di stupore
 Odori
Suoni
Colori
In un caleidoscopio felice
Di bambina
Pietruzze vivide
Da comporre con un gesto
All’infinito
Basta guardare
Basta sentire
E il vento ci porterà meraviglie


*******


Grata di quest’affanno

Che mi fa viva

E non mi rende fuggitiva

Ma rabdomante attenta

A cercare la fonte del dolore



A volte si nasconde

Nel profondo di un passato

Illuminato appena

Da una luce fioca



Altre volte si rivela

Nei gesti bruschi

Nelle parole poco accorte

O nell’assenza voluta

Di un sorriso



Un fastidio

Che toglie il brio

Appena spuntato

Come una foglia nuova

Un diserbante

Cattivo



Scrollarselo di dosso

Con movimenti piani

E attenti

Quasi uno spolverio

E’ il compito che preme

E va imparato

Prima che lui

L’affanno

Poco a poco

Indisturbato

Scavi cunicoli di danno


*******






 Ho il fuoco nei miei segni
E bruciature antiche di dolore
Non ha lenito arsure
L’acqua dolce
Ma aumentato la sete
In illusione di freschezza
I cerchi li attraverso
Con le fiamme
Come un tuffatore
O leone ammaestrato
Non mi brucio
Sento solo il calore
E un retrogusto appena
D’avventura

Si chiamava “la Poesia”
Una pozza tonda  di mare
Nel Salento
Mi sono immersa all’alba
Nel diamante
Dissetata di bellezza nuovamente
E lì ritorno
A rinfrescare le mie piaghe
Che  il sale risana
Poco a poco con sapienza

Fuoco e Acqua
Dentro di me
In pace finalmente
A fare sortilegi
Con un pizzico d’Amore
Pepe rosato d’Allegria
E Tenerezza
In filigrana preziosa
Che non mente










domenica 4 settembre 2016

PARLA PIANO...LA BAMBINA DORME (dalla raccolta "BAMBINE")




Erano uscite senza ombrello.
Il vento si era placato e dal cielo cominciava a scendere una pioggia fitta e fastidiosa.

La bambina indossava il cappotto nuovo di panno rosso e il cappellino di lana a rombi comprati pochi giorni prima ai Magazzini La Fayette a Nizza. La mamma si stringeva infreddolita alla gola il colletto di finta pelliccia del soprabito cammello, ormai sbiadito e frusto.

Arrivate al molo furono costrette dagli spruzzi a tornare indietro, sul viale di palme. La gente si affrettava a fare gli ultimi regali prima della chiusura dei negozi.


“Che facciamo stasera?”
“Resteremo in albergo, ho promesso alla Signora Lovati di darle una mano in cucina, sai, con tutti quegli ospiti…” La mamma aveva lo sguardo triste.

“Fa niente, resterò con papà a giocare a tombola”.

Nella hall trovarono il papà che, sprofondato in un divano di velluto verde,  leggeva un libro poliziesco. Indossava il completo principe di Galles, si era appena rasato e aveva un buon profumo di dopobarba. Il papà era sempre elegante e curato, sembrava un attore, e la bambina lo guardava con ammirazione e devozione sconfinate. Lui era il suo re.

Gli altri clienti erano quasi tutti nella sala a scambiarsi gli auguri, in un cicaleccio di convenevoli e saluti. La Signora Pontremoli portava un delizioso cappellino di velluto bordeaux con la veletta sollevata sugli occhi.

“ Com’è bella!- pensò la bambina- Da grande voglio essere come lei. Bella e ricca”.

 Il Signor Pontremoli era molto più anziano della moglie, piccolo di statura e con un grande naso aquilino che spiccava sulla sua faccia pallida e scavata. Ma era gentile e anche lui profumava, come il papà, di buon dopobarba. Faceva il commerciante di tappeti ed aveva accumulato, così si diceva, una fortuna di miliardi subito dopo la guerra.

I tavoli erano stati apparecchiati con particolare cura e la signora Lovati, aiutata da suo figlio Giuseppe, si affannava negli ultimi preparativi. In fondo alla sala da pranzo, vicino al pianoforte a coda, lucido e imponente, era stato sistemato un grande albero di Natale, addobbato con palline argentate e luci intermittenti. Sulla punta una cometa di brillantini luccicanti. La bambina ricordò il piccolo albero di Natale della casa sull’isola, finto e modesto, ma secondo lei il più bello del mondo, e per un attimo sentì un dolore strano, come una spina conficcata in un punto preciso della gola.
Era il secondo Natale che passavano lontani dall’isola. Non le avevano detto niente del trasloco in continente, semplicemente non erano più tornati a casa dopo le vacanze estive e lei non aveva più rivisto la sua scuola, le sue amiche, la sua maestra, i suoi giocattoli. Dopo un mese erano arrivate un paio di casse di legno con qualche libro, la biancheria, i piatti, ma il resto era stato venduto o regalato. Da allora non avevano più avuto una casa ed erano stati ospitati un po’ dai nonni al nord, un po’ dalla zia al mare, e la vita era diventata all’improvviso cupa e triste, proprio come la faccia della mamma. Nel frattempo aveva dovuto cambiare scuola due volte e di fronte alla possibilità di un terzo cambiamento aveva cominciato a piangere e disperarsi, non voleva più andarsene da lì, dal paese al mare del papà, dove ormai si era fatta delle amiche e aveva cominciato ad ambientarsi. Piuttosto sarebbe andata in collegio dalle suore, almeno avrebbe potuto continuare la scuola fino alla fine dell’anno, così aveva detto fra i singhiozzi. A malincuore, stupiti dalla sua rabbia e preoccupati dalle sue lacrime, la mamma e il papà avevano deciso di lasciarla lì in collegio ed erano partiti per il nord, dove il papà aveva trovato un nuovo lavoro, così le avevano raccontato.

Era arrivato Dicembre. Faceva molto freddo, in collegio non c’era riscaldamento e lei era poco vestita, ormai il cappotto le andava corto e stretto e le servivano un paio di scarpe invernali, di un numero più grande.

Erano venuti a prenderla  di notte, in macchina,  per le vacanze di Natale. Lei si era sdraiata sul sedile posteriore con un plaid sulle gambe e subito si era addormentata.

Avevano viaggiato per ore e ore, senza fermarsi mai.

All’alba erano arrivati a Genova. Avevano fatto colazione in un auto-grill sull’autostrada: cappuccino e cornetti caldi.

“Andiamo in Francia, ti va?” le aveva chiesto il papà con un sorriso dolcissimo. Aveva la faccia stanca e la barba lunga. La mamma era andata in bagno a darsi una sistemata e dopo aveva i capelli più in ordine e un rossetto rosa, che un po’ stonava con i suoi vestiti stropicciati.

Intanto era spuntato il sole.

Arrivarono a Nizza in tarda mattinata. Alloggiarono in un piccolo hotel nella città vecchia.

A cena in un ristorante tipico il papà le aveva regalato un mazzetto di viole, e lei col suo cappotto rosso di panno e il basco scozzese comprati nel pomeriggio, si era sentita una principessa.

Dopo due giorni erano tornati in Italia in un piccolo paese sulla Riviera dove il papà e la mamma avevano fatto amicizia con i proprietari di un albergo.

“Vedrai, ti piaceranno” le avevano detto.

E adesso erano lì a festeggiare il Natale.



“La mamma dov’è?”- chiese la bambina.

“E’ in cucina a dare una mano. Penso che ne avrà per tutta la serata. Rimarremo soli io e te, ti dispiace?”

Lei rispose impacciata :

“Un po’, ma non fa niente, non ti preoccupare.”

La cena era buonissima, c’erano anche le uova con la maionese uguali a quelle che faceva la mamma, e il vitel tonnè con i capperi.

Il Signor Pontremoli le sorrise dal tavolo vicino. Rassomigliava a un pellicano, ma le era simpatico e chissà perché le faceva un po’ di  tristezza. Al momento del brindisi la mamma venne al tavolo, tutta spettinata e con le guance rosse.

“Mi fermo solo un attimo, devo tornare a lavare i piatti. Era buona la cena? L’ho preparata io.” disse tutta di un fiato, pulendosi le mani sul grembiule a righe bianche e rosse.

Qualcuno stava strimpellando al piano una musica triste e alcune coppie avevano cominciato a ballare. Anche i Pontremoli. La Signora si era tolta il cappellino, aveva i capelli corti e ricci, e sembrava felice abbracciata al suo pellicano.

“Buon Natale -disse improvvisamente la mamma alla bambina, prendendo qualcosa dalla grande tasca sul grembiule-  tieni, è da parte di Babbo Natale. Stavolta è andata così, ma ti giuro che il prossimo anno, nella casa nuova, saremo di nuovo tutti insieme e ci saranno tantissimi regali.”

Era commossa mentre parlava, commossa e imbarazzata. Sembrava che stesse dicendo una bugia, così pensò la bambina: ogni volta che parlavano della casa nuova i suoi genitori sembravano attori che non hanno imparato bene la parte, goffi e impacciati, e poco convinti di quello che stanno dicendo.

Il pacchetto era rosso, con un fiocco dorato e dei piccoli fiori di carta velina incollati sopra. La bambina lo aprì, curiosa: era un libro di una scrittrice americana. Si intitolava “Un albero cresce a Brooklyn”.

“Vedrai, ti piacerà, è la storia di una bambina come te che, dopo molte peripezie, riesce a realizzare il suo sogno di diventare scrittrice.”

Che strano, appena un paio di anni prima, nella casa sull’isola, lei aspettava emozionata che Babbo Natale arrivasse furtivamente di notte a portarle i regali. Li trovava la mattina dopo sparsi  alla rinfusa ai piedi dell’albero, e veramente non c’era gioia più grande che scartarli uno a uno e allinearli per vedere quale fosse il più bello: la bambola africana o la vestaglia ricamata? I mobili da giardino in miniatura o il libro di avventure? Bei momenti. Anzi meravigliosi. Ma adesso era tutto finito. Lei era cresciuta e non credeva più a Babbo Natale.  E forse, proprio per questo, tutto era diventato grigio e triste.

Rientrarono in camera all’una passata, dopo il panettone, un ultimo brindisi chiassoso e due giri di tombola. I Pontremoli erano andati insieme ad altre due coppie alla messa di mezzanotte e ancora non erano tornati.

La bambina si mise il pigiama quasi a occhi chiusi, poi si accucciò sotto le coperte e prima di crollare in un sonno profondo sentì la mamma e il papà che sottovoce  facevano strani discorsi:

”Allora cara, domani torniamo al Casinò, stavolta andrà bene, vedrai, il sistema è sicuro, ci farà vincere un sacco di soldi, così potremo estinguere il debito con quelle sanguisughe dei Lovati e pagare l’albergo.”

“Speriamo, perché non ce la faccio più ad andare avanti così, sapessi come mi ha trattato quella strega in cucina, sembrava ci provasse gusto a vedermi sgobbare come una schiava. Basta, davvero, dobbiamo a tutti i costi riavere una casa e stare di nuovo insieme, noi tre…..

“Sss…..parla  piano… la bambina dorme…”

La bambina sospirò e borbottò qualcosa. Stava sognando che la Signora Pontremoli ballava abbracciata con il papà.

Lui era vestito tutto di rosso. Da Babbo Natale.

E dietro la barba riccioluta gli ridevano gli occhi.




lunedì 29 agosto 2016

LETTERA MAI SPEDITA



Cara Mamma, vorrei tanto che tu leggessi questa lettera, ma so che non sarà così. La leggeranno altre persone, persone sconosciute e lontane, e lo faranno con delicatezza e tatto, senza giudicare. Sono anni che penso con terrore al momento in cui te ne andrai. Sempre stata cagionevole, tu. E arrabbiata. E’ come se con ogni tua parola e gesto volessi farla pagare al mondo. Per quello che non hai potuto fare. Per quello che hai fatto e non volevi. Per quello che ti hanno tolto. Per la sfortuna. Per le disgrazie. La tua vita, raccontata da te, con quella veemenza che ritrovi quando parli del passato, sottolineando gli avvenimenti con una drammaticità degna di Eleonora Duse, è un susseguirsi di avventure, colpi di scena, scherzi del destino, occasioni mancate. Come tutte le vite, credo. Ma tu sei convinta  di essere stata l’unica a soffrire, gli altri hanno avuto sicuramente più sicurezze, più stabilità, più consolazioni. E la tua voce, le tue mani che gesticolano nervose, i tuoi occhi vivi e accesi, quando parli così, seppure ferita a morte, addolorata e delusa, lasciano trapelare la tua grande forza e la voglia, tutto sommato, di vivere ancora a lungo. Per carità, mi rispondi quando ti dico che  camperai sicuramente fino a cent’anni, questa non è vita, mi dispiace deluderti, ma non ci sto, non sembri però molto convinta, anche se cerchi come al solito di fare la prima attrice, in un teatro dalle tende di nylon e chiazze di umidità alle pareti, ma pur sempre un teatro. Così sei tu. Non mi hai mai risparmiato le tue emozioni che, quando ero piccola, mi travolgevano, lasciandomi dolorante e impaurita. E dopo, durante l’adolescenza, mi procuravano attacchi di panico e improvvisi rossori, che mi facevano desiderare di diventare invisibile e muta.  E muta sono stata per anni, tu parlavi, parlavi, ancora adesso, quando provo a dire qualcosa mi parli addosso oppure semplicemente mi giri le spalle e ti metti a fare qualcos’altro. Ma non ci resto male più di tanto. Ti vengo dietro e ti accarezzo  le spalle magre e curve (pensare che camminavi dritta come un fuso, adesso ti sei così rimpicciolita!). Quello che provo ora per te è amore puro, senza incrostazioni di rancori o di rimpianti. Amore che non chiede niente. Tenerezza. Mi basta sapere che ci sei. Anche se non posso venire a trovarti per più di mezz’ora alla volta (hai i tuoi ritmi, scanditi da una disciplina sempre più ferrea, ceni alle 7, poi ti prepari per la notte e dopo BLOB ti guardi “Un posto al sole”). Se mi azzardo a venire in quell’ orario, gentilmente mi rispedisci a casa mia. Sono sempre sola, dici, non mi puoi privare degli unici momenti di svago, facendomi intendere che di quello svago io non faccio parte. E sono finiti i pranzi della domenica da te. Non ce la fai, dici, a cucinare per 3 persone. Non importa, va bene così, niente più spezzatino e involtini al sugo, niente più risotti e minestroni. Se capito per caso all’ora di pranzo, ti trovo seduta al tavolo, con le tue mini porzioni delle cose buone che ancora ti cucini, in pentolini sempre più piccoli, come quelli delle bambole. Pazienza. Allora ogni tanto ti porto io qualcosa, un piatto di lasagne (ci mangi per tre volte!), uno sformato di verdure, una fetta di torta, e quando ti passo il contenitore attraverso la finestra ti brillano gli occhi, non dovevi disturbarti, mi dici, ma si vede che sei contenta. A volte, quando non rispondi al cellulare, ho paura. Forse sei caduta o ti sei sentita male. Forse sei morta. Ma a pensarci bene questo pensiero l’avevo anche da bambina, quando all’improvviso svenivi e io ti mettevo un cuscino sotto la testa e ti facevo annusare l’aceto. Stavo con il fiato sospeso fino a quando non riaprivi gli occhi, le piccole mani a farti carezze sulla fronte, protesa a vedere se ancora respiravi. E quando finalmente rinvenivi, pallida, con un sorriso stanco, io provavo una felicità acuta e traboccante. Eri viva, c’eri ancora, lì per me, non te n’eri andata. E provo la stessa  gioia, forse ancora più intensa, quando mi rispondi, con quel leggero affanno che non è riuscito a cambiare la tua voce giovane, da soprano. E’ vero, in questo ti do ragione, hai una voce bellissima, avresti dovuto fare la cantante. Tu mi abbracci di rado adesso, allora ti abbraccio io e chiudo gli occhi. Ti sento un po’ rigida, è per via dei dolori, dici, ma so che se ti abbandonassi a quell’abbraccio dovresti ammettere a te stessa che hai paura. In questo momento un ragazzo Rom sta suonando alla fisarmonica “Besame mucho”. Ballando con quella musica tu e papà vi siete innamorati, e il vostro amore bello e complicato è durato 18 anni, fino a quella maledetta sera dell’incidente. Da allora ti sei ricordata che esistevo anch’io. Ma era troppo tardi. Un anno dopo me ne sono andata a vivere da sola. Adesso non so cosa darei per dormire nel lettone con te. Te l’ho proposto una volta, di rimanere per la notte. Perché? mi hai detto Non ce n’è ancora bisognopiù in là forse. Più in là.  E mi hai girato le spalle fingendo di trafficare con qualcosa.                           
Ti voglio bene, mamma,  so che la sai, ma te lo devo dire. 
Tua figlia                    

lunedì 15 agosto 2016

ESPRESSO SALONICCO (dalla raccolta "BAMBINE")



Settembre 1992.


La bambina ha appena compiuto 10 anni.

E’ abbronzantissima, sembra quasi una zingarella, con quei capelli spettinati e i denti bianchi.

Siamo cariche di bagagli: zaini, sacchi a pelo e una grande busta con regali e giocattoli. Perfino una palla. L’espresso Salonicco-Venezia è affollatissimo. Il nostro scompartimento ha sei cuccette che tireremo giù per la notte. Gli altri viaggiatori, due ragazze e due ragazzi, sono norvegesi. C’è un’afa insopportabile, ci siamo portate solo una bottiglia d’acqua, per il mangiare andremo nel vagone ristorante.  
Il treno parte.
A Skopie salgono parecchie persone che non hanno prenotato e si sistemano alla meglio per i corridoi. Il capotreno fa salire tutti.

I bagni sono intasati, manca l’acqua e dopo un po’ si spande per l’aria un odore acre di latrina.

La bambina non si annoia. Guarda fuori dal finestrino con occhi incantati, poi si mette a disegnare con grossi pennarelli colorati, appoggiata sul ripiano estraibile. In questo periodo disegna soprattutto principesse e fate con lunghi veli azzurri e cavalli sghembi dalle zampe rettangolari. I colori sono vividi, brillanti, fanno allegria.

Proviamo ad andare nel vagone ristorante. Bisogna percorrere tutto il treno. Man mano che camminiamo, i vagoni cambiano fisionomia: tappezzeria damascata bordeaux e tendine di pizzo ai finestrini. E uomini con strani copricapo, che rassomigliano a dei fez. Sembra quasi il carrozzone di un circo. Nell’aria c’è una fitta coltre di fumo. Ma abbiamo fame e continuiamo a camminare facendoci spazio fra sporte di paglia, bambini addormentati, madri con lunghe gonne colorate e denti d’oro luccicanti. Il vagone ristorante è molto affollato. Non c’è nemmeno una donna. Appena entriamo il brusio si interrompe per un attimo e tutti ci guardano. Nessuno parla inglese e io nel mio greco approssimativo riesco a ordinare una specie di zuppa di cavolo, bollente, che ci fa sudare ancora di più. Mentre sto pagando, con la coda dell’occhio vedo che un uomo anziano si è messo la bambina sulle ginocchia e le sta parlando in una lingua dal suono dolce, quasi una cantilena. Mi avvicino, lei mi guarda preoccupata, sorrido e la prendo per mano, poi saluto e ce ne andiamo. Mi tremano le gambe. Forse quel signore voleva solo essere gentile.

Il treno si ferma di continuo in piccole stazioni di campagna.

Il paesaggio è dolce, collinare, con piccole chiese dai campanili aguzzi.

Sta scendendo la sera. Nell’aria c’è una cappa pesante di umidità che ci fa sentire sporche a appiccicose. Il bagno è sempre più impraticabile. L’acqua è finita. La bambina ha di nuovo fame. E io anche.

Ripenso con nostalgia al mare trasparente dell’isola e gli alberi fin sulla spiaggia e per un attimo provo una sorta di refrigerio. Cinque settimane volate via, come in un soffio. E’ stata una bella vacanza.

La bambina sta giocando a scopa con una delle ragazze norvegesi, vedo che gesticolano e ridono, non so proprio in che maniera misteriosa sia riuscita a insegnarle le regole del gioco.

Entriamo lentamente nella stazione di Belgrado. Mi viene un’idea: scenderò a cercare acqua, panini e frutta, c’è tempo, il treno si ferma per mezz’ora. Riesco a comprare tutto in un chiosco azzurro e spendo le ultime dracme.

Quando torno al binario il treno non c’è più. Batticuore. Quasi mi manca il respiro.

Ritorno indietro per vedere se ho sbagliato binario, no, è quello giusto, cerco di mantenere la calma, non ho più un soldo, neanche i documenti, ho lasciato tutto sul treno. Soprattutto mia figlia. Mi metto a piangere. Sulla pensilina vedo un uomo in divisa. Fra le lacrime cerco di spiegargli in inglese quello che è successo. Lui scuote la testa, non capisce. Allora gli parlo in greco, mai sono stata così orgogliosa di parlare una lingua straniera. Lui mi sorride e mi risponde sempre in greco: “Binario 9.” Il treno si è spostato per riparare un piccolo guasto alla locomotiva. Lo ringrazio mille volte, gli butto un bacio con la mano e mi metto a correre. Arrivo esausta, il cuore in gola, le gambe che quasi non mi reggono. Il treno è lì, mancano pochi minuti alla partenza. Salgo trafelata. La bambina sta ancora giocando a scopa e mi dice sorridendo: “Mamma, ho scoperto che Babbo Natale abita in Lapponia, me l’ha detto questa signorina.” E mi indica la ragazza norvegese .

 “Brava, tesoro, ma adesso la mamma cerca di riposare perché è un po’ stanca”.

Poi chiudo gli occhi e non sento più la puzza, la stanchezza e il caldo

Sono felice.

Non mi manca niente.

Su questo treno c’è tutto quello che mi serve.





lunedì 8 agosto 2016

LA PERFEZIONE DELL'AMORE





Quando conosci la perfezione

Dell’amore

Il suo smarrimento

Incredulo e felice

L’appartenenza di diritto

Finalmente

A questa terra

L’assoluta armonia delle parti

Come in un quadro d’artista

L’alternarsi di giorno e notte

Entrambi perfetti

Come pure i minuti

L’attesa

Che si fa vibrazione

L’odore dei corpi

D’estate

Le mani a tastarsi

Gli abbracci in silenzio

Gli sguardi fra gli altri

Come segnali di fumo


E’ difficile lasciarla andare

E sentirsi orfani di nuovo

Di tanta bellezza


Il buio che cala

Dura per anni

E la luce che penetra dopo

È luce fredda

Che illumina

Giusto quel poco

Che basta

Alle azioni normali


Allora pensi

Che forse era meglio

Un amore imperfetto

Di quelli che durano sempre

E non abbagliano gli occhi

Luce calda e serena

Che non si spegne

Per  corto circuito

Improvviso

Luce che illumina il viso

Con i suoi segni di spazio

E di tempo

Luce che scalda e ripara

Dalla paura e dallo strazio.












giovedì 4 agosto 2016

LA MUCCA SOLA



C’era una mucca, bianca, con qualche  chiazza marrone. Era una mucca triste, una mucca sola, in un posto poco illuminato. La sua figura si componeva mettendo al posto giusto dei cubi di cartone. Gli altri disegni a comparire erano quelli di una giraffa e di un asino. E forse un’aia con delle galline. Non ricordo altro. Ci mettevo poco ormai a comporre le immagini. Ma quella della mucca mi metteva un’infinita tristezza. Adesso che ci penso forse è perché non era in un prato, al sole, ma in un posto all’ombra e al chiuso. Forse era una stalla. E non c’erano altre mucche.
Lei lì da sola. Avrò avuto al massimo due o tre anni e riuscivo già a provare empatia per un animale tenuto al buio, in solitudine. Ma cosa mi evocava quell’immagine? C’è una foto di me, molto piccola, in un cortile brullo, con un altro bambino che mi dà un bacio. Io sorrido, ma ho l’espressione triste. Sono appena uscita da un periodo di malattia e ho l’aspetto cagionevole. Come sfondo c’è un muro grigio e scrostato, sul quale si arrampica un ramo di glicine secco. E’ inverno e sembra, guardando quella foto, di sentire il gelo. Io indosso una gonnellina scozzese e un maglione di lana. Ho i calzini corti e delle scarpe bianche dalla punta arrotondata. Ecco, guardando quella foto io provo la stessa sensazione di sconfinata solitudine che provavo guardando quella mucca. Buio, freddo, squallore. Chissà, forse anche la mucca era stata malata, e ora la tenevano lì, lontana dalla famiglia, in convalescenza. Chissà, forse la mucca era in castigo, non era stata abbastanza brava, non aveva prodotto abbastanza latte, era una mucca ribelle. O forse la mucca era stata abbandonata, gli altri semplicemente si erano dimenticati di lei e se n’erano andati via, lontani. Questi erano i pensieri che mi passavano per la testa allora.
Tempo fa ho comprato un vassoio di legno con due manici, dal disegno naif. C’è una mucca  proprio nel centro, in mezzo a un prato, con un cielo azzurro e intorno degli alberi fioriti. E’ un disegno allegro e finalmente la mucca è al posto giusto e sembra contenta. Ma la prima volta che l’ho visto, per un attimo ho riprovato una fredda sensazione di solitudine e ho ricordato quel gioco in scatola, di cubi da comporre, quel gioco triste di quando ero bambina.