giovedì 30 maggio 2019

GRAZIE RODI


Io amo la Grecia, è cosa risaputa. La considero la mia seconda patria. Da ragazza ho vissuto per tre anni a Firenze con il mio amore greco e con lui ho viaggiato in lungo in largo: la Grecia Classica, le Meteore, la penisola Calcidica, il promontorio di Volos dove i suoi nonni avevano una casa di pietra tutta diroccata, ma dall'incredibile fascino. E poi negli anni ci sono ritornata, con mia figlia o con i miei amici. Ogni volta lo stesso stordimento felice, l'allegria di sentirmi a casa, nella mia famiglia allargata di persone gentili e ospitali che dividevano con me quello che avevano, soprattutto la bellezza. E ogni volta, al ritorno, l'affermazione: questo è il posto più bello che ho visto finora. Come se fosse possibile fare una graduatoria dei luoghi belli che ci hanno preso il cuore. Erano 10 anni che non tornavo “a casa”. Quattro anni fa ho letto online l'intervista a una donna italiana, Gloria, che alla fine degli anni 90 ha deciso di cambiare vita e di trasferirsi in Grecia con la sua bambina, aprendo un B&B nella cittadella medioevale di Rodi. La prima cosa che mi ha incuriosito, a parte la storia di questa donna coraggiosa e sola con la sua bambina, che un po' mi ricordava la mia storia, era il nome che ha dato al suo B&B: "La casa del Frangipane". Io abito a 100 metri dal Castello Frangipane, il nome della casata che lo ha abitato, e nel caso di Gloria, il nome dell'albero che è proprio al centro del suo piccolo giardino. La mia curiosità andava crescendo. Per tre anni, ogni estate programmavo di andare a Rodi, ma all'ultimo momento non riuscivo, per un motivo o l'altro, a partire. Quest'anno, alla fine di aprile, in una giornata in cui mi sentivo particolarmente stanca e demotivata, per una serie di avvenimenti spiacevoli che si erano avvicendati nei mesi precedenti (il tornado che ha devastato Terracina, scoperchiando anche il tetto della mia casa, un trasloco sofferto in un altro ufficio, piccoli problemi di salute, un cambiamento di vita che si sta prospettando in vista della pensione imminente…) ho finalmente deciso di partire per Rodi. Ho scritto a Gloria, la casa era disponibile e tutta per noi, telefonato alla mia amica Ernestina proponendole il viaggio ( insieme avevamo già fatto una vacanza bellissima a Istanbul), prenotato il volo. Tutto in un paio di ore.

Il 18 maggio siamo partite lasciando un tempo umido e piovoso e trovando l'estate.
Rodi mi ha subito stregata. Abbiamo vissuto giornate piene di stupore e di bellezza, di calore, di entusiasmo, di scoperte, di meraviglia, di amicizia. Profumi, sapori, suggestioni, intrecciati in alchimia perfetta. Non mi sentivo una turista, non mi sentivo straniera, mi sentivo perfettamente a mio agio. E non è certo stato un fastidioso dolore al ginocchio, poi rivelatosi una lesione al menisco, a togliermi la voglia di vedere, conoscere esplorare. 8 giorni, pieni, intensi, ricchi. Innanzitutto Gloria, la sua casa, sua figlia Nicole, i suoi meravigliosi gatti e il cane saggio Lumira.
I colori. La luce. L'accoglienza. La gentilezza. Il nostro appartamento, con la scala di legno colorata, le piccole finestre sul giardino e il famoso albero di Frangipane, le piante, la panca azzurra, l'indaco e il giallo delle pareti, le mattonelle fatte a mano, tutto con il tocco abile di Gloria, che sa pitturare, scolpire, restaurare, costruire, con le sue mani grandi e forti (Gloria è una bellissima ragazzona, così mi piace chiamarla). Mi sembra di conoscerla da sempre. E parlando sono venute fuori altre affinità, altre caratteristiche che ci accomunano, una su tutte la curiosità e la voglia di condividere con gli altri le nostre scoperte.
 La nostra vacanza è stata benedetta da una serie di incontri fortunati. Sull'aereo Ernestina ha incontrato un suo vecchio amico musicista, Erasmo, che andava a trovare un comune amico skipper, che Ernestina non vedeva da anni. E quindi la prima sera siamo andati tutti a mangiare in un ristorante appena fuori la Porta di S. Francesco, da Cosmas e la sua famiglia, ristorante che non abbiamo più voluto abbandonare. Cucina che ricordavo, dai sapori speziati e forti, ma molto curata e con qualche novità rispetto a quella che conoscevo, per esempio frittelle di fiori di zucca ripiene di feta e menta, oppure baccalà fritto con una gustosissima sala all'aglio, e pesce fresco tutte le sere. Il tutto a un prezzo massimo di 12 euro a persona. E poi abbiamo conosciuto Davide, grande affabulatore, amico di Gloria, che ci ha incantato e divertito con i suoi racconti, Una persona dolcissima e sensibile, anche lui trasferito da anni in Grecia. E Bruna, simpatica veneziana ex insegnante di tango, ora scrittrice, che ci ha portato a vedere i cavallini di Rodi, razza in estinzione curata da Temistocles e Yorgos,
un vecchio dallo sguardo dolcissimo, che pur con una sola gamba, riesce ad accudire i cavallini, a sussurrare loro, per calmarli e domarli, visto che erano praticamente allo stato selvaggio. Un pomeriggio al tramonto abbiamo visto capre e pavoni, in quantità incredibile, che sembrava facessero la ruota apposta per noi, alternando i loro richiami d'amore. E spiagge deserte, baie incantate, piccoli ristoranti sulla riva, cafeterie in piazzette ombreggiate da platani centenari. Ecco, gli alberi. Nella cittadella alberi e parchi dappertutto. Un verde che ristora, ben curato, protetto. Questa cosa mi ha fatto molto pensare. Gelsomini, bouganville, pitosfori, glicini ancora fioriti. Ma tutto in abbondanza. La città è grande: il castello le mura, i camminamenti, le porte. I primi giorni ci perdevamo, io lenta e un po' claudicante, Ernestina in testa con le mappe, a sopperire alla mia mancanza totale di senso di orientamento.Poi abbiamo imparato le scorciatoie, per vicoli ombrosi senza turisti, stradine di ciottoli, portali coloratissimi e ogni tanto qualche resto, qualche colonna e in lontananza la torre dell'orologio e il minareto della moschea.
Nella parte moderna alcuni edifici costruiti dagli italiani, quando Rodi apparteneva all'Italia, palazzi eleganti, un porto bellissimo con i mulini, e ancora giardini e parchi. L'ultima mattina sono andata al museo archeologico, dai giardini interni curati e profumati. Custodi severissimi mi hanno impedito di fare foto. Sono rimasta commossa da alcuni epigrafi marmoree, trovate nelle tombe, che raffigurano famiglie, madri, padri e figli, uniti in un abbraccio o mano nella mano, piccoli rilievi naif, che risalgono a qualche secolo prima di Cristo, ma incredibilmente moderni.

Fare acquisti è stata una gioia. Regali semplici cercati nei vari negozietti, senza farci tentare da quelli tipicamente turistici.

Gloria
Tutti cercavano di risponderci in italiano, gentili, accoglienti. Ho comprato una mappa antica dell'isola e una civetta in bronzo, da una signora sorridente che ha un piccolo negozio di cose antiche e ci ha portato a vedere le bellissime icone che dipinge sua figlia, con l'orgoglio di madre negli occhi. E il caffè, quello polveroso, da fare alla turca, con un bricco di rame, regalo del mio amore greco.
Io e Ernestina
Avrei ancora tanto da dire, ma devo lasciare che le emozioni si sedimentino: parlare con Gloria, andare con lei e Ernestina in giro in macchina a scoprire le spiagge più belle (i primi giorni abbiamo affittato una macchina, andando un po' alla cieca e scappando da Lindos, affollata di turisti), godere della quiete del suo giardino immergendoci, come in una sorta di cromoterapia, nei suoi colori, dormire in perfetto silenzio in un letto comodissimo, svegliata dal canto degli uccelli, a pranzo mangiare pomodori, feta e olive con quel pane scuro e ancora caldo preso nel meraviglioso forno- cafeteria vicino casa, farsi la doccia nel bellissimo bagno di pietruzze blu messe una a una con amore da Gloria, l'attenzione dei particolari, i biscottini e l'ouzo in frigo, una piccola provvista per cucinare... Cura, gentilezza, amore...Io e Ernestina alla fine ci siamo abbracciate e reciprocamente ringraziate per questo viaggio, così rigenerante e così speciale. E con Gloria ci stiamo scrivendo e la nostra amicizia, che  sembra così antica, è solo all'inizio. Il prossimo anno sarò in pensione e il primo regalo che mi farò sarà quello di stare a Rodi almeno per un mese, portando con me anche la mia piccola famiglia. A presto casa del Frangipane, a presto Gloria.

Grazie Grecia, grazie di cuore.
Efkaristos para poli.

giovedì 28 febbraio 2019

IL MIO ANGOLO ILLUMINATO (l'elogio della zucchina)



C'è un angolo della mia cucina, fra il lavello e la finestra che si affaccia sulle colline, la chiesa romanica e più a destra il tempio, che io chiamo “il mio angolo illuminato”. E non perché sia particolarmente luminoso. Nella mia casa non si può sfuggire alla luce, la luce la circonda, a trecentosessanta gradi, e data la posizione fortunata, posso gioire di albe e tramonti spettacolari. No, il mio angolo è “illuminato” perché da anni, da quando cioè cerco di ascoltami di più, mi sono accorta che proprio lì in quell'angolo io divento più serena, più consapevole e più felice. A partire dalla fine del '700, data di costruzione della casa, per molto tempo in quell'angolo c'è stato un focolare con un camino, e quindi decine di donne si sono alternate proprio lì a preparare il cibo, ad attizzare il fuoco, a pulire e lavare le verdure. E io in qualche modo sento la continuità di quei gesti, immagino i volti di quelle donne, la loro fatica, i loro sogni a quella finestra affacciata sulla bellezza. E mi sento una fortunata discendente di quella stirpe di donne in cucina, senza però il loro affanno, la loro fatica, visto che adesso, anche se ormai lo diamo per scontato, siamo circondati dalle comodità. Ma chissà forse anche loro, in quell'angolo a volte si concedevano la lentezza, la gioia dei piccoli gesti, tagliuzzare, sminuzzare, impastare, condire, inventare, in un'alchimia semplice, che io credo dovremmo recuperare. Per me la magia avviene soprattutto di sera. Il silenzio avvolge la casa, il buio non è ancora completo, il rosso infuocato del tramonto si sta stemperando e se il mio sguardo si sposta verso la sala da pranzo, dalla grande finestra vedo le isole e il mare.
E' la mia ora, quella in cui lascio tutti pensieri e gli affanni. Sono a casa, quella casa che ho scelto appena l'ho vista, come se fosse un amore. E che mi è sempre stata fedele, anche quando io, per stanchezza, davanti a qualche suo costoso acciacco a volte penso di disfarmene, per andare in una casa più comoda. Senza tutte quelle scale, senza tutte quelle crepe, senza tutte quelle mattonelle sconnesse. Ma le mie fantasie di infedeltà, durano meno di un giorno. Al primo tramonto, affacciata a una delle nove finestre, riprovo quella sensazione di assoluta meraviglia che mi fa restare immobile, grata, a respirare tutta quella bellezza, quasi come in preghiera. E lì in quell'angolo tutta la stanchezza della giornata svanisce. E' l'ora della minestra. Come un rituale, tutte le sere. La minestra mi conforta, mi fa sentire che mi sto prendendo cura di me, che posso concedermi il tempo di non fare nient'altro, di non pensare a nient'altro. E, mentre affetto una zucchina o una carota o una zucca, mi concentro sui gesti, con calma, nessuno mi corre dietro, divento un'artista che compone con quelle rondelle verdi, arancioni, gialle, la sua opera profumata.
Le mie mani trattengono gli odori, si inumidiscono, si animano, diventano mani utili, dopo ore a battere sulla tastiera di un computer cose che non mi appassionano. Le mie mani riprendono vita. E quando mi capita di cucinare per la mia famiglia o i miei amici, la gioia si moltiplica. Ma devo fare attenzione all'ansia da prestazione, alla fretta che si affaccia. Allora ogni tanto mi fermo e respiro. Tolgo qualche fogliolina secca alla pianta di basilico e mi rimetto al lavoro, rallentando. Tornando alla carota, alla zucchina, al coltello che le affetta, al loro colore, alla loro consistenza e mettendo da parte pensieri fastidiosi e superflui. Non ho bisogno di nient'altro. Ho tutto quello che mi serve. Il mio angolo illuminato. La mia finestra. Il mio respiro. Le mie mani.

mercoledì 10 ottobre 2018

CI SI AFFEZIONA AI LUOGHI

Ci si affeziona ai luoghi. Anche se a volte ce ne lamentiamo. Mi piace, non mi piace, avrei voluto questo, avrei voluto quello. Ma quando li dobbiamo lasciare, magari dopo più di vent'anni, mentre prepariamo gli scatoloni per il trasloco, ci accorgiamo all'improvviso di amarli, e tutto il tempo passato a lamentarci ci sembra un tempo sprecato inutilmente. Avremmo potuto amarli di più quei luoghi, avremmo potuto prendercene più cura, avremmo potuto guardarli con più benevolenza e tenerezza, avremmo potuto… Soprattutto quando si tratta di un ufficio. Certo in inverno (quando non accendevano i riscaldamenti, ed è successo per anni), e anche nelle mezze stagioni, faceva freddo, molto freddo e non ci si riusciva mai a scaldare, dovendoci coprire fino all'inverosimile, a volte addirittura mettendoci un plaid sulle gambe.

E d'estate, la luce abbagliante ci costringeva a chiudere le persiane e a stare in penombra, visto che la richiesta di mettere almeno una tenda veneziana non era mai stata nemmeno presa in considerazione. E le sere d'inverno, quando si usciva dall'ufficio, i lampioni erano spenti e bisognava attraversare il parco al buio, sperando di non fare brutti incontri. Senza poi tenere conto di quel lungo periodo in cui si era rimasti da soli nella palazzina deserta e i ladri erano entrati ben 5 volte, rubando tutto quello che potevano. Ci era stato prospettato un trasferimento in un altro ufficio, ma noi quell'ufficio lo amavamo, anche se la cosa poteva sembrare impossibile, lo amavamo e chiedevamo solo di poter lavorare al caldo e al sicuro. E senza la luce in faccia d'estate. Tutto qui. Ma la macchina burocratica, si sa, è piuttosto lenta e arrugginita e ha i suoi tempi. Eterni. E quindi per 21 anni si era rimasti lì. 21 inverni freddi, ma anche 21 primavere. Quando arrivavano le rondini era una gioia vederle volteggiare dalla finestra aperta, con il Tempio antico sullo sfondo. E nello stesso periodo veder schiudere i fiori d'arancio che di lì a poco avrebbero inondato il giardino del loro profumo. E quando l'albero di Giuda, dal duplice tronco contorto, che sembrava mimare un abbraccio, fioriva di viola, era uno spettacolo. E poi i merli saltellanti e i gatti della colonia felina, che si erano avvicendati negli anni, uno più bello dell' altro... E il laghetto, per anni trascurato, fino a seccarsi del tutto, aveva negli ultimi tempi ripreso vita con moltissime anatre, qualche tartaruga e numerosi pesci rossi. Nei pomeriggi di primavera e d'estate il chiasso dei bambini entrava dalla finestra ed era una nota allegra che rendeva quelle lunghe giornate di rientro meno pesanti. Un bel posto per lavorare, dicevano tutti, ma lì iniziava il lamento, più che giustificato: troppo freddo, troppa luce, troppo buio, troppa solitudine. Tutto sacrosanto. Tutto vero. Ma c'era il giardino. E gli anziani sulle panchine. Ma anche i tossicodipendenti. Le lunghe sere d'estate. Ma anche quelle buie e fredde dell'inverno. Nessun luogo è perfetto, come non lo sono le persone e alla fine ci eravamo affezionati. Lontani dai tumulti del palazzo, dai pettegolezzi, dall'atmosfera a volte pesante di una convivenza con qualche collega ostile. Tutto ha un prezzo. E quel plaid sulle gambe era forse il prezzo da pagare. Qualcuno ci diceva: "il lavoro è lavoro". Ma quel lavoro, al quale all'inizio avevamo tanto tenuto, appassionandoci e impegnandoci, era stato, per un insieme di cose, sempre più svilito, snaturato, in qualche modo oscurato. Ma questo è un altro discorso. 
E adesso, preparando gli scatoloni, qualche periodo felice e realizzato riemerge fra i faldoni. Qualche anno buono c'è stato. Di soddisfazioni, gratificazioni e riconoscimenti. Poi tutto è cambiato. Ma questa è un'altra storia. Quanta roba si accumula in 21 anni. Quanta fatica a catalogarla, smaltirla, o semplicemente destinarla all'archivio. Fatica psicologica, soprattutto. Ricordi che si susseguono. Speranze. Gioie. Delusioni. E adesso, a poco più di un anno dalla pensione, arriva il trasferimento in un'altra sede. Più bella e spaziosa, ancora più luminosa (temo che il problema delle tende si presenterà di nuovo), con tanta gente, pubblico e colleghi, e vari uffici, anche di un altro ente. E il distributore di caffè e bibite. Ci si potranno sgranchire le gambe e scambiare due chiacchiere con qualcuno, durante la pausa. Ma senza il giardino. A pensarci bene, tutta questa solitudine, tutto questo silenzio, l'avevamo voluti e cercati noi. E adesso che forse siamo pronti, è arrivato il momento di stare in un luogo pieno di persone, di stanze, di relazioni. E il parco con le anatre e gli alberi d'arancio ce lo potremo godere nel tempo libero. E forse guarderemo quella finestra con un po' di malinconia. Ma solo un po'. E ci godremo la vita. 

Sto traslocando l'anima
fra scatole e cartoni
nascoste le emozioni
i trucioli rimasti
svolazzano su un vuoto 
di memoria.

lunedì 10 settembre 2018

FRATELLI DI LATTE







Aprile1982. Dopo un meraviglioso viaggio di un anno con il mio compagno, poi diventato mio marito, che ci ha portati dal Messico fino alla Costa Rica e, per finire, in Perù, arriviamo a Cuzco quando io sono incinta di 5 mesi. Città meravigliosa, ma piena di contrasti: da un lato i lussuosi Hotel e i ristorantini tipici per turisti. Strade pulite, folclore, venditrici di souvenir.
Dall'altro la vita degli indios in casupole di paglia e fango, strade sterrate con fogne a cielo aperto. Miseria. 
La data del parto si avvicina. Il mio ginecologo, che si chiama Darcy Aguirre ed è molto preparato e gentile, mi suggerisce di andare a vedere l'ospedale dove partorirò. E' un edificio verde abbastanza fatiscente. Prenoto una stanza singola, perché, mi suggerisce Darcy, le condizioni igienico-sanitarie delle camerate non sono fra le migliori. Scoprirò poi che la stanza singola è lo spogliatoio delle infermiere. Io comunque sono fiduciosa e non vedo l'ora di tenere fra le braccia la mia bambina. 

Notte di S. Lorenzo, doglie. Il parto si rivela complicato. Cesareo d'urgenza. Anestesista che arriva da Lima con l'elicottero. Per tutta la durata dell'intervento con epidurale mi terrà la mano e mi accarezzerà la fronte. Darcy per tranquillizzarmi mi parla di Sophia Loren. Alla radio, in sottofondo, la musica dei Beatles. Io continuo ad essere fiduciosa. Olivia nasce. E' meravigliosa. Me la mettono subito accanto nel letto. Io e lei abbracciate. Ma c'è un imprevisto: una improvvisa emorragia, shock emorragico. Accanto a me, spaventata, c'è mia madre, che non vedevo da più di un anno. E mio marito. I medici e le infermiere, solerti, silenziose e sorridenti, si fanno in quattro. Pericolo superato. Il mio seno scoppia, ma mia figlia non si attacca, dorme sempre. Ci tengo ad allattarla, l'ho sempre desiderato, non demordo. Ma niente. Rischio la mastite. In Italia forse mi avrebbero suggerito di passare al biberon, ero debole e la bambina doveva nutrirsi. Una giovane infermiera gentile, prova con il tiralatte, poi un'infermiera più attempata prova con un massaggio manuale, per sciogliere l'accumulo di latte. Ricordo l'impegno con il quale insisteva e le sue mani arrossate e screpolate dal freddo (Cuzco si trova a 3300 metri di altezza). Ancora niente. La capo-sala fa una specie di consulto con le altre infermiere e poi si avvicina al mio letto. 
Io sono stanca e un po' triste. 
“Ci sarebbe una soluzione- mi dice- ma lei deve essere d'accordo. “Qualunque cosa, - rispondo io - qualunque, ma fatemi allattare la mia bambina.” “Dovrebbe allattare un altro bambino”. “E qual è il problema?- rispondo io- portatemelo subito. “Sì, ma è un bambino indio, e non era mai successo prima, in questo ospedale, che una donna bianca allattasse un bambino indio”. 

Mi portano un bambino dalle gote rosse, con il tipico cappellino  con il paraorecchie. E' bellissimo. Lo accolgo fra le mie braccia e me lo metto al seno. E' molto grosso e vorace, si attacca subito. Sua madre ha avuto un parto più difficile del mio e non ha latte. Lo allatterò per tre giorni, insieme a mia figlia. Olivia ha un fratello di latte. L'ultimo giorno, prima di essere dimessa dall'ospedale vedo affacciarsi alla porta della mia stanza un gruppo di indios, scalzi, con i ponchos scoloriti e stracciati. Sono i familiari del bambino, venuti a ringraziarmi. Un sorriso muto, riconoscente e poi “ Gracias Senora, gracias, que Dios la bendiga” Queste parole, semplici e amorevoli, mi accompagneranno per tutta la vita. E ringrazio anch'io: Darcy, l'anestesista dalle mani materne, le dolci infermiere che non si sono arrese, la caposala, che mi ha fatto quella proposta per lei così inusuale, e il piccolo bambino indio che mi ha fatto sperimentare per la prima volta la gioia di un contatto così intimo e colmo di amore. C'è stata cura, c'è stata accoglienza. Io ero la straniera e mi hanno aiutata. Io avevo bisogno e nello stesso tempo ho potuto aiutare. Con naturalezza, in maniera istintiva, come dovrebbe accadere fra esseri umani, figli della stessa terra. Per questo le parole respingimento, schedatura, pacchia, mi fanno male, molto male al cuore.
Pochi giorni fa ha fatto il giro della rete l'immagine di una poliziotta americana che allatta al seno il bambino di una giovane clandestina messicana che è stata imprigionata. Naturalmente quell'immagine mi ha riportato alla mente e al cuore il fratellino di latte di mia figlia. Chissà dove sarà adesso, chissà come starà. L'unica cosa che so è che l'11 agosto ha compiuto 36 anni. Spero che il mio latte gli abbia portato fortuna. E che stia bene e in buona salute. Glielo auguro con tutto il cuore. E lo ringrazio per averci aiutate.

lunedì 23 luglio 2018

LETTERE E CASSETTI (in una domenica afosa)




Giornata pigra, lenta. Domenica. Afa. Al mare senza andare al mare. Ma lo posso vedere dalla finestra e oggi può bastarmi. Come al solito la domenica mattina, quando non ho niente da fare, mi prende quel tuffo di vuoto che sempre un po' mi disorienta. Ma so come placarlo, so che passa. Si tratta solo di aspettare.Tante cose da fare. La casa reclama. Non ci sono mai e si vede. Ogni stanza pretenderebbe la precedenza. E io non so decidermi. Cammino lentamente per il lungo corridoio,l'antico camminamento. Le tre finestre hanno i vetri da lavare. Ma non è quello che attira la mia attenzione, non è quello. L'istinto è di tornarmene in cucina, ma questa volta mi fermo e guardo quello che c'è da guardare: la cassapanca scura con le poche cose rimaste di mia madre e i due comodini. É un lavoro che devo fare. Adesso, subito. E preferisco farlo da sola, senza chiedere aiuto. Questa cosa un po' mi spaventa ma la voglio affrontare. So che dopo sarò più leggera. So anche che restare attaccati agli oggetti delle persone che non ci sono più non fa altro che tenerci prigionieri. Prigionieri e tristi. Di vestiti non ne sono rimasti molti, avevo fatto già un bel lavoro, e chissà perché adesso queste gonne, queste maglie, queste sciarpe, svuotate di lei, sono cose, solo cose, persino il suo odore è svanito, è rimasto solo un sentore di muffa (la sua casa era umida, molto umida, lei si lamentava sempre per il dolore alle ossa, ma io non le volevo credere per non sentirmi in colpa…). Missione compiuta, metto tutto in un vecchio trolley, lo porterò alla Caritas, presto, molto presto. Pulisco la cassapanca con lo spray per il legno. Ora profuma. La dipingerò di grigio polvere o celeste acqua, dentro metterò le coperte di lana e i piumoni. E ora passo ai comodini. Lavoro più delicato. Butto le ricevute dell'affitto e tutte le analisi mediche. Via. Tengo i libretti di lavoro. Prima data: 1945. Torino, la guerra è appena finita, lei ha sedici anni ed è felice di aver trovato il suo primo lavoro di stenodattilografa.La immagino: capelli corti, arricciati con il ferro, scarpe con la para di sughero e calzini bianchi. Ecco il passaporto: un unico timbro, agosto 1982, Perù, la nascita di mia figlia.Mia madre è' venuta a Cuzco per il parto e io l'ho aspettata, volevo che mi vedesse con il pancione, e ce l'ho fatta, per poche ore.Trovo una pagina che descrive quel viaggio, un breve racconto che aveva mandato a una rivista. Bello.Mia madre scriveva molto bene.

E lettere, tante lettere. Quelle della sua grande amica Simonetta e degli altri amici di Firenze. Gli anni di Firenze, per lei gli anni più belli. Il lavoro, le uscite il sabato per andare a ballare il liscio, il cinema… Le lettere mie da Parigi e dall'America Latina sono già da tempo conservate in una scatola di cartone, insieme alle sue. In una piccola scatola con il coperchio argentato trovo le lettere dal Costa Rica di Paquito, il suo unico amore dopo la morte di mio padre. Lettere dolci, intense. Di lettere così adesso non se ne scrivono più, peccato. E una lunga lettera a mio padre. Non riesco a capire se l'abbia mai spedita. E' del '60. Una lettera molto triste. Era un periodo in cui litigavano spesso e lei aveva scoperto un suo tradimento. Ma lei lo ha amato fino alla fine, di un amore totale, dal quale a volte io mi sono sentita esclusa. Nella lettera parla anche di me. Mi chiama Elviruccia. Mi prende un'ondata di dolcezza. Ma sento anche la sua sofferenza, ricordo quanto fossi contagiata da tutta quella tristezza e come cercassi di fare il pagliaccio per farla sorridere, senza riuscirci quasi mai. Avevo solo 8 anni. Su fogli di carta sottile sottile trovo le poesie di mio nonno, con quella bella grafia che si imparava a scuola nei primi anni del '900, elegante, armoniosa, la bella scrittura.
E qualche foto sfuggita all'album grande di famiglia. Foto di mia madre che sorride a Paquito nella casa di Firenze, giovane, ha solo 46 anni, adesso mi sembra giovane...allora no. E poi le agende degli ultimi anni dove lei annotava le sue giornate, nei minimi particolari, fino al 2012, poi ha smesso all'improvviso. Pagine molto tristi. Di solitudine, ansia depressione. Ho come risentito la sua voce. E ho provato un insieme di sensazioni: tristezza, certamente, ma anche empatia, tenerezza, condivisione, amore, senso di colpa, amore, ancora amore, quello che non diminuisce ma cresce di giorno in giorno, anche se non c'è più la forma, quella alla quale ci attacchiamo spasmodicamente. Ma rimane, distillata, l'essenza, preziosa, eterna. E questo mi basta. Ora mi sento più tranquilla, ho sistemato lettere, foto e documenti in una scatola. Sono al sicuro, protette. La storia di mia madre. Una storia bella. Di gioie e dolori. E tanto tanto amore. Dipingerò anche i comodini, di un colore chiaro. Che faccia allegria.



lunedì 2 luglio 2018

SI' VIAGGIARE (2)


A Essaouira, a camminare sui bastioni, al vento, con una veste bianca, e ad Amherst nella 
casa di Emily Dickinson ad accarezzare la sua scrivania, e poi a Lisbona nell' Alfama
a mangiare sardine e pasticcini al cocco, e ancora a perdermi con lo sguardo sul Gran Canyon, stordita da tanta vastità e bellezza, e a Ellis Island, a baciare la terra dei miei antenati migranti, poi tornati, con qualche parola nuova strascicata in bocca, e a Itaca di nuovo in quella piccola chiesa, e ad Amsterdam a vedere la stanza di Etty e a camminare lungo il fiume, cercando di cogliere la bellezza che lei coglieva con il suo sguardo, e poi a Port Angeles nella casa di vetro di Raymond, mio maestro e amico, dove lui ha chiuso gli occhi dopo dieci anni dieci di felicità perfetta e la certezza di essere stato amato, e nella casa museo di Georgia,dalla lunga vita, in quel
deserto di luce, a vedere i suoi fiori, sì, potrebbe bastare, ma forse no, non ancora, ecco il giardino di Virginia e quel fiume dove ha camminato con i sassolini in tasca, la tomba di Marguerite, solo per ringraziarla, la tomba di Chagall l'ho già visitata, in un giornata di sole a Saint Paul de Vence, tenerezza pura, così spoglia. Adesso sì, potrebbe bastare. E isole, isole, mare e spazio intorno, a tutto tondo, Mi sto preparando, sto preparando le ali. Troppi anni, troppi, senza questa magia. Il viaggio deve essere lento, il viaggio deve durare.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos'è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra. 

(Ultimo frammento, di Raymond Carver)




giovedì 31 maggio 2018

SEMPLICITA' E PERFEZIONE ( 4 poesie)



Ho scoperto un poeta nuovo
È americano
E scrive di cose semplici
Piccoli oggetti
Sentimenti elementari
Quelli che tutti proviamo
Nudi senza fronzoli
La vita così com’è
Specchiata e a volte brulla
Un incantesimo di circostante
Che ci fanno sempre sperare il meglio
Che poi non arriva
Perchè già c’è
È nelle pieghe strette
Di quel dolore
Che vogliamo scacciare
Proprio come si scaccia una mosca

 E’ così che voglio scrivere
Nuda fino all’osso
Parole vere
Che evochino la tempesta
Che abbiamo attraversato
E il successivo approdo
In una baia calma
Sempre lo stesso mare
Cambia solo il colore.
 

Forse volevo altro
Più amore
Più figli
Più soldi
Ma a pensarci bene
Ho fatto un lavoro
Da certosino
Cercando di eliminare
Il superfluo
Pura essenza
Solo quello che c’è
Solo quello che conta
La nudità scarna
Della perfezione

                                                                     
Mi emozionano
Le scoperte improvvise
Quei guizzi che ti lasciano muta
Sospensione di spazio
E di tempo
Assoluta presenza
Mentre accade il miracolo
Che era sotto i tuoi occhi

Poche cose
Valigie leggere
Per non portare pesi
Le solite tele bianche
Sdrucite dall’uso
Ma preziose di tempo
E di viaggi
Per coprirsi le spalle
Di sera
Al vento che profuma
D’origano e mirto
Itaca non l’ho dimenticata